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di Claudia Cirami

Il manuale d’imperfezione e resistenza firmato Costanza Miriano

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Dopo la lettura di Si salvi chi vuole. Manuale di imperfezione spirituale (Sonzogno, 15, 00 euro, p. 160), opera ultima di Costanza Miriano, sono arrivata ad una conclusione: addormentarmi durante la recita del Rosario, mentre biascico il terzo mistero della Gloria (quello della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli) non può essere catalogato come il fenomeno detto “riposo nello Spirito” o come rapimento mistico. È solo un banalissimo colpo di sonno, non è il caso di accreditarlo come grazia soprannaturale. Altresì sono arrivata ad un’ulteriore conclusione: il testo di Costanza Miriano è bellissimo. Sì, lo so: potrei sforzarmi di trovare un aggettivo più ricercato, ma tradirei la quintessenza di queste pagine. Perché c’è una bellezza incontrovertibile, così limpida e accessibile a tutti, nell’itinerario spirituale che la giornalista e scrittrice ci propone. Tutti possiamo diventare monaci, fin da ora (e molti lo sono già). Perché in questi tempi, che shakerano confusione, illusione e due dita di persecuzione, resistere è sopravvivere. Pare che il modello più gettonato di resistenza sia ancora un certo Benedetto da Norcia e la sua formidabile regola. Ma per un monaco in città occorre qualcosa di semplificato. Ci pensa Costanza Miriano.

Come si fa a diventare monaci? Per la scrittrice, che ha il suo attivo diversi bestseller, basta seguire le cinque colonne: Parola di Dio, preghiera, confessione, Eucaristia, digiuno. Non importa che il monastero sia wi-fi invece che uno spazio reale: si è come monaci lo stesso, impegnati fino in fondo nella lotta più importante, quella contro il peccato. Ma perché proprio monaci? Miriano scrive: «Chi procede a tentoni, oltre a fare delle solenni cretinate, può finire per accorgersi di aver mancato il bersaglio della propria vita […] Chi ha un progetto invece può districarsi nelle giornate più piene, e se è fedele al suo progetto, una pietra dopo l’altra, un colpo di scalpello dopo l’altro, può tirar su una cattedrale della sua vita, a volte senza essere neppure del tutto consapevole dell’opera d’arte compiuta» (p. 13). La Tradizione ininterrotta della Chiesa ci ha presentato queste figure di uomini e donne che hanno provato a costruire “cattedrali” ovunque, finanche nel deserto, sapendo che la battaglia per domare il proprio cuore è ardua, ma non impossibile. Se molti di loro hanno conseguito il premio finale, perché non possiamo provarci anche noi? La vita spirituale non è opzionale per un credente in Cristo. L’esperienza straordinaria di Frossard, per esempio, iniziò proprio con una “voce” che gli suggerì le parole: “vita spirituale”. L’autrice, riportandoci ad un contesto di impegno radicale, ci suggerisce che anche noi possiamo – pur lottando sempre, con l’aiuto di Dio – vincere la sfida più importante per il cristiano: entrare nella Vita Eterna. Forse saremo meno affidabili di Antonio Abate o di Teresa d’Avila, ma Dio può edificare qualcosa di buono anche con i nostri limiti. Gli basta il nostro sì.

Nel trattare ognuna delle cinque colonne, di quell’edificio da costruire che è la nostra vita spirituale, Costanza Miriano offre consigli e sa motivarli, consapevole che provengono da quanto di meglio, in termini di incontri umani, le è stato possibile sperimentare in questi ultimi anni. Nell’elenco di ringraziamenti finali sono presenti tanti sacerdoti: non solo da loro, certo, ma anche da questo numero di ministri di Dio arriva quella sapienza spirituale che l’autrice spande, generosamente, a piene mani. Lo fa con l’ormai arcinota ironia, suo tratto peculiare, che riesce a strapparti un sorriso anche nei momenti più riflessivi. Del resto, Papa Francesco mette in guardia dall’essere cristiani con uno “stile di Quaresima senza Pasqua”: sorridere non ha mai fatto male.

