Società

di di don Roberto Maria Bertacchini

Noi, sprovveduti nipotini di Epimeteo

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In un precedente articolo, ho affrontato il tema del servilismo. Cercherò ora di approfondire l’argomento, affrontandolo da un diverso versante. In passato, rubare si poteva ritenere immorale, e così uccidere. Mio nonno bestemmiava come un turco, ma non avrebbe mai detto che bestemmiare era una bella cosa. Avrebbe detto che – essendo arrabbiato – la bestemmia era uno sfogo. Cioè riconosceva una certa differenza tra comportamenti buoni e cattivi, e tale differenza era data da convinzioni diffuse, che chiamiamo morale.

Oggi le cose stanno cambiando in modo profondo. Recentemente a Mirandola un ragazzino ha tirato un cestino della monnezza in testa a una prof, e siccome qualcuno lo ha pure filmato, la prodezza è stata vista in televisione da milioni di persone. Intervistato, si è difeso dicendo che aveva sbagliato il tiro, che voleva colpire un compagno. E il senso del discorso era che tirare cestini della monnezza in testa ai compagni era normale: niente di strano. E, dal suo punto di vista, aveva pure ragione, perché prima di colpire la prof., il filmato mostrava chiaramente un altro cestino che volava in tutt’altra direzione, senza che ciò avesse determinato sanzione alcuna. Ai miei tempi non era neppure da pensare una cosa del genere. Ormai si tollera tutto. Un ragazzo problematico tira sediate in testa ai compagni, e la passa liscia, perché è problematico (fatto salvo che qualche genitore allarmato cambia scuola al figlio o alla figlia). Ma l’Istituzione incassa, non sanziona.

Il motivo profondo, per il quale avvengono tali cose, è che la morale e la disciplina borghese sono state delegittimate e sono cadute. Tutto ciò è una forma della cosiddetta «eclissi del padre», di cui la libertà sessuale è forse solo la forma più eclatante. Ma, quando cade un’etica, si passa dall’immoralità sporadica all’amoralità diffusa. I fenomeni diffusi di corruzione, di servilismo e quant’altro non sono – oggi! – manifestazioni di immoralità, ma di amoralità. Ed è la loro stessa diffusone massiva che attesta la mutazione sociale, perché l’immoralità è per definizione un fenomeno marginale, proprio perché l’etica fa argine, trattiene. Gli odierni stupri del branco non sono immorali, sono amorali. Infatti l’azione immorale fatica a trovare complici, l’amoralità no.

La questione ha un retroterra teoretico notevole, che cercherò di esporre. Chiediamoci: non siamo ormai quasi alla nemesi beffarda, alla Storia che ironizza sulla sapienza civile umana, ridicolizzandola? Infatti, proprio nel momento in cui l’intellighentia laica ottiene egemonia culturale e potestas, la sua scalata si manifesta illusoria, fasulla, impotente (leggi: crisi della sinistra e non solo). La sinistra non è senza etica, ma ha un’etica assurda: ciò che è di sinistra è buono, e ciò che non lo è è cattivo. La stessa cosa fatta da sinistra è buona, fatto dalla controparte è immorale. Questo schema, dopo qualche decennio, ha prodotto – insieme ad altre concause – ciò che ho detto: la perdita di punti di riferimento etici oggettivi.

Alla fine, Platone fu più saggio. Si rese conto da sé della debolezza pratica della sua utopia, e si rassegnò alla parte dello Straniero. Secondo lui, il governo dei filo-sofi sarebbe il migliore, ma in pratica è un percorso impossibile. Non per questo non va predicato, ma da «stranieri». Cioè va accettato di essere senza diritti, proprio perché portatori di un ideale così alto, che la «polis», la cittadinanza non lo comprende. Cerchiamo allora di capire il punto.

