{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} Tunnel degli orrori contro Cristo rappresentato alla Biennale

Storie

di Maria Bellafronte

Tunnel degli orrori contro Cristo rappresentato alla Biennale

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Si è conclusa la cinquantasettesima Esposizione Internazionale d’Arte intitolata “Viva Arte Viva”, prestigiosa rassegna che registra ogni anno 500 mila presenze, un terzo di studenti e bambini.

Nata nel 1895 per promuovere l’arte a Venezia, La Biennale è diventata un ente statale che dipende dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e vive grazie a contributi pubblici annuali di circa 15 milioni di euro (fonte: Corte dei conti – Relazione Biennale di Venezia esercizio 2015 http://www.labiennale.org/it/trasparenza)

Gli artisti che hanno partecipato a questa edizione sono 120 provenienti da 51 paesi, le presenze delle nazioni sono 86, nel complesso un considerevole impegno di risorse.

Si comincia dalla sede tradizionale con la visita degli edifici espositivi delle diverse nazioni nei Giardini, da qui parte anche il percorso proposto dalla curatrice Christine Macel (nei due “trans-padiglioni” così come vengono chiamati) che poi prosegue all’Arsenale negli altri sette spazi espositivi a tema allestiti dentro le strutture storiche.

Il visitatore medio passeggia per molte ore cercando nei titoli e nella guida di capire il significato delle opere ma il nesso risulta spesso paradossale. Dopo aver attraversato le Corderie, le Artiglierie e le Sale d’armi si cammina all’aperto sulla riva della darsena fino ad arrivare allo spettacolare squero delle Gaggiandre, attribuito a Jacopo Sansovino, un luogo silenzioso unico al modo e solo da poco aperto al pubblico. Vicino a questi monumenti attrae l’attenzione, soprattutto dei bambini, un portale ad arco con la scritta “Il mondo magico”: è l’ingresso del Padiglione Italia.

Appena varcata la porta si ha la sensazione di essere capitati in un film dell’orrore: l’ ambiente è buio e lugubre, si respira uno strano odore con un assordante rumore generato da impianti. Ed ecco una struttura a piani con un calco di dimensione umana sostenuta da funi, macchinari in acciaio, tubi, forni e frigoriferi in azione. Si tratta secondo l’autore, Roberto Cuoghi (Modena 1973) di una “fabbrica per la produzione di oggetti devozionali” con l’intento dichiarato di rifarsi al testo “Imitazione di Cristo” da cui prende il titolo l’opera. Prima di entrare in un tunnel di plastica gonfiabile trasparente un cartello avvisa della presenza di spore di muffa citando la norma: il regolamento UE 1169/11. Le prime barelle a forma di croce, in ferro arrugginito con saldature a vista, sono sistemate fuori, le altre sono all’interno dell’ obitorio plastificato sistemate a due a due nelle celle a forma igloo e posizionate in modo tale che, allo sguardo del visitatore, una delle due è capovolta. Sopra le barelle fanno mostra di sé i corpi morti nudi, posizionati come Gesù in Croce ma con i genitali in vista, riprodotti a decine e fabbricati ciascuno con materiali diversi, un indicazione spiega che sono stati eseguiti con “colata di materiali organici”. Ogni corpo è messo a marcire in modo da ottenere un differente effetto macabro a seconda del tipo di processo biologico di decomposizione, alcuni sono ricoperti omogeneamente di una muffa di colore nero, molti sono aggrediti da altri microrganismi che formano sulla pelle chiazze e cromature diverse, i più orridi sono quelli che sembrano fatti di carne consumata, altri corpi sono sezionati. Dentro la struttura in plastica l’odore è più intenso, gli spazi sono angusti, le persone si coprono il naso, i bambini si fanno alzare per osservare chiedendo se sono morti veri. Fuori dal tunnel lo spettacolo continua: barelle uguali con cadaveri ora seccati, scheletri in croce, pezzi di arti appesi alla parete mentre una rumorosa macchina in acciaio con oblò fa intravedere un ammasso illuminato di ritagli di corpo e teste con capelli: il processo biologico di decomposizione, assicurano, continua. L’artista ha rappresentato sé stesso o Cristo? La domanda viene spontanea osservando la somiglianza del volto delle riproduzioni con il volto dell’artista, indagando nella sua biografia una personalità inquieta e tormentata.

