Società

di don Roberto A.M. Bertacchini

A proposito della dichiarazione di Parigi

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Il 13 Ottobre 2017 Giulio Meotti de “Il Foglio” commentò un manifesto politico-culturale, firmato da Philippe Bénéton; Chantal Delsol; Pierre Manent e Rémi Brague (France); Roman Joch (Česko); Lánczi András (Magyarország); Ryszard Legutko (Polska); Janne Haaland Matlary (Norge); Dalmacio Negro Pavón (España); Roger Scruton (United Kingdom); Robert Spaemann (Deutschland); Bart Jan Spruyt (Nederland); Matthias Storme (België).

I firmatari non sono particolarmente noti al pubblico italiano, ma si tratta di personalità di tutto rispetto. Per fare un esempio, Ryszard Legutko è ex ministro dell’Istruzione polacco e docente di Filosofia antica all’Università Jagellonica di Cracovia. Altri non hanno avuto cariche politiche, ma in genere sono stimatissime personalità accademiche; per es. Scruton è uno dei massimi filosofi conservatori anglosassoni.

Ebbene, questi personaggi, espressione di eccellenze culturali di tutta Europa, dalla Francia alla Polonia e dalla Norvegia alla Spagna (curioso: manca l’Italia!), hanno elaborato un documento per il rilancio su nuove basi dell’Europa stessa, dando spessore di pensiero ai diffusi mal di pancia politico-sociali, insoddisfatti della UE. E lo fanno richiamandosi non poco a tradizioni ideali preilluministe: essenzialmente il Medioevo cristiano e il pensiero greco-romano.

Il documento è di circa una decina di pagine a stampa (oltre 30.000 caratteri); e ha l’indubbio merito di rivendicare come valore prolettico la memoria della cristianità: essa è possibile riserva per il futuro, proprio perché espressiva di una civiltà/idealità «vera», e perciò non attaccabile dal mutevole contingente storico. Alla fine, è indubbio che l’ideale illuminista di fratellanza non sia altro che un portato evangelico. Al di fuori del cono spaziotemporale determinato dal cristianesimo, l’idea di fratellanza universale semplicemente non esiste o è impensabile. Ebbene, questo ideale – pur bistrattato in ogni possibile modo – continua a far presa e a illuminare le speranze dei popoli.

I firmatari contrappongono dunque a tale «Europa vera» la UE, che avvertono come anticristiana [1] e «falsa». Sul piano terminologico l’antitesi «vera»/«falsa» è molto discutibile [2]; ma, nella mente dei firmatari, «vera» corrisponde al concetto di «Europa dai veri ideali», contrapposta a un’Europa caratterizzata da falsi ideali, da mere convenienze politico-economiche, dove la stessa solidarietà interna latita, perché prevalgono gli egoismi nazionali. E tale critica, alla fine, regge. Ne è prova il fatto che la Grecia è stata massacrata; ovvero che non si siano voluti emettere eurobond, ossia titoli di debito europeo, per non rischiare neppure di danneggiare i vantaggi attuali delle economie più floride, come quella tedesca. Dunque una UE bottegaia, dal cuore a forma di salvadanaio, come direbbe De André. E che, da tale «Europa» micragnosa, si debba uscire con respiro largo, il buon senso lo esigerebbe davvero. Detto questo, vorrei toccare solo qualche altro punto, essendo fuori discussione la possibilità di un commento esaustivo.

***

«3. I padrini dell’Europa falsa sono stregati dalle superstizioni del progresso inevitabile». Questo è un punto fondamentale. È la tesi storicista, o meglio è il dogma dello storicismo laico. E chi l’ha detto che si vada verso sorti radiose, e non verso la catastrofe? L’idea che la ragione sia il più piccolo dei vettori, ma spinga sempre dalla stessa parte – e perciò prevalga –, è semplicemente criminale, se vogliamo dirla tutta. E i lager nazisti e comunisti che sono: celebrazioni della ragione progressiva? E gli sgozzamenti dell’ISIS? E le bombe stragiste nelle chiese pakistane e africane? E le torri gemelle? E il mercato libico degli schiavi e delle schiave? E i laboratori dove dei minori lavorano 12 ore per una ciotola di riso? E quelli europei, e persino italiani, dove il lavoro degli extracomunitari è preteso in condizioni disumane? Tutto questo è ancora frutto della ragione progressiva? Non parliamo poi della «selezione naturale» [3] ottenuta con la droga diffusa in modo massivo; degli stupri in branco, degli abusi di potere fino al ricatto sessuale e quant’altro.