Nel mito di Epimeteo narrato nel Protagora, questi è figura del saggio apparente. Prometeo, suo fratello, è il pre-vidente e, perciò, il pro-vvidente. Anche Epimeteo ha la missione di provvedere affinché ciascuna specie si conservi; ma, dopo aver dato tutto agli animali, si accorge che è rimasto senza doni divini, sicché l’uomo resta indifeso: non peli che lo coprono, non ali, non artigli, non mole massiccia e pelle spessa, ecc. Così interviene Prometeo, che per proteggerlo ruba il fuoco a Efesto e la sapienza ad Atena.

Anche Epimeteo pre-vede; ma non abbastanza. E manca proprio là dove la preveggenza sarebbe più necessaria. È per questo che Socrate, in chiusura del dialogo, auspica che la ricerca della virtù sia condotta con la saggezza di Prometeo, e non con la leggerezza del fratello. Ma Epimeteo è anche colui che si lascia ingannare da Zeus, e accetta da lui Pandora, che sarà la fonte di tutti i mali aprendo il famoso vaso. Dunque è colui che si lascia sedurre dall’anomia, che la produce. E questo è il legame che Cacciari coglie tra la sapienza greca espressa in forma mitica e la sapienza paolina – espressa in 2Ts 2,3-9 – dove l’Antikeimenos, l’Avversario, è proprio l’Anomos, ossia il sovvertitore del Nomos.

Se adesso consideriamo i tratti della cultura egemone occidentale, di questa civiltà retta e orientata dagli intellettuali post-illuministi progressisti, come non vederne le note epimeteiche-anticatecontiche? Infatti ho katéchon è colui che trattiene; perciò le forze catecontiche sono quelle che oppongono resistenza, e nel caso specifico al male. Tuttavia Paolo, poco prima, usa una seconda espressione: to katéchon, ossia «ciò che trattiene». Dal complesso, sembra così chiaro che questo soggetto-sistema-di-forze che trattiene il male dal suo pieno rivelarsi non sia Gesù, e almeno per due motivi: il più evidente è che il Risorto è invincibile, è Il vittorioso; l’altro è che Paolo non avrebbe mai usato per Lui questa doppia espressione ho/to katéchon. Gesù non è un «ciò», è il Re. E lo stesso discorso varrebbe per lo Spirito Santo.

Giustamente Cacciari osserva (cfr. il suo Il potere che frena, edito da Adelphi) che vi è un rapporto tra forze catecontiche e legge. Sì, ma vi è legge e legge. Vi è la legge morale, e vi è la legge positiva dello Stato. Solo che – dissolta la legge morale – la legge dello Stato è impotente a frenare la corruzione o, comunque, il degrado sociale, servilismo incluso. Infatti lo Stato è una macchina di potere, costretta a delegare ai propri funzionari il potere stesso. Ma, nel momento in cui un funzionario si trova in mano una bella fetta di potere (anche piccola, sempre ghiotta), perché non approfittarne?

E questo può avvenire in un numero infinito di modi legali. Non c’è solo la corruzione più volgare. C’è anche il lasciare che una pratica s’incagli a ripetizione, a causa d’infiniti cavilli. Ma se quella pratica preme molto a qualche potente, questi troverà il modo di allettare il funzionario «scrupoloso». Non solo, ma il meccanismo funziona benissimo anche al contrario. Per es. c’è chi può aver interesse proprio a che la pratica s’incagli (pensiamo ai processi che vanno in prescrizione, o anche alle gare di appalto, dove l’incagliarsi di una pratica può molto giovare alla concorrenza, ecc.), sicché farà ogni possibile pressione per ottenere dai funzionari la iperscrupolosità che gli giova.

In tutto ciò la legge è impotente, perché essa è il mezzo usato dai funzionari infedeli per sovvertirne il fine. Solo che la legge non può sanzionare l’infedeltà subdola e astuta [1]. Alla fine, lo stesso giuramento di fedeltà alla Costituzione si by-passa facilmente più che non si pensi, e anche in modi gravi. Basti ricordare che essa proibisce le guerre di aggressione. Tuttavia, le guerre antiserba, antiirachena e antilibica furono tutte aggressive. Ma furono giustificate come «umanitarie». E così D’Alema e Scalfaro (capo delle Forze armate) fecero bombardare Belgrado, benché a noi non avesse neppure non dico gettato un missile su Lampedusa, ma nemmeno sparato un colpo di pistola.

