Società

di Emiliano Fumaneri

Per far crescere l’homunculus occidentalis

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Alcuni anni fa una nota soubrette confessò d’aver abortito. Il suo compagno, ricco rampollo di un magnate cinematografico, non aveva accolto con entusiasmo, diciamo così, la notizia della gravidanza. Tanto che il suo primo pensiero era stato: come avrebbero fatto ora, con un neonato in fasce, ad andare in barca? Il piacere balneare finì per avere la meglio sugli obblighi della paternità e così i due, di comune accordo, si decisero per l’aborto.

Si staglia in negativo, in questa amara vicenda, l’immagine di una figura maschile che, esatto rovesciamento dell’Ulisse omerico, nega riconoscimento all’essere che ha contribuito a generare nella carne. Un uomo che lascia naufragare il figlio, simbolicamente prima ancora che materialmente, anziché abbandonare l’imbarcazione per accingersi a soccorrerlo. Se ne sbarazza – con disinteresse, almeno apparentemente – invece di sollevarlo, traendolo in salvo, dal deserto d’acqua dove la vita umana non può mettere radici.

Confesso d’aver spesso pensato a cosa potesse aver spinto questo agiato erede, cui certo non mancavano i mezzi materiali, a rifiutare in piena coscienza di diventare padre. La semplice combinazione del cinismo e della frivolezza? O forse qualcosa di più profondo, che lo ha privato, lui per primo, di ciò che è autenticamente umano?

Una riflessione che conduce lontano, finendo per rafforzare la convinzione che il destino di una vaterlose Gesellschaft (società senza padri) sia di trasformarsi in una kinderlose Gesellschaft (società senza figli).

Sembra vigere, nel nostro mondo, un imperativo categorico: evitare, fin dalla più tenera età, ogni rischio, ogni ferita anche minima, qualunque sforzo; per non parlare degli accenni al lato più tragico e oscuro dell’esistenza. Si pensa che così gli uomini crescano meglio, più sani. In realtà forse li si priva di una componente essenziale della loro umanità. Facendoli crescere in un ambiente che sa più di ospedale che di scuola si rischia solo di farli avvizzire precocemente.

Un’esistenza resa asettica richiede evidentemente di livellare ogni strada in salita per chiedere asilo alla comodità liquida e informe delle acque. Il demografo Roberto Volpi la denomina «pedagogia della sterilizzazione». Si tratta, fa notare Volpi, osserva Volpi, di una preoccupazione tipicamente materna (in particolare delle donne che hanno figli in età matura, come sempre più spesso è la regola nella nostra società). Una tale sollecitudine coinvolge soprattutto i figli più piccoli dando luogo così al più classico eccesso di cura, con la sua tendenza comprimere lo slancio caratteristico di questa età della vita. Risultano perciò sacrificati i tratti della vitalità, dell’inventiva, il senso della scoperta e dell’avventura, l’entusiasmo, l’attrazione per il nuovo e l’ignoto.

È una visione del mondo minimalista, non priva di una componente ansiogena, che considera l’esistenza come centro di tutti i pericoli. Secondo questa filosofia diventa perciò legittimo, anzi doveroso, sgombrare la vita da ogni rischio.

Il tipo umano prodotto da una tale pedagogia è stato ben descritto da José Ortega y Gasset in celebri pagine della sua opera più fortunata, “La ribellione delle masse” (1929).

La diagnosi di Ortega prende le mosse da una constatazione. Nel XIX secolo la nuova organizzazione tecnica del mondo, avvalorata dai princìpi della democrazia liberale, della scienza sperimentale e dell’industrializzazione, ha impresso una svolta decisiva alla storia dell’umanità. Con l’avvento dell’età industriale assistiamo a una sovrabbondante produzione di beni materiali cui si accompagna, in parallelo, la diffusione del comfort e dell’ordine pubblico. L’uomo medio vede così elevare, in misura inedita nella storia, il proprio standard di vita.

In una simile temperie ecco apparire sulla scena del mondo un nuovo tipo antropologico: l’uomo-massa, un individuo che, trovando davanti a sé un mondo così progredito tanto nel campo sociale come in quello della tecnica, è incline a crederlo un prodotto dell’evoluzione della natura.

Nato in un mondo troppo perfettamente organizzato, un mondo al quale non ha offerto alcun contributo di rilievo, giunge al paradosso di considerare il benessere come un fatto naturale, non come il vertice dell’organizzazione impressa alla società dal genio umano.

In un certo senso è come se interpretasse la società tecnologica secondo il filtro di una mentalità pre-logica, primitiva. Si accorge soltanto dell’esuberanza dei mezzi a propria disposizione, arrivando a vederli come una presenza ovvia e scontata, destinata a non mancare mai, come l’aria che respiriamo o il sole che vediamo sorgere quotidianamente.

E ancor meno l’uomo-massa è propenso a coltivare le virtù umane che hanno reso possibile gli enormi progressi nel campo tecnico, sociale ed economico. Non vede nei vantaggi della civiltà una conquista lunga e faticosa, che può essere mantenuta solo a prezzo di grandi sforzi.

Di fronte all’uomo-massa si spalanca soltanto la prospettiva di un perfezionamento illimitato delle condizioni di vita, un processo che egli crede generarsi spontaneamente. È uno scenario che fin dalla nascita incide nel suo diagramma psicologico tratti ben precisi.

Se da un lato uno spazio così sovrabbondante di possibilità eccita senza fine la libera espansione degli appetiti individuali, dall’altro propizia un atteggiamento di assoluta ingratitudine verso le realtà che hanno reso possibile la comodità dell’esistenza. Nessuno mai è riconoscente per quello che non viene mai a mancare, come l’aria, perché all’apparenza non è prodotto da nessuno.

