Società

di Lucia Scozzoli

Emergenza sessista

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Alla voce “emergenza sessista” archiviamo l’ultimo delirio andato in scena al comune di Bari, dove la consigliera del gruppo misto Irma Melini ha montato un putiferio perché nel corso della votazione del 14 novembre, qualcuno ha scritto una parola oltraggiosa al suo indirizzo su una scheda al riparo dell’anonimato.

La parola segretissima non è stata letta ad alta voce, quindi non sappiamo di che terrificante insulto si trattasse, ma la Melini ha sporto denuncia in procura. Contemporaneamente in consiglio non si sono fatti mancare la pantomima del sorteggio del perito che dovrà fare la perizia calligrafica per scoprire chi è il maleducato che ha scritto, ad un consiglio comunale, durante una votazione ufficiale, un epiteto poco galante su una scheda, come alle elementari quando il bulletto della classe lasciava bigliettini con le parolacce sul banco del malcapitato di turno.

Un infantilismo di ritorno davvero sconfortante. Mi immagino il procuratore che dovrà svolgere l’indagine: chissà che gusto, ad interrogare questi scolaretti cresciuti, alla ricerca di quello che ha fatto il discolo.

Nel frattempo apprendiamo dagli onnipresenti social che tale Melissa Schuman, ex del gruppo femminile Dream (ammetto di non aver mai sentito nominare né lei né il suo gruppo, ma sarà la vecchiaia, non certo il fatto che abbia inciso giusto due dischi) a 18 anni sarebbe stata violentata da Nick Carter, il più giovane componente dei Backstreet Boys, allora 22enne. La Schuman, che oggi ha 33 anni, ha raccontato sul suo blog con dovizia di particolari l’avvenuta violenza, con l’immancabile hashtag #MeToo.

In breve, una sera del 2002 erano nella villa di lui a Santa Monica con due amici; giocano un po’ alla console, poi lui le chiede di accompagnarla nel suo studio per ascoltare la nuova musica su cui stava lavorando e qui si baciano. «Sapeva benissimo che ero vergine e molto cattolica. Lo sapevano tutti», racconta la donna sul suo blog. Lei gli dice no, lui insiste e la butta sul letto (ma c’era il letto nello studio?) e la costringe prima a subire sesso orale (se qualcuno mi spiega come si fa a fare del sesso orale ad una donna non consenziente lo ringrazio), poi a farlo a sua volta (se io fossi un uomo, ci penserei due volte prima di offrire ad una bocca vagamente ostile fornita di denti le mie parti basse), quindi a subire un vero e proprio rapporto sessuale. Il tutto mentre nella stanza accanto i due amici si facevano gli affari propri.

Sono sicura che Melissa abbia subito un rapporto che avrebbe volentieri evitato, ma non sono certa che in un tribunale il comportamento scorretto di Carter sarebbe passibile di una condanna penale. Dove sta il confine tra un’insistenza inopportuna ed una violenza? Se una donna non grida, non tenta di fuggire, si lascia fare cose e fa cose che presuppongono materialmente l’accondiscendenza, è difficile parlare di violenza. O, se volete, possiamo chiamarla violenza, però poi non so più come chiamare quello che ha subito la donna rumena di 29 anni, trovata ieri a Catanzaro, dai Carabinieri in un casolare in cui era segregata da dieci anni, ripetutamente violentata, denutrita, sporca, piena di ecchimosi. Che parola ci inventiamo per descrivere quello che le ha fatto quest’uomo, Aloisio Francesco Rosario Giordano, 52 anni, che l’ha incatenata ad una staffa di ferro conficcata nel pavimento, le ha fatto mangiare escrementi, vivere tra bidoni d’acqua putrida, secchi per i bisogni corporali e un letto di cartone?

Se andiamo a fondo scala con il bigliettino alla Melini, o anche solo con il rapporto estorto alla starletta entrata in disgrazia che si rammenta improvvisamente dopo 15 anni di aver subito un cunningulus non consenziente, poi ci manca il lessico per descrivere la mostruosità di Catanzaro. Spero che nessuno osi affermare che sono violenza in ugual modo.

Non è corretto fare una classifica delle violenze? Purtroppo dal punto di vista penale, non solo è corretto, ma pure doveroso, perché le pene vanno comminate con un criterio di proporzionalità al reato, per cui sarebbe arrivato il momento di chiudere la carrellata vittimista delle descrizioni delle esperienze spiacevoli vissute in campo sessuale da parte di questa marea di vip, per tornare ad occuparci delle donne che subiscono volenze oggettivamente tali anche per i tribunali, quelli veri, non i social.