In breve, lo Stato ha tra le condizioni di possibilità del suo buon funzionamento la moralità dei propri funzionari, ossia la moralità dei cittadini. Purtroppo, però, la moralità è onerosa. E perché il cittadino superspolpato dalle tasse dovrebbe rinunciare ai vantaggi spiccioli della sua immoralità sdrucciola e meschinella? Questo nessun intellettuale progressista è ancora riuscito a spiegarlo. E, infatti, immaginare motivazioni convincenti è impossibile.

Ossia, le cose funzionarono tanto in quanto e sinché l’etica religiosa fornì le motivazioni necessarie all’esercizio della moralità pubblica. Distrutta l’etica religiosa – ovviamente antiprogressista e katecontica – la diga è in frantumi e l’anomia avanza. E ci fu una distruzione lucida della moralità religiosa, perché essa era incompatibile con quella visione antropologica edonistica (e non solo) che il progressismo caldeggiava. Se voglio avere la libertà di risposarmi in buona coscienza, quell’etica che esiga fedeltà deve essere distrutta. E infatti… (spero cominci a schiarirsi il vero portato politico e civile delle campagne divorziste, abortiste, ecc.).

Ma l’anomia avanza anche per altri motivi. Ne accenno due, particolarmente importanti. In primo luogo il gioco politico non prescinde dal peso delle forze economiche. Un esempio chiarissimo è la crisi ucraina. Non sarebbe stato più semplice arrivare a un negoziato secessionista/autonomista, a tutela delle minoranze russe? La divisione della Jugoslavia in più stati non fece problema, né quella della Cecoslovacchia in Cechia e Slovacchia. Infine, non fu fatta una guerra dalla NATO, proprio per smembrare il Kossovo dalla Serbia? E perché in Ucraina si rischiò una guerra mondiale?

Non ha senso, se tutto fosse riducibile a questioni ideali astratte (unità di patria). Ha senso, se s’immagina che dietro al conflitto ci possano essere interessi economici giganteschi (come per es. il mercato internazionale del grano o altro, e dei quali nessuno parla). E tali interessi ci devono essere per forza, perché altrimenti sarebbe stupidamente tafazzesco rinunciare a miliardi e miliardi di esportazioni in Russia, a causa delle sanzioni economiche incrociate, conseguenti al conflitto ucraino. Detto diversamente: è inimmaginabile che chi ci perde non stia facendo pressioni perché le sanzioni vengano rimosse e si arrivi a un negoziato. Ma se la politica tedesco-americana vi si oppone, per forza qualcuno spinge più forte.

Dunque la scalata degli intellettuali al potere politico – alla fine – si riduce quasi solo a vanità personale e di ceto. Cioè è priva di quella forte capacità di indirizzo e di sintesi che effettivamente piloti al maggior vantaggio collettivo. E infatti la vanità acceca, epimeteizza. È la scalata del sapere amorale, anomico, senza spina dorsale, che per questo non potrebbe battersi per il bene comune, neppure se lo vedesse. Per giunta, neppure lo vede (e infatti, a differenza di Platone, è incapace di definirlo).

Questa dipendenza dal potere economico ha moltissime forme. La più evidente è il costo delle campagne elettorali, ma non solo. Sarà un caso, ma Confindustria ha un giornale, e la grande finanza è attenta alla proprietà dei mass-media. Resta discretamente nell’ombra, ma quando mette nel mirino qualcuno è terribile. Insomma gli intellettuali, anche raggiunti i vertici della politica, sono pur sempre cani al guinzaglio. E lo vediamo dalle politiche favorevoli alle banche, alle assicurazioni, alle industrie farmaceutiche ecc., fatte addirittura più da governi di sinistra che di centrodestra, benché in danno al popolo.

