Politica

di Mario Adinolfi

L’occasione per fare chiarezza

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Il centrodestra vince, tutti con il centrodestra. Lo sport nazionale, in cui l’italiano è davvero campione del mondo, è la rincorsa al carro del vincitore. Leggo persone che farebbero fatica a ottenere il voto dei familiari sostenere di essere stati determinanti per la vittoria di Nello Musumeci, che ha in realtà un solo nome e cognome: Silvio Berlusconi. Va riconosciuto a questo protagonista indiscusso della storia italiana di aver avuto fiuto, di essere stato sveglio nel capire che il candidato offerto da Salvini e Meloni era quello giusto per vincere, che i siciliani si sentono rassicurati se nelle liste c’è qualche impresentabile e qualche trasformista (quattordici deputati regionali della maggioranza di centrosinistra di Crocetta sono diventati improvvisamente sostenitore del suo rivale) e che Micciché è l’uomo forte giusto perché oltre al rapporto con la cocaina, ammesso con signorilità davanti all’evidenza, sa anche coltivare quello con gli elettori. Reso merito a Berlusconi, che è tornato in campo e ha vinto perché è l’unico personaggio politico di spessore rimasto all’Italia, non si spacci questa come un’operazione “valoriale”.

Ha vinto in Sicilia la vecchia politica, quella in cui se Francantonio Genovese parlamentare piddino renziano viene condannato a undici anni di carcere processato con la moglie e altri parenti, quello candida con il centrodestra nella sua Messina il figlio ventunenne ancora non inguaiato e gli fa prendere una valanga di preferenze. Roba surreale che porta Musumeci al 51% nel messinese, risultato fondamentale per centrare il 40% complessivo sull’isola. I valori non c’entrano nulla, se non quelli in denaro. Bisogna conoscerla bene la politica in Sicilia per leggere questo voto, che tiene il M5S sotto il 30% come lista e questo è un bene, che devasta la sinistra che pure a tronconi sommati comunque sarebbe arrivata terza e questo è benissimo. Non ha vinto un progetto valoriale, ha vinto una macchina costruita attorno al sistema tradizionale di potere siciliano, guidato da una brava persona perché Musumeci lo è. Ma non è un modello a cui guardare, diciamo.

A Ostia si ripercorre lo stesso canovaccio. Il centrodestra si unisce attorno a strutture di potere tradizionali che sul territorio hanno un nome e un cognome, sceglie un brava donna a cui far fare il candidato presidente, quella ora si giocherà un ballottaggio in cui può battere ancora una volta il M5S, mentre il Pd che governava il territorio prima del commissariamento per mafia affonda e quasi sparisce. Di fatto queste amministrative ci consegnano non lo scenario tripolare con cui si erano aperte, ma un nuovo bipolarismo: centrodestra contro pentastellati, con il Pd in assoluta difficoltà e lontanissimo dal potersi imporre in qualche modo, relegato al ruolo di comparsa. In alcune regioni, quelle tradizionalmente rosse, sostituirà uno dei due contendenti nei duelli che contano, ma nel resto d’Italia non c’è storia, la sinistra non è competitiva e Alfano è praticamente dissolto: i suoi tutti con Berlusconi, mentre lui governa con Renzi. Anche la schizofrenia è ai titoli di coda e il popolo si è ricordato dei traditori, consegnandoli alla giusta condanna a morte politica.