La diffusione dell’uomo-massa inaugura una economia dell’ingratitudine che disconosce ogni debito simbolico con l’altro da sé, nei confronti del quale vanta unicamente dei crediti: tutto è dovuto. L’uomo-massa non si sente in rapporto con gli altri, non si cura che del proprio benessere.

Perciò cresce come un erede ingrato, che non si sente solidale con le cause che lo hanno beneficiato. In questo senso attecchisce in lui il germe della barbarie, che consiste soprattutto nella «tendenza alla dissociazione». Tutte le epoche barbare, constata con preoccupazione Ortega, non hanno prodotto che dissipazione umana portando a un pullulare di gruppi di ridotte dimensioni, separati tra loro e in stato di endemica conflittualità.

I benefit della nuova civilizzazione tecnologica, la facilità e le sicurezze economiche procurano una falsa sensazione: la percezione distorta di non avere alcun limite, di non essere sottoposti ad alcuna restrizione. Si è indotti a svalutare le difficoltà della vita dalla persuasione che, un giorno, anche per esse si troverà una soluzione tecnica.

Questi tratti contribuiscono a plasmare la tipica psicologia del bimbo viziato. È la forma mentis ordinaria dell’uomo massificato. Ortega lo attesta col ricorso a espressioni come «signorino soddisfatto», «l’erede che si comporta esclusivamente come erede». «Vezzeggiare, viziare», avverte lo scrittore madrileno, «equivale a non frenare i desideri, a dar l’impressione che tutto sia permesso, che non si abbia alcun dovere».

La comparsa del «signorino soddisfatto», esemplare più rappresentativo di uomo-massa, è l’anticamera dell’anti-civiltà. Ortega invoca, a questo proposito, lo spettro di una «invasione verticale dei barbari». Questi barbari non sono altro che i giovani. La società non deve soltanto difendersi dalle invasioni «orizzontali» dei barbari. La barbarie cresce anche «verticalmente», al suo interno, ad ogni generazione. In una certa maniera tutti i nuovi nati si trovano in una condizione barbarica: devono cioè essere introdotti, attraverso l’educazione, ai rudimenti della civiltà.

Ogni piccolo barbaro verticale ha bisogno di prendere confidenza col patrimonio di saggezza intellettuale e morale accumulato dai suoi avi. L’educazione delle nuove leve, da questo punto di vista, non è che un paziente lavoro di civilizzazione.

In definitiva educare non è altro che l’iniziazione alla cultura elaborata dalle generazioni precedenti, la trasmissione delle esperienze dei padri. È il tentativo di accostumare i nuovi membri della società ai suoi princìpi, agli usi, alle leggi, ai valori. In sintesi, è la consegna (questo era il senso della parola traditio, tradizione) di un contenuto di verità trasmissibile che consente la partecipazione delle giovani generazioni alla «forma» della società e permette di sostenere una continuità storica.

Giusto all’opposto, la miscela di primitivismo e di barbarie confluita nella psiche dell’uomo-massa lo ha reso impermeabile a questo lento processo civilizzatore facendone un essere indisponibile ad «ascoltare istanze esterne superiori a lui».

Ciò spiega perché egli viva dell’intricatissima civiltà tecnica e giuridica che lo ospita alla maniera del selvaggio nato e cresciuto nella foresta. Ad accomunarli è la visione della società come selva primigenia e spontanea. Da qui la pretesa di voler godere dei frutti della civiltà – che, nel caso dell’uomo-massa, sono rappresentati dai manufatti tecnici, dalle norme giuridiche, dal patrimonio di morale e saggezza, e così via – come se questi scaturissero per generazione spontanea. Come se fossero frutti degli alberi, a portata della mano che altro non deve fare se non coglierli.

L’uomo-massa, affacciatosi alla vita alla maniera del «figlio di famiglia» al quale «tutto è permesso», è convinto di poter agire in costante stato d’impunità. Si illude di poter fare in società tutto ciò che gli aggrada, come se si trovasse nella propria cerchia familiare.

È noto infatti che l’ambiente familiare, osserva Ortega, è una riproduzione soft e relativamente artificiale di quello reale: al suo interno si tollerano molti atti che in società, in pubblico, verrebbero sanzionati se non con durezza quantomeno con assai minore indulgenza.

Avanza e si impone, ad ogni livello della società, la tipica pretesa del fanciullo viziato: ereditare senza impegno gli agi, le sicurezze e i vantaggi della civiltà, considerati come diritti acquisiti una volta per tutte e senza sforzo. Vellicare un tale impulso è una spinta ad incoraggiare i comportamenti antisociali, equivale ad assecondare le tendenze incivili che ogni sana educazione si propone, all’opposto, di arginare e disciplinare.

Ogni conquista della civiltà nasce, infatti, non dall’istintualità, bensì dalla progettualità. E ciò è possibile solo in presenza della capacità di contenere le pulsioni immediate, quando si è in grado di differire la soddisfazione immediata di un bisogno.

Senso del limite, contenimento, autolimitazione, autocontrollo. Sono questi i contrassegni della personalità adulta e matura. L’incapacità di dilazionare un soddisfacimento immediato, strillare per ogni capriccio è invece l’atteggiamento tipico del poppante o dell’eterno adolescente, cioè di colui che ancora non ha terminato di “adolescere”, di crescere. All’opposto, «adulto» deriva dal participio passato di “adolescere”, ad indicare l’individuo in cui ha trovato compimento il processo di crescita. Persona adulta e matura, per definizione, è chi ha realizzato le potenzialità della propria natura.

Occorre riabilitare al più presto la figura del padre, unica vera via per consentire la crescita di quell’eterno “puer” che è diventato l’uomo occidentale.

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27/11/2017
1806/2019
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