Storie

di Valerio Musumeci

Ma la mafia non è morta con il capo dei capi

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È suggestivo che la stagione di governo di Nello Musumeci, insediatosi alcune ore fa Palazzo d’Orleans dopo il passaggio di consegne col predecessore Rosario Crocetta, si apra con la morte del boss siciliano più temuto di sempre.

“La belva” Totò Riina si è spenta venerdì scorso, con precisione geometrica, il giorno dopo il suo 87esimo compleanno e il giorno prima della nascita della nuova Legislatura. Musumeci governerà su una Regione senza più Capo dei Capi, se è vero come dicono che il vecchio assassino fosse ancora il vertice di Cosa nostra; ma non governerà su una Regione senza più mafia, se le cosche continuano ad operare in modo puntuale su tutto il territorio e le mani della mafia arrivano ovunque, anche vicino alle Istituzioni. Sono mani sporche di sangue, è bene ricordarlo, prima che una certa concezione contemporanea derubrichi Cosa nostra a una sorta di comitato d’affari, ad un gruppo di speculatori finanziari non troppo diversi da quelli che agiscono più o meno lecitamente sui mercati.

Certo la mafia si è digitalizzata e modernizzata, e l’immagine del vecchio padrino con la camicia a quadrettoni e le bretelle farebbe un po’ ridere, se quel vecchio padrino non avesse fatto ammazzare centinaia di innocenti e inondato di sangue l’Italia con il piombo delle sue pistole e con la polvere delle sue bombe. Ma anche oggi la mafia ha le mani sporche di sangue, come raccontano le inchieste portate avanti quotidianamente dalla magistratura e dalle Forze dell’Ordine.

Nella Catania tanto cara al nuovo Presidente della Regione, ad esempio, non più tardi di una settimana fa i Carabinieri del ROS hanno decapitato i nuovi vertici dei clan Santapaola-Ercolano e Mazzei. Le indagini hanno permesso di ricostruire le dinamiche di potere della famiglie catanesi, e le tensioni dovute al tentativo dei “carcagnusi” di prendere piede sul territorio, oltre i confini stabiliti, approfittando del momento di confusione dei Santapaola. Tensioni che sarebbero potute sfociare in rappresaglie, al punto che le due famiglie si scambiano ambascerie su come evitare lo scontro.

Sono i Santapaola ad avvertire i rivali come per amore della pace occorra fare pulizia al loro interno, “rimuovendo” chi in un momento così delicato può compromettere la pax mafiosa. E sono ancora i Santapaola a rivendicare di essere stati i primi a fare pulizia, in una conversazione agghiacciante captata dagli inquirenti: “La nostra storia ci porta che noi abbiamo avuto dei problemi dentro casa nostra e noi stessi li abbiamo risolti… – dice un portavoce del clan – Quando noialtri abbiamo avuto Angelo e ’mbare, Angelo ha pagato per tutti gli sbagli che ha fatto! Lui infatti prendeva le decisioni lui solo, non si considerava nessuno completamente… e là è stata la stessa cosa.. tutti quanti si sono seduti… E si chiamava Santapaola… si chiamava Santapaola, non si chiamava con un altro cognome… questo, per farti capire… perché quando muore un Santapaola… viri ca fa sgrusciu… e questi sono gli esempi che abbiamo dato per gli sbagli che ha fatto”.

I boss intercettati dai Carabinieri non stanno parlando di fiori o vaghezze. Paventano la rimozione di una persona, presumibilmente tramite un omicidio, per evitare uno scontro tra le famiglie le cui conseguenze potrebbero essere imprevedibili. Troppo poco per parlare di una nuova guerra di mafia ai piedi dell’Etna. Ma abbastanza per affermare che l’aspetto militare e violento di Cosa nostra sia niente affatto sopito. La ferocia e la sete di sangue dei clan non si sono esaurite, né sono stati risucchiate in un buco nero con la morte della “belva”. Ciò che ha seminato sangue nell’Italia degli anni Novanta esiste ancora, come ha ribadito ieri in un’intervista a Repubblica Palermo Nino Di Matteo, il PM che Riina voleva morto. A questa potenza bestiale si affianca un’inquietante capacità di inserimento nelle classi dirigenti e finanche politiche, mostrata in nuce dalla mafia del Novecento e divenuta oggi un aspetto fisiologico della nostra società. Non fa strano, purtroppo, pensare che alle elezioni si siano presentarsi soggetti contigui ad ambienti criminosi.

Dopo le stragi degli anni Novanta, la stagione del cordoglio e della rivolta a Cosa nostra, dopo il fiorire di movimenti antimafia, dopo le dimissioni di due Presidenti della Regione accusati a vario titolo di rapporti con la mafia, la Sicilia che presenta alle elezioni decine di “impresentabili” racconta la storia della sconfitta di ogni valore, di un gattopardo sordo e cieco intento a divorare se stesso. In una terra che è un antinferno popolato da ignavi, cittadini politici imprenditori incapaci di reagire nonostante la Storia, nonostante l’Esempio, nonostante gli Eroi.

Sui giornali si è scritto fino alla nausea degli “impresentabili” e della responsabilità grave di chi li ha candidati. Libere elezioni, celebrate da meno della metà dei siciliani, hanno designato il nuovo Presidente insediatosi questa mattina a Palazzo d’Orléans. A Nello Musumeci va l’augurio di tradurre in pratica tutto ciò che ha promesso in merito alla propria indipendenza e volontà di consegnare tra cinque anni al suo successore una Sicilia diversa. Dovrà farlo con la consapevolezza piena che i poteri criminali non hanno perso un briciolo della loro crudeltà e ferocia, e che la scomparsa del Capo dei Capi, morto in silenzio senza mai pentirsi, può essere tutt’altro che un buon presagio. Il male in Sicilia esiste ancora. E la prima responsabilità di chi governa dovrà essere di combatterlo. O al successore si consegneranno, come sempre, soltanto macerie e parole.

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21/11/2017
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