Il clima di caccia al maschilista che si è creato nel paese è diventato tossico: non me ne ero resa conto pienamente finché non mi è toccato constatarlo di persona.

La settimana scorsa sono stata ad un corso di formazione insieme alla mia collega e, durante il giro di presentazione, ci siamo qualificate come ced. Il Relatore ha mostrato un istintivo moto di sorpresa: due donne che si occupano di informatica è una cosa rara. Ha poi pure domandato se avessimo almeno un collega uomo, alla stessa mansione, e al nostro diniego ha chiuso la battuta con un «complimenti». Episodio del tutto insignificante. Ma poi alla pausa caffè un’altra partecipante al corso si è sentita in dovere di venire a manifestarci la sua solidarietà per l’apprezzamento sessista che il relatore ci aveva riservato. Ho strabuzzato tanto d’occhi, ho abbozzato un sorriso conciliante e mi sono divincolata con un «sono ingegnere, sono abituata a muovermi in ambiti lavorativi preponderantemente maschili».

Ed in effetti è così: dai tempi dell’università, ho avuto a che fare per studio e lavoro quasi solo con uomini e devo dire che non ho da denunciare nessuno, assolutamente nessun atto non solo di maleducazione, ma nemmeno di pregiudizio o di diffidenza: i colleghi con cui ho avuto a che fare non hanno mai nascosto la sorpresa per ritrovarsi a collaborare con una donna, sorpresa che hanno sempre galantemente declinato come positiva. Mi sono sentita lusingata, non certo offesa, da chi in tante occasioni mi ha detto «son mi aspettavo prestazioni simili da una donna», perché, se è vero che in fondo una simile espressione sottintende un pregiudizio, è anche vero che ammette di averlo superato, e dimostra come quel pregiudizio, se davvero c’era, non ha comunque impedito a me di emergere e al mio interlocutore uomo di riconoscere le mie capacità lavorative al di là del sesso.

Questa tendenza dell’ultima ora di classificare pure le galanterie goffe come espressioni di sessismo rasenta la comicità, oppure evidenzia una mania di persecuzione in chi le ritiene tali.

A me piace essere riconosciuta come donna in un mondo maschile e anche di essere percepita in qualche modo come un corpo estraneo: questo riconoscimento mi garantisce protezione ed anche un certo vantaggio psicologico. Gli ambienti in cui le donne sono veramente trattate da uomini sono invivibili: un esempio estremo è l’esercito nordcoreano, di cui siamo venuti a sapere qualcosa pochi giorni fa grazie ai racconti di una ex-soldatessa, Lee So Yeon, che ha militato per dieci anni nell’esercito del suo paese, poi a 28 anni è fuggita verso Seul, è stata riacciuffata, si è fatta un anno in un campo di prigionia e infine è riuscita a raggiungere il confine cinese facendosi un pezzo a nuoto del fiume Tumen, come una specie di Rambo al femminile. Di quegli anni tremendi ha raccontato: «Non c’era acqua calda, le esercitazioni erano uguali a quelle degli uomini. Dopo pochi mesi nessuna aveva più le mestruazioni».

Per dieci anni ha dormito su un letto a castello, in una stanza condivisa con altre dodici donne. Ciascuna aveva a disposizione un cassetto. «Sudavamo molto, il materasso era fatto di paglia di riso. Non c’era acqua calda, il tubo da cui arrivava l’acqua per fare la doccia arrivava direttamente da un ruscello di montagna. A volte attraverso il tubo arrivavano anche rane e serpenti». Non mancavano nemmeno le violenze sessuali perpetrate dagli ufficiali, anche se Lee è stata risparmiata almeno da questo.

Non capisco cosa ci potrebbero guadagnare le donne dall’essere trattate come uomini: il corpo stesso si ribella, la maggiore debolezza fisica e anche emotiva farebbe di noi delle perdenti in un mondo che non tiene conto delle nostre peculiarità.

Assistiamo a paradossi che ci ostiniamo a non superare: una consigliera comunale che chiama la procura in sua difesa per un bigliettino con un insulto; una ex-vip che interpreta come violenza, con 15 anni di ritardo, la serata con la popstar, quando di certo lui ricorderà un piacevole variegato rapporto; una donna incatenata, picchiata, stuprata per anni, reclusa in una baracca; una vera soldato Jane che racconta con orrore il trattamento da uomo subito; una donna qualunque che manifesta solidarietà per l’offesa avvertita dietro ad un’esternazione di ammirata sorpresa di un uomo. Tutta questa roba va sotto il grande cappello chiamato sessismo e violenza di genere. Se permettete, sono un po’ confusa.

23/11/2017
1512/2017
Beata Maria Vittoria de Fornari Strata

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