In tutto questo per il Popolo della Famiglia c’è la grande occasione per fare chiarezza, queste amministrative ce la regalano su un piatto d’argento. Non mi piace mai fare giri di parole e allora la dico chiara: perché non ci iscriviamo anche noi al campionato di corsa al carro del vincitore? Berlusconi si prepara a fare una coalizione con dieci liste, ci saranno spazi e posti pure gli animalisti della Brambilla, perché non ci mettiamo in fila anche noi a prendere qualche strapuntino? Voglio essere ancora più chiaro: chi vuole farlo lo faccia, questo è il momento. Ma questo non è il progetto del Popolo della Famiglia che nasce, lo devo ricordare, l’11 marzo 2016 perché venti giorni prima cento deputati eletti con il PdL di Berlusconi alle elezioni del 2013 votano a favore della legge Cirinnà che poi passerà al Senato solo perché Denis Verdini e sette suoi senatori tutti eletti con il PdL di Berlusconi offrono i voti de-ter-mi-nan-ti per farla passare. E noi che siamo scesi in piazza con le nostre famiglie per fermare le leggi contro i nostri figli possiamo sbagliare una volta, non reiterare l’errore. Chi voterà alle elezioni del 2018 per la coalizione di centrodestra ovviamente compie una scelta legittima, non ci mettiamo a fare valutazioni di ordine morale sui curricula in termini di cristiana adeguatezza ai valori professati di Tizia, di Caio o di Sempronio (però, con franchezza, evitate di farli voi a noi perché altrimenti sapremo rispondere). Chi voterà alle elezioni del 2018 per riportare in Parlamento tramite il centrodestra Renato Schifani, Maurizio Lupi, l’ineffabile ministro della Famiglia Enrico Costa e tutti i meravigliosi parlamentari che stavano al Family Day o se ne dichiaravano garanti politici, salvo poi voltare gabbana e votare la legge Cirinnà per mero calcolo e convenienza, non lo contesteremo sul piano etico. Chi voterà alle elezioni del 2018 per il centrodestra dei verdiniani che ora sono pronti a essere determinanti anche per approvare in extremis lo ius soli e il testamento biologico, dove Forza Italia dà esplicitamente libertà di coscienza, troverà mille modi per giustificare il suo voto. Chi voterà alle elezioni del 2018 per il centrodestra che manda Renata Polverini e Stefania Prestigiacomo, col supporto esterno di Mara Carfagna e gli articoli di sostegno di Vittorio Feltri iscritto all’Arcigay via Francesca Pascale, a sfilare al Gay Pride perché Berlusconi ormai si fa le foto con Luxuria dopo l’invito a cena a Palazzo Grazioli, poi non si lamenti. Perché chi voterà alle elezioni 2018 per il centrodestra sta semplicemente commettendo lo stesso identico errore del 2013, sta dando voti ad una coalizione che non è “valoriale”, ma è anzi assolutamente ambigua sui principi perché cementata solo da un patto di potere, al cui interno si annidano coloro che abbatteranno ciò che resta dei principi non negoziabili su cui già hanno fatto negozio. Chi voterà alle elezioni 2018 per il centrodestra finirà per eleggere, come è accaduto nel 2013, centinaia di parlamentari disponibili a votare per il matrimonio gay, l’utero in affitto, l’eutanasia, la cancellazione del diritto di obiezione di coscienza per i medici antiabortisti, la droga libera e ogni diavoleria “liberale” anche se nel programma dichiareranno propositi opposti, proprio come nel 2013.

Salire sul carro del vincitore significherebbe consegnarsi a questa ambiguità e il Popolo della Famiglia non è nato per fare questo, è nato proprio per l’esigenza opposta, per essere netto sui principi e per fare chiarezza in opposizione agli ambigui e ai trasformisti che possono essere capaci di tutto. Il gender nelle scuole entra anche in comuni governati da giunte di centrodestra e abbiamo dimosrato anche in queste settimane quanto decisivo sia il ruolo di vigilanza del Popolo della Famiglia con la sua pattuglia di eletti nelle amministrazioni locali dopo due anni di fatica alle elezioni comunali e municipali. Il Popolo della Famiglia è un progetto politico estremamente chiaro, che non può tollerare ambiguità. Chi è affascinato dall’idea di rincorrere chi vince, si accomodi. Noi stiamo costruendo altro. E per costruire occorre pazienza.

Il segretario nazionale Gianfranco Amato, che è di Varese, nel commentare l’esito delle amministrative ha ricordato la sua esperienza personale quando assisteva nella città natia al primo germoglio dell’esperienza leghista che nel 1985 proprio a Varese elegge uno dei suoi primi consiglieri comunali. Poi nel 1987 la Lega si presenta alle elezioni politiche e sia alla Camera che al Senato sta sotto lo 0.5%. Alle europee del 1989 arriva all’1.9%. Alle elezioni politiche del 1992 porta una prima pattuglia consistente di parlamentari a Roma, nel 1994 va al governo e elegge il sindaco di Milano. Nel 2017 esprime un potenziale presidente del Consiglio. Amato dice giustamente: in politica ci vuole la pazienza del contadino. Noi possiamo registrare un andamento analogo a quella della storia raccontata da Amato, che poi è la stessa storia del Movimento Cinque Stelle che a Roma nel 2008 prende il due per cento e nel 2018 a dieci anni di distanza è forza politica di governo o persino quella di CasaPound che si è misurata per anni nelle amministrative oscillando tra lo zerovirgola e meno del due per cento prima di questo exploit ad Ostia.