La Storia gronda sangue e ingiustizia da tutte le parti. Ed è una presunzione totalmente irrazionale immaginare che si vada verso un meglio storico necessario e inevitabile, a prescindere dalla prudenza e bontà delle decisioni umane. Se arriva al potere un incosciente, che spara missili atomici a destra e sinistra, potremo davvero evitare il peggio? Ci sarà un James Bond, o un Nembo Kid, capace di prevenire la catastrofe? È solo un esempio, ma credo abbastanza chiaro.

Veniamo dunque al punto. Una teoria falsa è solo una teoria falsa, e – per sé – la sua irrazionalità pesa e non pesa. La questione comincia quando sulla base di una tale teoria si prendono o non prendono decisioni; e quanto più esse siano di vasta portata, tanto maggiore sarebbe il problema. Perciò andiamo al pratico. Se la Storia va verso un meglio inevitabile, che in Europa vi sia un’immigrazione islamica o filippina non cambia nulla. E così diventa possibile sottovalutare pericoli reali, al di là del fatto che il rischio sia il terrorismo filippino o la mafia giapponese. Quindi lo storicismo rende politicamente imprudenti o meno prudenti. E questo è grave, molto grave. Perciò la denuncia – benché formulata in modo polemico e sommario – è centratissima.

***

«Allo stesso tempo, fanno molta attenzione a non offendere i musulmani, immaginando che questi ne abbracceranno con gioia la mentalità laicista e multiculturalista» (n. 3). Anche questa è una presunzione dogmatica, che si scontra con le donne velate, le migliaia di macellerie islamiche aperte in Europa, ecc. E il dogmatismo cieco porta male. In ogni caso, la questione è ribadita anche in seguito: «Gli esponenti politici che danno voce a certe verità sconvenienti sull’islam e sull’immigrazione vengono trascinati in tribunale» (n. 16); «17. L’Europa falsa si vanta pure di un impegno senza precedenti a favore dell’eguaglianza. Pretende di promuovere la non-discriminazione e l’inclusione di tutte le razze, di tutte le religioni e di tutte le identità. […] Paradossalmente, l’impresa multiculturale europea, che nega le radici cristiane dell’Europa, vive in modo esagerato e insopportabile alle spalle dell’ideale cristiano di carità universale. Dai popoli europei pretende un grado di abnegazione da santi»; «Il multiculturalismo è impraticabile. 18. In quest’idea c’è una grande misura di malafede. La maggior parte degli esponenti dei nostri mondi politici è senza dubbio convinta che la cultura europea sia superiore, ma non lo può dire in pubblico perché offenderebbe gl’immigrati» [4].

Sfrondato il discorso dai suoi toni polemici, resta un punto vero, che i firmatari evidenziano al n. 28: «Solo gl’imperi possono essere multiculturali, ed è esattamente un impero ciò che l’Unione Europea diventerà se non riusciremo a fare di una nuova unità civica solidale il criterio per valutare le politiche sull’immigrazione e le strategie per l’assimilazione». Sul futuro «imperiale» europeo… mah! Tuttavia l’osservazione che il multiculturalismo è una nota degli imperi è fondata. Cioè negl’imperi funziona; ma funziona proprio perché si rinuncia all’integrazione. Quindi v’è una contraddizione intrinseca tra pretesa d’integrazione e pretesa di una società multiculturale. Che vogliamo? Purtroppo, abbiamo una classe intellettuale egemone che vuole la botte piena e la moglie ubriaca; ed è così accecata, che addirittura presume di rivolgersi a masse informi di stupidi, sempre pronti ad applaudire al suo verbo «progressista». E, siccome tutti stupidi non siamo, qualcuno comincia a sussurrare che il re è in mutande.