Il secondo esempio è la politica di transizione veloce verso stati multietnici. Alla lunga, l’invasione islamica dell’Europa non potrà non avere effetti destabilizzanti significativi, perché – anche a prescindere dal terrorismo (che tuttavia non va sottovalutato, ed è un problema nel problema) – raggiunta la necessaria massa critica, inizieranno quelle rivendicazioni politiche più intense, che metteranno per forza in crisi le Istituzioni laiciste. Infatti la visione antropologica dell’Islàm è agli antipodi rispetto a Vattimo e non solo. La legge dell’Islàm è già incompatibile con la carta dei diritti dell’uomo; immaginiamoci con la teoria del gender! E dunque, dove andrà a sbattere il progressismo epimeteico, se non alla lotta di tutti contro tutti?

In sintesi — L’antichità classica era caratterizzata da un ethos chiuso, e perciò da un pensiero chiuso, con conseguenti basse attese di mutamenti della propria posizione sociale. Questa situazione ingessata si sfalda col cristianesimo, per l’irruzione dell’Infinitudine nella Storia, che ebbe come portato immediato la sua irruzione nel pensiero. Cade l’horror infiniti, e comincia un’autocomprensione in chiave di infinitudine sincategorematica, ecceterativa. Sotto la spinta della Fede l’uomo comincia a comprendersi in progress. Il futuro può e deve essere meglio del presente.

Questo in Platone non c’è, sia per la sua concezione ciclica del tempo; sia per la sua concezione statica della polis ideale. La carica dinamica del cristianesimo tardoantico fu fortissima, benché sin qui poco studiata. L’Alto Medioevo occidentale fu fortemente segnato dalle invasioni barbariche, che danneggiarono gravemente l’economia, ma non fino al punto da rendere impossibile la cultura, che viceversa continuò a essere coltivata nelle abbazie. Esse furono le fonti di sapere che lentamente consentirono quella ripresa che poi esplose nel Basso Medioevo.

In ogni caso, per circa un millennio, abbiamo un’epoca coerente, retta collaborativamente sull’auctoritas religiosa e la potestas civile. La cesura avviene tra i secc. XIII-XIV. Con le universitates studiorum l’auctoritas si sdoppia: in parte resta al papa, in parte è avocata dalle Università (o da singoli professori), che ben presto cercheranno di svincolarsi dall’autorità ecclesiastica tramite il patronato del potere civile.

Di tale processo abbiamo segni molteplici. Per es. in certa letteratura cortigiana o borghese, sostanzialmente irreligiosa. Voltaire è ancora lontano, ma la strada è già chiara. Le corti, ancora formalmente cattoliche, mordono il freno. L’etica cortigiana non è l’etica del Vangelo, e neppure quella di san Tommaso. Perciò vi è un’avocazione di auctoritas, perché si detta un immaginario e un costume [2]. E lo si fa anche assecondando letterati, artisti e filosofi (questi ultimi, sulle prime, non particolarmente incisivi, salvo eccezioni).

A questo punto la domanda è ovvia: è pensabile che l’auctoritas possa restare a tempo indeterminato soggetta alla potestas, in funzione ancillare? No, è impensabile. E infatti il senso profondo della rivoluzione francese è qui. Ciò che l’accomuna alla rivoluzione americana è proprio la presa del potere da parte della classe intellettuale. In America il problema dell’aristocrazia era inesistente. Ma, in entrambi i casi, lo sviluppo di una classe intellettuale sufficientemente matura, e di massa critica adeguata, porta alla rivendicazione di un protagonismo politico proporzionato.

I secc. XIX e XX sono l’epoca in cui tale «scalata» sociale si diffonde, sia attraverso le democrazie, sia attraverso lo svuotamento progressivo – laddove le monarchie permangano – della loro potestas. Chi passerà alla Storia sarà la Thatcher, non la regina inglese, ecc. Solo che col Terzo millennio comincia a delinearsi il portato di lungo periodo della scissura avvenuta nel sec. XIII tra Auctoritas e auctoritas.