Miriano, nel suo libro, si fa accompagnare dalla sapienza bimillenaria della Chiesa, esplicitata nelle affermazioni pacate ma nette dei suoi santi. Il testo, tuttavia, appare segnato anche dalla spiritualità conciliare: più volte, direttamente o indirettamente, l’autrice perugina cita il Concilio Vaticano II, nella ricchezza densa e significativa dei suoi documenti e nella sua straordinaria apertura alla chiamata universale alla santità. Con eleganza risolve dunque quell’annoso (e noioso) e anche un po’ falso dilemma relativo a quale parte della storia della Chiesa buttare nella pattumiera, a seconda di quale prospettiva scegliamo: Costanza – forse anche perché è donna e le donne tendono a far spazio – non butta via niente. Si affida a Santa Teresa D’Avila e a Dei Verbum, cita la Didaché e Lumen Gentium. Come il noto padrone di casa del Vangelo, quello che trae dal tesoro cose nuove e cose antiche (cf. Mt 13, 52). Perché un tesoro prezioso non può essere sezionato per gettare via alcune parti (non si può fare nemmeno la differenziata): va custodito e amato per intero. Del resto, occorrerebbe avvisare chi non l’ha ancora capito che la C delle abbreviazioni a. C. e d. C. sta per Cristo, non per Concilio.

Ritroviamo nel testo i protagonisti della vita familiare della scrittrice, ormai presenze note e gradite ai suoi lettori. Il marito che “contiene”, i figli che “demitizzano”, le figlie che “danno colore”. Questo quotidiano, in apparenza, sembra non offrire il contesto adeguato per lo sviluppo della vita spirituale. Ma – come ci fa comprendere la scrittrice – se riusciamo a far spazio ad un serio programma, magari guidati da qualcuno che è un po’ più avanti di noi, è proprio l’assunzione del presente che viviamo, l’accoglienza dei limiti delle persone che ci stanno accanto (noi non siamo migliori di loro), a spianarci la strada per essere uomini e donne che cercano e trovano Dio, come i monaci. Come più volte è accaduto nei suoi libri, l’autrice ci ricorda che non possiamo sfuggire al nostro quotidiano. Ma possiamo accoglierlo e amarlo, facendoci plasmare dalla Grazia per modificare il modificabile (soprattutto in noi stessi) e abbracciare serenamente quello che non si può cambiare (soprattutto al di fuori di noi).

Ancora una volta, l’ennesima, è una Costanza vicina, amica, compagna di viaggio, quella che ci viene incontro in queste pagine. Non assume pose da badessa, né – ancor più – da donna le cui virtù eroiche siano state già riconosciute in vita: sebbene lo scrivere a notte fonda pagine così meritevoli, senza dimenticare l’immancabile accenno al leopardato, potrebbe essere un buon motivo per farlo (magari lo suggeriamo noi alla Congregazione per le cause dei Santi). Specialista – come molti di noi – nell’argomento “sonno pseudo mistico”, la Miriano ci racconta anche la fatica della fedeltà alla preghiera quotidiana, la ricerca spasmodica della Messa più vicina, la difficoltà di digiunare. Nei suoi sforzi di proseguire nonostante gli ostacoli ritroviamo i nostri, nel suo desiderio di crescere spiritualmente rivediamo il nostro.

Non manca un cenno all’attuale situazione che sta vivendo la Chiesa. Sospesa come sempre tra il richiamo del passato e le spinte futuristiche, oggi la barca governata da Pietro appare però in equilibrio precario, trasportata, com’è, da una corrente di incertezza interna che, se non è sconosciuta ad altre epoche, è amplificata mediaticamente. L’atteggiamento della scrittrice è però encomiabile. Come Maria, sembra meditare ciò che non comprende nel suo cuore, senza lasciarsi trascinare dalle previsioni catastrofiche né dalla fiducia in sorti magnifiche e progressive: «Quando si sta in mezzo a un temporale, non è utilissimo andare in giro a vedere se stia facendo danni o stia invece giovando alla campagna: tanto, finché la pioggia scende, è impossibile capire. L’unica cosa da fare è cercare riparo» (p. 146), custodendo la propria fede, senza farsi distrarre dai tutto quello che “grida” intorno a noi. Sembra la scelta migliore: ancora una volta Costanza Miriano non delude.

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22/11/2017
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