Chiesa

di Emiliano Fumaneri

Don Pieri e le caritatevoli picconate del confratello

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L’ha proprio fatta grossa don Francesco Pieri chiedendosi, su Facebook, chi abbia più morti sulla coscienza tra Totò Riina e Emma Bonino. La macchina del fango è entrata di nuovo in azione. Ma al fuoco nemico siamo abituati. Fa assai più male il fuoco amico. Come quello proveniente da un brutto articolo apparso sul Sussidiario.net a firma di don Federico Pichetto (“Peggio Riina o la Bonino? La vera perversione della realtà e il fortino cattolico”, 20/11/2107).

Pichetto difende questa idea: don Pieri ha torto perché il sistema mafioso, verrebbe da dirlo con una espressione squisitamente pannelliana, è più “corrotto e corruttore” del sistema abortista.

È in parte condivisibile quanto scrive don Pichetto sul sistema mafioso. Il sacerdote ciellino coglie alcune caratteristiche essenziali della mafia: la vischiosità, la capacità di penetrare surrettiziamente nella zona d’ombra al confine tra legalità e illegalità, la sua natura di struttura di peccato che anestetizza le coscienze e spinge i propri membri a delinquere, per così dire, in buona coscienza.

Pichetto dice il vero anche quando afferma che la mafia rappresenta il pervertimento di una sana socialità. La sua caratteristica, scrive infatti, consisterebbe nel «mutuare le dinamiche sane del vivere sociale per metterle al servizio di un apparato criminale». Effettivamente la mafia incarna, a livello psicologico, i tratti di una femminilità distruttrice: l’archetipo negativo della Grande Madre, coi culti oscuri, con le sue fedeltà feroci, il suo familismo amorale. Essa è la società dei “mammasantissima”, dei figli della Grande Madre Mafia. Da questa mentalità discende una concezione persecutoria che porta ad aggredire con violenza il nemico esterno, il non affiliato, considerato una minaccia da cui difendersi.

Ma queste intuizioni, per quanto corrette, non impediscono al genovese, e dunque nordico, Federico Pichetto di cadere nel più classico dei luoghi comuni sulla natura della mafia: la convinzione che il fenomeno mafioso sia la manifestazione di una sorta di Ur-Meridionalità, un retaggio ancestrale e rurale, la sopravvivenza di una arretratezza feudale avulsa e lontana dal moderno sviluppo economico-industriale.

Questa idea è priva di fondamento storico-sociale. La mafia nasce all’indomani del 1860. E fin da subito ha cercato l’abbraccio della politica, delle istituzioni, del notabilato. Pertanto non si può affatto considerare, come scrive don Pichetto, «uno dei tumori più antichi che si porta dietro l’umanità». La mafia è altra cosa rispetto al banditismo e alla delinquenza, realtà che la mafia ha in parte combattuto (per monopolizzarne le funzioni) e di cui in parte si è servita e ancora si serve. Allo stesso modo, la mafia oggi coopera con le organizzazioni terroristiche (basti pensare al patto tra ‘ndrangheta e Hezbollah o ai nessi più recenti con l’Isis) nel campo del commercio della droga.

Né basta a designare il fenomeno mafioso lo stato di corruzione dei suoi affiliati. La mafia non consiste semplicemente nel crimine perpetrato in buona coscienza. Tipico della mafia è piuttosto il crimine come attività imprenditoriale, gestito con criteri manageriali per accumulare potere e profitto. Il delitto come impresa, come recita il titolo di uno dei saggi più acuti sul tema della mafia.

La mafia dunque non è affatto estranea alla modernità.

È discutibile anche il giudizio di Pichetto sulla natura dell’abortismo nella società moderna. Innanzitutto bisognerebbe invertire il giudizio storico. Se c’è una piaga antica, questa è proprio l’aborto: una pratica universalmente nota fin dalla preistoria dell’umanità. Ma fino agli anni ’60 dello scorso secolo la pratica abortiva risentiva di quanto Ivan Illich ha chiamato il «genere vernacolare»: una società a sfere separate, dove il maschile e il femminile circoscrivono ambiti distinti. Allora l’aborto rientrava nell’universo nascosto, “privato” e ufficioso del femminile: il mondo dell’interno, della casa, corrispondente al mondo “interno” della gestazione e della nascita proprio del corpo femminile. Ma sul piano “pubblico”, dominio maschile per eccellenza, esso era soggetto a una universale condanna morale. Per questo l’aborto era al tempo stesso tollerato “ufficiosamente” e condannato “ufficialmente”.