Solo l’Auctoritas è e può essere corretta interprete del Nomos [3]. Invece l’auctoritas si sfrangia nei mille rivoli delle auctoritates, nella pochezza e nella babele di pensiero dei suoi esponenti di maggior influenza [4]. È emblematico che Tocqueville divenne Ministro degli Esteri francese, Cacciari solo sindaco, per quanto di una città come Venezia. Croce e Gentile nel ventennio furono Ministri del Regno d’Italia. Non è tanto semplice trovare, nei governi repubblicani, personaggi di un’analoga levatura.

È il ceto intellettuale che va al potere, ma non i suoi esponenti più geniali e profondi, se non – ancora – in funzione ancillare. E così non meraviglia la deriva epimeteica. Si abbandona per prima la Sapienza e, alla fine, anche il pensiero acuto e profondo ingombra. Non ha spazio. Nella lotta per la potestas può prevalere solo la furbizia corta, mentre il pensiero profondo non può rinunciare alla nobiltà che lo caratterizza. E dunque resterà l’astuzia superficiale, non di rado corrotta. In mani simili ridotti, come non andare a sbattere?

La questione, tuttavia, è più spinosa che non si pensi. Infatti giustamente Cacciari si chiede: ma le forze catecontiche, quelle che trattengono, non saranno esse stesse prodotto del «male»? E questo dubbio è fondato. Infatti Gesù venne a portare una «legge nuova», che non ha alla base la sanzione, diversamente da tutte le leggi morali previe. Perciò, per arrivare alla legge dello Spirito, bisogna effettivamente che cadano le leggi sanzionatorie mondane. Da questo punto di vista, papa Francesco sembrerebbe aver imbroccato la giusta linea profetica, fatto salvo che poi la sanzione la usa anche lui.

In breve siamo al trilemma. La legge statale senza un’etica che la sostenga è carente, troppo carente. Ma l’etica tradizionale era probabilmente essa stessa parto impuro, frutto anche delle forza violente del male. Dunque si esige un’altra etica, molto più alta: quella celeste, come in cielo così in terra. Il problema è allora la transizione: come favorirla?

[1] Per fare un esempio, ricordo che un figlio di Andreotti fece una carriera straordinaria all’interno di una grande industria italiana, all’epoca in cui il padre era in auge. Che si trattasse di persona intelligente è plausibile. Ma forse non poi più di altri tra i dirigenti migliori della stessa azienda. Ovviamente l’on. Andreotti non fu mai indagato per questo, e non fu mai dimostrato qualsiasi rapporto tra la carriera del figlio e le decisioni politiche approvate (o fatte approvare) dal padre. Un altro caso che costatai di persona fu quello della carriera dell’ing. Bufalini in un’azienda dell’Iri, all’epoca in cui l’on. Bufalini era uno dei maggiorenti del PCI. Anche in questo caso esisteva parentela tra i due. Insomma, le contropartite possono essere molte, senza che entrino in gioco mazzette.

[2] Emblematico lo scisma anglicano. Enrico VIII, defensor fidei, non ottenendo dal papa la nullità del proprio matrimonio, usa i propri legisti per rivendicare a sé la somma autorità religiosa inglese. È dunque il re che decreta intorno al costume. Con Enrico VIII, alla fine, si ha solo la formalizzazione di ciò che de facto era diffuso, al punto da esser oggetto di letteratura.

[3] Il nomos non è la mera legge, così come noi l’intendiamo; bensì la legge originaria, costitutiva del vivere civile. Il nomos è la legge fondativa che azzera i debiti e ripartisce la terra tra i cittadini della polis. A questo punto è subito chiaro il concetto biblico di «giubileo»: è l’idea che ogni 50 anni si torni daccapo, si ritorni al nomos, ossia a una rifondazione che coinvolga la generazione successiva.

[4] Auctoritates vale relativismo. Ebbene, la correlazione tra anomia e relativismo traspare. Una società in cui ciascuno sia più o meno legge a se stesso, è insieme anomica e relativista.

09/11/2017
2411/2017
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