Si dirà: ma negli USA il multiculturalismo funziona, il melting pot c’è. Questo è meno vero di quanto s’immagini. E qui mi rifaccio a un’ulteriore annotazione particolarmente acuta dei firmatari: «...l’età d’oro dell’immigrazione negli Stati Uniti è stata all’inizio del secolo XX, un periodo di crescita economica notevolmente rapida in un Paese sostanzialmente privo di Welfare State» (n. 27).

In effetti, il rimbalzo sociale è completamente diverso quando l’immigrazione non può sopravvivere senza lavorare, ovvero quando assume di fatto una connotazione parassitaria che drena miliardi di euro annui [5]. Se il lavoro è questione di sopravvivenza, lo è anche imparare la lingua e accettare leggi e consuetudini del Paese ospitante. Perciò l’integrazione stessa è favorita dalle condizioni di necessità. Viceversa, ove il welfare soccorra l’immgrazione, succederà con più frequenza che si creino ghetti, che non s’impari la lingua e che restino costumi e mentalità pregresse. Peggio, poi, allorché l’immigrazione stessa fosse in qualche modo finanziata da Paesi esteri.

Sia come sia, gli Usa sono certamente una società multirazziale e multireligiosa; ma multiculturale assai meno che si pensi. Le leggi valgono per tutti, e sono leggi occidentali, che per es. tutelano la donna. Puoi divorziare, puoi anche avere mille amanti; ma non puoi avere più mogli, bensì una sola. E se il marito la percuote, può essere perseguito a norma di legge. Dunque il multiculturalismo è una contraddizione in termini. Accetteremmo forse che una giovane vedova fosse arsa sul rogo, solo perchè il marito è morto? Eppure vi sono culture dove ciò accade. Ne segue che gl’intellettuali multculturalisti o sono ipocriti o sono ignoranti. E, in entrambi i casi, socialmente disastrosi, ove e tanto in quanto egemoni.

Sicché «...un universalismo spurio che impone la perdita della memoria e il ripudio di sé» (n.12) è certo insoddisfacente. E questo è un discorso grosso. La memoria sociale è fondamentale; ma, se la memoria culturale italiana di oggi si riduce al mito della resistenza e dell’antifascismo, è troppo poco. Solo che la memoria sociale è in realtà la memoria della classe culturalmente egemone. È tutto qui. Cambia la classe culturalmente egemone, e cambiano le celebrazioni e la memoria collettiva. Ossia cambia lo scenario dei valori di riferimento. E, che vi sia da cambiare, chi non lo vede?

***

«Depauperate d’ideali nobili e inibite dall’ideologia multiculturalista a esprimere orgoglio patriottico, le nostre società hanno difficoltà a trovare la volontà di difendersi» (n. 20). Questo è vero solo in parte (vedi la recente politica difensiva di Minniti, ecc.). Il punto, però, è che ci si difende da ciò che si giudica un pericolo, o comunque non è funzionale alla propria superiorità. È per questo che si esagera un pericolo fascista che è nulla più di un fantasma, ossia un incubo ideologico di chi ha bisogno di quel nemico per legittimarsi [6]. Viceversa non ci si difende da ciò che non si reputa una minaccia alla propria egemonia.

E l’Islàm da molti intellettuali non è giudicato una minaccia significativa. Che poi, invece, lo possa realmente essere, è un’altra questione. Non vedere la differenza profonda fra immigrazione cinese, russa o filippina da un lato, e islamica dall’altro, è essere ciechi. Ovviamente, che vi siano moltissimi musulmani sostanzialmente pacifici, gratificati di vivere in Europa, pur mantenendo una fedeltà di fondo alla propria religione, è fuori dubbio. Il punto è un altro.