Comunque si voglia giudicare una società in cui accanto ai pregi convivevano anche difetti e sopraffazioni considerevoli, resta il fatto che il suo tempo si è esaurito. Oggi l’aborto è diventato un problema politico. È sorto l’abortismo, cioè l’ideologia dell’aborto, la giustificazione teorica e pratica dell’aborto.

Anche in questo caso Pichetto dice una mezza verità. E come ogni mezza verità essa è particolarmente distorta, più vicina al falso che al vero. L’abortismo è effettivamente «la metastasi di una modernità impazzita». Ma è un grave errore di giudizio non considerare che l’abortismo, come ogni ideologia, serve a mascherare i reali rapporti di forza della società. In una parola, si accompagna anch’esso a una struttura di peccato legittimata dall’ideologia abortista e resa invisibile agli occhi della coscienza.

Se il sistema mafioso è il delitto fatto impresa, il sistema dell’aborto legale è il delitto fatto norma, istituzione. E nel caso di multinazionali come Planned Parenthood l’attività abortiva assume anche una vocazione imprenditoriale.

Ma resta una differenza fondamentale rispetto al sistema mafioso: che l’aborto, nella quasi totalità degli stati, è una attività legale, legittimata a norma di legge.

Pichetto accenna appena alla natura strutturale del peccato nell’abortismo. Si sofferma infatti sull’inenarrabile senso di colpa che affligge le donne e i medici che lo compiono, per quanto «sorretto da un sistema giuridico e burocratico» che ne ottunde le coscienze. Il punto è esattamente questo. E incredibilmente sfugge a don Pichetto. Cos’è che sfugge? Che una struttura di peccato è una perversa macchina sociale capace di produrre coscienze anestetizzate e di banalizzare il male.

Un pensatore caro a Comunione e Liberazione – e certamente poco accusabile di “estremismo” – come Fabrice Hadjadj definisce il sistema abortista la «società del crimine perfetto»: una realtà sociale in cui tutti, dai vertici ai bassifondi della scala politica e sociale, sono convinti di aver agito in buona coscienza, dove il delitto avviene in un clima di intima familiarità, dove le vittime sono consenzienti, le autorità complici, le responsabilità parcellizzate al massimo. È un sistema dove ci si prefigge precisamente di azzerare quel senso di colpa che in una coscienza sana, diceva il cardinale Ratzinger, è analogo al dolore fisico che segnala un disturbo nelle ordinarie funzioni corporee.

Anche l’abortismo, caro don Pichetto, promuove la legittimità dell’omicidio, riduce la persona a ingranaggio di un sistema maligno. Produce personalità come quella del dottor Silvio Viale, che mena vanto d’essere un frullatore di bambini.

Sono esattamente i sintomi dello stato di corruzione di cui tanto parla papa Francesco, che don Pichetto menziona senza però avvedersi di quanto essi si applichino tanto al sistema della mafia quanto a quello dell’aborto legale.

Un cuore corrotto, scrive Francesco nell’opuscolo “Guarire dalla corruzione” è un cuore profondamente malato, affetto da una vera e propria cecità interiore. Il corrotto, a differenza del peccatore, non vede più il proprio peccato. La sua coscienza, quell’organo del senso morale, è quasi allo stato cadaverico. È indice, questa cecità spirituale, di una volontà malata in radice, contrassegno di una coscienza anestetizzata, talmente rinserrata nella propria autosufficienza da non accorgersi del proprio stato di putrefazione. Questo cumulo di resistenze interne spiega l’ostinata impermeabilità di un cuore corrotto alla correzione fraterna. Ecco perché l’unico modo per sanare dalla corruzione passa sovente attraverso uno choc, attraverso qualche evento traumatico. Solo situazioni il cui prodursi è indipendente dalla propria volontà (malattie, perdite laceranti, sconquassi esistenziali, ecc.) consentono di spezzare la spessa schermatura di un’ossificazione corrotta e permettere così l’accesso della grazia.

