Politica

di Giuseppe Brienza

Unioni civili sempre più come i matrimoni

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Gli sviluppi dell’applicazione della “legge della vergogna”, quella cioè che ha istituito le unioni civili omosessuali nel nostro ordinamento (n. 76/2016), sono in atto ed erano ampiamente previsti. Su questo giornale abbiamo ripetuto tante e tante volte che quello dei “diritti negati” alle coppie dello stesso sesso era un falso problema. In Italia, infatti, tutti i diritti individuali delle coppie omosessuali erano già riconosciuti ben prima della legge Cirinnà e, quella avanzata l’anno scorso dalla lobby Lgbt, era quindi la pretesa dell’equiparabilità economico-previdenziale delle “unioni gay” all’istituto della famiglia, compreso l’abuso di “adottare” un bambino. E in effetti si è partiti proprio da quest’ultimo, con il primo passo giudiziario di “sdoganare” la stepchild adoption, vale a dire l’“adozione del figliastro” da parte di uno dei due gay (o lesbiche) uniti civilmente.

Cosa mancava quindi all’equiparazione economico-previdenziale del matrimonio alle unioni gay? Ma è chiaro, le ferie! Le cerimonie, infatti, le abbiamo già viste, con tanto di sindaci grillini, “civici” e piddini presenziare in prima persona alle varie carnevalate, destinate peraltro a finire in 6/12 mesi, essendo questo tipo di “unioni” statisticamente estemporanee. Con la prima bozza del contratto per gli statali in senso stretto, proposta in questi giorni dall’Aran ai sindacati, le unioni civili omosessuali inizieranno a gravare a tutti gli effetti sul datore di lavoro pubblico, esattamente come accade da sempre per i matrimoni con permessi, congedi e non solo. Ora è la pubblica amministrazione a dover pagare le spese di questi ingiusti privilegi, grazie alla novità contenuta nel nuovo contratto promosso dal ministro Boschi. Nonostante da quasi trent’anni ormai i vari ministri della “funzione pubblica”, con i diversi e più esotici nomi che assumono di volta in volta a ogni cambio di governo, si stiano stracciando le vesti per l’assenteismo dei dipendenti statali (e comunali e regionali, perché nonostante i diversi comparti e regolamentazioni le cose poi non cambiano così tanto), al fine di «assicurare l’effettiva tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso», prevista dalla legge n. 76 del 2016, i conviventi omosessuali potranno godere dei 15 giorni di ferie retribuite riconosciuti per il matrimonio! E poco importa se gli uniti civilmente si lasciano e si riprendono con grande facilità, potendo ricelebrare anche di anno in anno diverse e ulteriori unioni civili, in questi casi il “pallottoliere” si azzera e loro possono accumulare ogni volta le tre settimane (sì, perché i 15 giorni sono lavorativi) di riposo a spese nostre!

Ma questo accade da sempre per la celebrazione dei matrimoni, si potrebbe obiettare, e allora perché scandalizzarsi se questo “diritto” viene esteso anche alle unioni civili? Innanzitutto rispondiamo che, a fronte del “diritto” concesso, i coniugi che fondano una famiglia si impegnano al loro “dovere” fondamentale, che è quello della reciproca fedeltà, impegno stranamente non previsto dalla “legge della vergogna” per gli uniti civilmente. Poi ci sarebbe anche quel piccolo particolare dell’art. 29 e seguenti della Costituzione Italiana che parla del matrimonio e della famiglia esclusivamente come “società naturale”. I “privilegi” (se così vogliamo chiamarli) riconosciuti alla cellula fondamentale della società sono giustamente sostenuti dallo Stato e dalla comunità nazionale a fronte della grande ricchezza apportata dalla loro promessa di vivere in comunione e di generare o educare i loro figli, compresi quelli adottivi. Solo per questo sono concessi permessi e ferie retribuite a quei nubendi che, fra l’altro, diventano generatori di “capitale umano” oltre che di continuità delle generazioni. Parliamo degli unici titolati ad essere considerati “sposi”, cioè un uomo e una donna innamorati ordinariamente destinati a diventare mamme e papà.

Il “business” per gli appartenenti e/o i beneficiati dalla lobby Lgbt delle unioni civili, nella pubblica amministrazione, si estende anche all’indotto che, per esempio, riguarda la “formazione” del personale destinato ad applicare e far applicare la “legge della vergogna”. Le caselle di posta di buona parte di funzionari e dirigenti sono state infatti invase, negli ultimi mesi, da proposte di “seminari”, “corsi” et similia sui “Congedi parentali e straordinari aggiornati alle ultime Istruzioni INPS”. Di cosa si tratta? Si tratta di informare e “sensibilizzare” sui nuovi «permessi ex lege 104/1992 per assistere i portatori di handicap grave alla luce della sentenza della Corte Costituzionale n. 213/2016 (diritti dei conviventi more uxorio) e della Legge sulle unioni civili», sul «congedo straordinario retribuito per assistere i portatori di handicap grave alla luce della Legge sulle unioni civili. Circolare INPS 38/2017» e, dulcis in fundo, sul «congedo matrimoniale e novità a seguito della Legge sulle unioni civili» [le due elle maiuscole sono proprie dei rispettivi programmi esplicativi]. Le quote di partecipazione individuali a questi “seminari” e “corsi” politicamente corretti? Non proprio a buon mercato, «550,00 € più IVA» da parte di una società privata di formazione della quale non faccio il nome per non fargli pubblicità ma è fra le più quotate nell’ambito della pubblica amministrazione. Quota «comprensiva di documentazione, colazione a buffet e coffee-break»: complimenti! Eppoi non ci sono i fondi per l’aggiornamento professionale dei dipendenti…