Dobbiamo cioè chiederci cosa accadrà plausibilmente, allorché la massa del mondo euroislamico raggiungerà o supererà la soglia critica del 20 o 30% della popolazione. Infatti, in una situazione media di tal genere, vi saranno aree estese con presenze superiori al 40% e forse anche con picchi oltre il 50% della popolazione. «In alcuni dei nostri Paesi vi sono zone intere in cui i musulmani vivono informalmente autonomi rispetto alle leggi vigenti, quasi fossero dei coloni invece che dei nostri connazionali» (n. 23). Se già la situazione è questa, perché questo Islàm non dovrebbe approfittare delle nostre Istituzioni democratiche per conquistare il potere politico? Cosa succederebbe se fossero promosse istanze secessioniste come in Kossovo?

Sono domande che la lungimiranza politica non può ignorare; tanto più che tali rivendicazioni potrebbero trovare una sponda internazionale nei Paesi islamici grandi produttori di petrolio. Ma non le può ignorare neppure la lungimiranza culturale, perché la prudenza di giudizio né sottovaluta, né sopravvaluta i rischi. E noi siamo in una situazione culturale squilibrata, che vede il pericolo fascista nell’etichetta di una bottiglia di vino o in un ciondolo; e ignora sistematicamente le correlazioni tra Corano e attentati del fondamentalismo islamico [7].

Pensiamo a quello che fu il fenomeno delle BR. La correlazione dei loro attentati con l’ideologia rivoluzionaria comunista era evidente a tutti, tranne a quegli intellettuali che continuavano a chiamarli «compagni che sbagliano». E la forza e diffusione del brigatismo rosso – nelle sua varie militarizzazioni – era correlata all’ampio brodo di cultura del marxismo italiano. Da lì traevano linfa, lì potevano trovare coperture. E, se il brigatismo rosso fu sconfitto, fu solo per la scelta politica del PCI, ancora capace di presidiare i suoi territori, che da quel brodo di cultura riuscì a isolarli.

Come dunque non vedere il rischio che si annida in una esplosione esponenziale della presenza islamica in Europa? Più si allarga il brodo di cultura, più aumenta il rischio fondamentalista. Con la differenza che non è tanto chiaro se esista e chi possa essere, all’interno di quel mondo, un’Istituzione che possa funzionare come il PCI col brigatismo rosso. E dunque l’allarme lanciato dai firmatari del documento almeno non andrebbe ignorato.

«Quando le si sfida, le nostre classi dirigenti dicono che la loro è semplicemente la gestione dell’inevitabile e la sistemazione delle necessità più impellenti. Nessun’altra strada è possibile, e resistere è irrazionale» (n. 23). Cioè difendersi è irrazionale. È l’atteggiamento anticatecontico di cui ho detto nell’articolo su Epimeteo. Che poi tale deriva esprima il massimo della razionalità, è da discutere. Anche Gesù si è difeso, quando non era ancora la sua ora. Perciò non difendersi, perché consapevoli che l’«ora» è giunta, è un conto; non difendersi per dabbenaggine cecuziente è invece tutt’altra questione. E, se le classi intellettuali egemoni siano preda di superficialità cieca… Come diceva il detto? Dio li acceca e poi li fulmina? Già, ma per i laicisti Dio non esiste…

***

Di spunti meritevoli di commento – e talvolta critico – ve ne sarebbero ancora parecchi, ma chiudo con questo passaggio: «L’intrattenimento popolare e il consumo materiale non alimentano la vita civica» (n. 20). Il punto è cruciale. Nelle analisi più consuete si attribuisce la crescita enorme dell’astensionismo alla sola e crescente repulsione per i partiti. Fenomeno che sicuramente esiste; ma che ha poco senso contro i pentastellati. Se tutto si riducesse ad antipolitica, i grillini dovrebbero intercettare un consenso molto più ampio di quello che in effetti aggregano, facendo così scendere l’astensionismo a livelli più omogenei rispetto al passato (più o meno a un 25-35%). Invece non è così. Quindi ci sono altre concause. Ed è plausibile che lo sbracamento etico abbia come effetto collaterale il disinteresse civico. Cosa che, ovviamente, i profeti radical-chic non vedono, né immaginano minimamente, essendo – come scrissi – nipotini di Epimeteo.