E perché non anche attraverso una forte provocazione come quella di don Francesco Pieri? Anche perché, come ha ricordato ieri l’editorialino della Croce, il paragone tra aborto e crimini di mafia ha un precedente proprio nelle parole di papa Francesco.

Senza contare che è di tutta evidenza quanto oggi, nell’opulento Occidente, ci sia una differenza abissale tra la considerazione morale del sistema-aborto e quella del sistema-mafia. Non si tratta certo di assolvere un sistema a scapito dell’altro (mai nessuno, men che meno don Pieri, ha affermato qualcosa del genere ed è segno di disonestà intellettuale affermarlo) ma di evidenziare che lo stato della corruzione delle coscienze, sul tema dell’aborto, è assai più grave e più diffusa nel corpo sociale. Perché nessuno, salvo i mafiosi e i loro complici, è convinto che la mafia sia un progresso morale e civile. Non c’è tribuna né istituzione politica che, per quanto infiltrata dalla mafia, la acclami come espressione di progresso civile e morale.

Tutt’altro discorso per l’aborto e i suoi manutengoli, esaltati dal potere mediatico e politico come paladini dei “diritti civili”.

Come se non bastasse, nella conclusione del pezzo don Pichetto va anche oltre. Non si limita a enumerare i torti del suo confratello sacerdote finito sulla graticola dei media ma lo addita anche quale espressione di quella porzione di chiesa risentita e incapace, secondo una retorica ormai stantia, di leggere i segni dei tempi (anche se oggi tirano di più espressioni ecclesialmente corrette come «poliedricità della realtà» et similia). E non solo: l’articolo del Sussidiario si lancia in un autentico processo alle intenzioni con l’accusa di voler trasformare «la Chiesa in un fortino estremista incapace di comprendere le vicende del nostro tempo perché preoccupato solo di non smettere di avere ragione. E, quindi, di avere potere».

Anche qui c’è da trasalire. Da quando avere ragione equivale ad avere potere? Il profeta, colui che si fa latore del giudizio di verità di Dio sul mondo, è esattamente chi ha ragione senza avere potere. La profezia è il potere dei senza potere, direbbe Vaclav Havel. Proprio perché dicono la verità (hanno ragione) senza avere il potere i profeti vengono perseguitati e uccisi per aver ricordato scomode verità a chi realmente detiene il potere. Nella famosa fiaba di Andersen è un solo un bambino, eterno simbolo della voce profetica, ad avere il coraggio di dire la verità sulle nudità dell’imperatore. La massa sta zitta. I ragazzi della Rosa Bianca stamparono e diffusero qualche volantino di denuncia. Oggi avrebbero postato su Facebook. Finirono decapitati da chi, come i nazisti, aveva il potere ma non la ragione.

Difficile sfuggire a una impressione che si fa sempre più forte. La sensazione è che a ricercare l’abbraccio del potere non sia chi, come il don Pieri di turno, finisce nel tritacarne della gogna mediatica, vilipeso e irriso per aver ardito istillare qualche dubbio sulla reale consistenza dei vestiti dell’imperatore. L’impressione è che qualcun altro cerchi di negoziare col potere le condizioni della propria sopravvivenza per ricavarsi una sezione di rito cattolico – o di rito ciellino – nella società radicale di massa, fasciando una umanissima paura con le nobilissime vesti degli ideali evangelici o perfino con quelle della profezia. Ma la realtà è che sotto queste vesti trasparenti come i vestiti dell’imperatore si celano ben altre nudità. Prima fra tutte l’antica tentazione del clericalismo, ovvero l’abitudine di ingraziarsi il Principe stando buoni, rispettosi, in silenzio, accodandosi all’ala marciante della storia. Una ottima strategia di sopravvivenza, l’ideale per mendicare protezione. Ma chiamiamola, per favore, col suo vero nome. Che non è fortezza né coraggio. Meno che meno profezia.

22/11/2017
1512/2017
Beata Maria Vittoria de Fornari Strata

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