Il Popolo della Famiglia è un progetto politico che registra un consenso ovunque si presenti che come minimo oscilla tra l’uno e il due per cento, abbiamo cancellato la “sindrome dello zerovirgola” che ci ha caratterizzato inevitabilmente agli esordi, visto che ci ritrovammo a fare le liste venti giorni dopo l’assemblea costituente. Nel 2017 l’esperienza di giugno e quella di novembre ci raccontano un movimento decisamente in crescita nella capacità di raccolta del consenso. Con il coordinatore nazionale Nicola Di Matteo abbiamo compiuto una rapida ricognizione delle candidature per il Parlamento già ricevute (ci si può autocandidare inviando una email con curriculum e dati di contatto ad [email protected] unico prerequisito richiesto è essere iscritti al Popolo della Famiglia) e siamo in grado di offrire una certezza: saremo presenti in tutti i collegi uninominali e in tutte le circoscrizioni elettorali del Paese con candidati autonomi del Popolo della Famiglia. La copertura territoriale nazionale è assicurata, lavoriamo anche sul fronte più difficoltoso degli italiani all’estero ma dovremmo farcela pure lì. Chiederemo all’intero corpo elettorale di darci quel milione di voti necessari ad entrare alla Camera e al Senato con decine di parlamentari che saranno quelli sì determinanti perché vincolati ad un programma nettissimo sul piano dei principi essenziali e contenenti proposte rivoluzionarie imperniate sulla famiglia come il reddito di maternità, che cambierà radicalmente i dati sulla natalità in Italia, che noi consideriamo emergenza prioritaria per salvare il nostro welfare e non essere costretti a importare continuamente immigrati per pagare le future pensioni, perché quella immigrazione di manodopera a basso costo abbatte i salari.

E se il progetto del Popolo della Famiglia dovesse fallire? Se non centrassimo il milione di voti necessari? Ripartiremmo dalla centinaia di migliaia di voti raccolti, dal nostro uno e mezzo o due per cento, perché un movimento di questa consistenza così netto sui principi è destinato, se coeso e determinato, a essere baluardo di un’istanza valoriale di ispirazione cristiana che doveva essere spazzata via e invece esisterà e resisterà. Ci saranno elezioni regionali e amministrative nel 2018, poi nel 2019 le europee e continueremo ad aggiungere eletti ai sedici che già oggi compongono la nostra pattuglia nelle istituzioni da Cordenons ad Avola che sarebbe come dire dalle Alpi alle Piramidi. Il Popolo della Famiglia è un progetto politico nazionale identitario e au-to-no-mo che non può scegliere la via della subalternità o dell’ambiguità. O, meglio, potrebbe sceglierla e converrebbe molto a chi scrive che detiene il simbolo, potrebbe portarlo a Silvio Berlusconi o Giorgia Meloni o Matteo Salvini con cui ha sempre intrattenuto rapporti personali più che cordiali, per ottenere per sé e qualche amico qualche scranno sicuro da parlamentare. Ma io non lo farò perché io voglio fare quello che dice Amato, voglio avere la pazienza del contadino e vedere questo germoglio crescere. Perché è evidente che cresce, è evidente peraltro che la nostra terra di queste radici ha uno stramaledetto bisogno e dobbiamo piantarle ben in profondità altrimenti saremmo canne al vento sospinte solo dalle convenienze personali, adeguate così alla caratteristica dei politici italiani di oggi. Noi, però, siamo strutturalmente diversi: siamo nati come Pdf perché il tradimento indotto da quelle convenienze ha prodotto norme che devastano quella famiglia naturale che eravamo scesi in piazza per difendere. Chi lo ha fatto insieme a noi non segua quei politici, segua il Popolo della Famiglia che è l’unico erede politicamente legittimo di quella straordinaria mobilitazione di mamme e di papà, di nonne e di nonni, di zie e di zii che avevano a cuore i bambini.

Sul carro del vincitore si può salire, si può scegliere di piazzarsi in quella mangiatoia, ma non ha buon sapore quel pane. Ha il sapore del compromesso nel suo senso ignobile perché dettato solo da calcoli, mentre il compromesso in politica può certamente esistere e per certi versi deve esistere, ma su un piano alto di principio e valoriale. Il Popolo della Famiglia è un progetto che ha davanti a sé decenni di vita, se Dio vorrà, per rappresentare un baluardo identitario che ha l’ambizione di cambiare concretamente il tessuto politico e giuridico e culturale del Paese per il bene dell’Italia, proprio come negli ultimi quarant’anni hanno fatto i radicali dal basso del loro due per cento scarso facendone il male. Chi vuole percorrere questa via stretta venga con noi a divertirsi per una battaglia che darà quotidianamente senso alla vita, chi vuole il carro di chi vince vada e da noi non riceverà rancore. Questo è il momento della chiarezza e della pazienza dei contadini, i fautori del tutto e subito possono iscriversi alla Lega o a Forza Italia, diventare tifosi della Meloni o di Lupi, noi abbiamo una battaglia da combattere contro la cultura mortifera delle sinistre e la proposta palingenetica avaloriale dei bestemmiatori grillini, ma si può vincere solo se ci si impegna a convincere l’Italia con nettezza che oggi o capiamo o moriamo. Nei pastrocchi ambigui a fare la lista civetta prolife accanto alla lista animalista non ci troverete. Ci troverete liberi e forti sulla scheda elettorale con il nostro simbolo a chiedere sempre e solo una croce per il Popolo della Famiglia. Siamo sempre di più a crederci, cresciamo ad ogni elezione, la prossima sarà il passo importante di un lungo percorso. Chi vuole camminare con noi è bene accetto, agli altri auguri e buona strada a tutti.

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07/11/2017
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