Dal canto suo, dopo l’INPS, è anche l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro che fa la sua parte per rendere pienamente applicabile la legge 76/2016. L’INAIL ha infatti recentemente reso noto, sul proprio sito istituzionale, la circolare n. 45 del 13 ottobre 2017, che concede anche alle persone dello stesso sesso unite civilmente il «diritto alle prestazioni economiche erogate dall’ente e in precedenza riservate solo ai coniugi». Tale diritto, come si legge nel comunicato INAIL del 16 ottobre 2017 pubblicato sul sito istituzionale www.inail.it, «comprende la rendita ai superstiti e la quota integrativa alla rendita erogate in caso di infortunio sul lavoro con esito mortale, come previsto dal decreto del presidente della Repubblica n. 1124 del 30 giugno 1965, la prestazione aggiuntiva alla rendita per patologie asbesto-correlate per esposizione all’amianto, istituita con la finanziaria 2008, lo speciale assegno continuativo mensile introdotto dalla legge 248/1976, l’assegno una tantum per il rimborso delle spese funerarie, la prestazione del Fondo di sostegno per i familiari delle vittime di gravi infortuni sul lavoro, di cui alla legge 296/2006, e la prestazione una tantum prevista dalla legge di stabilità 2016».

L’articolo 1, comma 21, della “legge della vergogna” prevede inoltre che alle unioni civili omosessuali «si applichino le norme del codice civile sul diritto successorio riferite al coniuge». Ne consegue, dunque, che la persona unita civilmente «ha diritto a qualunque prestazione economica Inail riconosciuta al coniuge iure hereditatis, come nel caso dei ratei di rendita maturati prima della morte e non riscossi dall’assicurato».

Siamo consapevoli di tutte queste conseguenze economico-previdenziali che, “sottotraccia”, stanno ulteriormente impoverendo il bilancio oltre che la coscienza pubblica, ma non disperiamo. L’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio non è irreversibile! L’esempio della Slovenia mostra che un popolo quando è unito e coeso può compiere “miracoli”. Come accaduto nella piccola Repubblica ex-comunista con la recente mobilitazione che è stata capace di ribaltare scelte legislative imposte da una classe dirigente anti-popolare. In Slovenia nonostante Poteri Forti, mass-media e partiti di Governo abbiano scatenato un’offensiva potente, la discesa in campo della società civile, dei movimenti cattolici e della Chiesa hanno portato ad una vittoria incredibile: l’annullamento il 20 dicembre 2015 con referendum della legge che ha istituito i “matrimoni” omossessuali! La Conferenza episcopale slovena è stata in quei mesi cruciali in prima linea per raccogliere le firme che hanno portato i cittadini ad esprimersi contro la legge che ha introdotto il “matrimonio” gay e relative adozioni, imposta per contestata legge nel marzo 2015. La Slovenia, d’allora, era diventata la tredicesima nazione europea ad accogliere il “monstrum” giuridico delle “nozze” omosessuali ma, dopo neanche 9 mesi, ha invertito la rotta. E nell’Udienza Generale di mercoledì 16 dicembre 2015, davanti a circa 15mila pellegrini accalcati in piazza San Pietro, Papa Francesco ebbe ad elogiare espressamente questa sacrosanta battaglia sociale e religiosa insieme della Chiesa e della società civile slovena, ringraziandola «per il suo impegno in favore della famiglia». Del resto chi se non la Chiesa cattolica non è in grado di comprendere che, se non si investe sulla famiglia e sui figli non si va da nessuna parte. L’Istat, ogni anno, ci rende del resto ben noti i dati sull’inverno demografico italiano. Come ben vediamo, dopo l’alleanza Renzi-Verdini-Alfano sulla legge Cirinnà, il programma è continuato drammaticamente come previsto. Se dalle prossime elezioni politiche non avremo più questi tre ad incassare con incarichi di governo, sottogoverno etc. il compenso dei favori accordati alla lobby Lgbt ce ne saranno altri. Dietro le fila del processo di demolizione della famiglia ci sarà sempre qualcuno. A meno che non li si fermi. Eventualmente anche con un referendum ma, prima, pensiamoci bene e apriamo gli occhi prima di vergare quel segno dentro le urne elettorali.

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10/11/2017
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