Note

[1] «E ora l’Europa cerca di restringere ancora di più la libertà di parola, una libertà che è stata europea sin dal principio e che equivale alla manifestazione della libertà di coscienza. Ma gli obiettivi di queste restrizioni non sono l’oscenità e le altre aggressioni alla decenza nella vita pubblica» (n. 16). C’è del vero. Segnalo: E. Roccella-L. Scaraffia, Contro il cristianesimo. L’ONU e l’Unione Europea come nuova ideologia, Piemme, Casale Monferrato 2005. Reagire contro gli eccessi intolleranti a senso unico del laicismo europeo è ormai inderogabile; e doveroso, se ancora si creda ai valori della tradizione cristiana.

[2] Cos’è l’Europa «vera»? Chi ha la legittima autorità per definirla tale? Questo linguaggio non funziona. Si può dire che l’Europa immaginata da De Gasperi non è certamente quella degli eurocrati di oggi. Oppure si può parlare dell’Europa di Carlo Magno. Ma «Europa vera» – per sé – sembra un delirio o poco meno. C’è però da osservare che io mi baso sulla traduzione italiana del documento; ed è possibile che, nelle lingue in cui fu pensato, la terminologia fosse più precisa e adeguata. Sia come sia, di scivoloni se ne potrebbero annoverare anche altri, ciò che stupisce, posti i firmatari. Tuttavia io credo che le cadute di rigore siano dovute essenzialmente al linguaggio polemico da loro scelto, che può anche avere un senso. Perciò mi pare più costruttivo riprendere la sostanza dei messaggi più incisivi che il documento vuole trasmettere, tralasciando quanto di più discutibile.

[3] Selezione naturale, nel senso che chi si lascia travolgere dalla droga si mette fuori da una socialità attiva, diventa un relitto marginale, nel migliore dei casi un parassita della pubblica assistenza; peggio se risucchiato dal vortice malavitoso.

[4] Questo è vero solo in parte. Quando si toccano temi come l’emancipazione femminile, si scatenano le leonesse…

[5] E passi, se si fosse in condizioni lussuose. Ma con uno Stato così indebitato e vincolato dall’UE, al punto da non poter soccorrere le fasce indigenti in modo conveniente, né capace di favorire in modo massiccio gli investimenti e la crescita economica, la cosiddetta “guerra tra poveri” diventa inevitabile. Che poi i salotti chic inorridiscano della «neobarbarie medievista»… Siamo – temo – alla nemesi: «Il popolo non ha pane!» «Dov’è il problema? Ma dategli le brioches, no?». Appunto…

[6] C’è un motivo banale, che rende del tutto irrealistico il ritorno del fascismo (con buona pace di Vauro & c.): manca il brodo di cultura, ossia una mentalità diffusa che possa con-sentire con quella visione del mondo. Detto diversamente: è impensabile una scalata democratica del fascismo, semplicemente per assenza di numeri. Il 9% di Casa Paund a Ostia – che ha così tanto allarmato – corrisponde a circa il 3% dell’elettorato complessivo: un nulla (e altrove è molto meno, di solito molto sotto l’1%). D’altra parte anche la presa del potere attraverso un colpo di stato è molto meno realistica di quanto lo fosse all’epoca di De Lorenzo. I vertici delle Forze Armate sono oggi frutto anche di due governi Prodi, del governo D’Alema, e dei governi Letta, Monti, Renzi e Gentiloni. È pensabile che siano rimasti fascisti in posizioni apicali?

[7] Ovviamente non mi riferisco a Magdi Cristiano Allam, o ad altri sulla sua stessa linea, ossia a minoranze di solito contestate con la tecnica del 4 contro uno (ciò che li fa apparire televisivamente degli stupidi, anche se non lo sono affatto). Mi riferisco agli esponenti del pensiero egemone.

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19/11/2017
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