La curatrice del Padiglione Italia, Cecilia Alemani, per sviluppare il tema del magico con attenzione ai rituali che dovrebbero salvare un’umanità in crisi (cita Ernesto De Martino) ha scelto altri due artisti molto giovani sono Adelita Husni-Bey e Andreotta Calò. La prima ha prodotto un video dal titolo “La seduta” dove vengono letti i tarocchi, il secondo ha tentato di riprodurre l’ambiente di una chiesa attraverso un’installazione di ponteggi e specchi, opera dal titolo “La fine del mondo”. Il Ministro Franceschini ha espresso parole di grande soddisfazione per il risultato mentre responsabile della Direzione generale per l’arte contemporanea del ministero ha parlato di un buon contributo dato alla definizione di un’identità artistica nazionale alla Biennale.

Un bambino sconsolato protesta “ma cosa c’entra il mondo magico? ci sono cadaveri a pezzi!”. Restano memorizzate le immagini più forti, oggetti sacri accostati a simboli del male, un rosario gigante appeso alla stanza composto da teste, foto di organi sessuali maschili , maxi video con personaggi trans, performance insignificanti e riti sciamani di guarigione per il pubblico.

Un noto avvocato locale aveva denunciato la Biennale per un film con scene blasfeme ma ha perso, l’arte deve essere libera hanno sentenziato. Non resta che chiederci quale sia diventato il significato condiviso della parola “arte” se siamo passati dalla rappresentazione del volto di Gesù il Vivente, risorto e trasfigurato di luce delle icone, alla ripetizione ossessiva di “oggetti devozionali” morti e putrescenti che risulta, in definitiva, la raffigurazione di un atto di spregio dissacratore e irriverente di Cristo.

Davanti a tanta desolazione forse il visitatore rimpiange il passato, preferisce immaginare in quelle Tese gli arsenalotti al lavoro per varare il Bucintoro adornato di statue lignee dorate e inaugurato il giorno della festa dell’Ascensione del 1526. Rimane poco anche dello spirito madre della mostra, la Biennale usa Venezia come vetrina internazionale senza dialogare con la città malgrado gli spazi siano concessi gratuitamente dal Comune. Lo spopolamento sembra inarrestabile, sono necessari aiuti per il restauro delle Chiese e delle case ma i fondi sono stati convogliati tutti sul Mose (e dispersi come le ceneri). Le due belle mani giganti bianche che escono dal Canal Grande per sorreggere Cà Sagredo prima di sprofondare, è un’ opera rifiutata dalla Biennale ma la cui installazione è stata possibile per iniziativa dei privati e dell’artista, Lorenzo Queen.

Nella culla dell’arte che è l’Italia, l’avanguardia contemporanea celebrata dal potere vive solo per decantare una morte autoreferenziale . Per fortuna alla fine sarà la bellezza, non quella effimera e soggettiva, ma la bellezza della Grazia, a salvare il mondo, e l’arte saprà essere viva solo se sarà espressione di un percorso di ricerca di questa bellezza, di questa Verità.

Solo allora sarà sensata l’esclamazione del titolo Viva l’arte viva, per ora questa etichetta stampata su cartelli di colore rosso che ha ondeggiato riflessa e distorta sull’acqua dei canali verrà rimossa, la mostra è finita e le opere saranno distrutte.

Dell’inquietante viaggio ai bordi degli inferi dell’arte rimarrà solo un vago ricordo, il costo del biglietto è compensato solo per la visita all’Arsenale, mentre per mantenere viva Venezia bisognerà, con un paragone all’opera scelta a rappresentare l’Italia nel mondo, fermare in tutti i modi il suo processo di decomposizione e sfruttamento in corso, altrimenti, usando le parole di Ugo Foscolo, non ci resterà che piangere per le nostre sciagure e la nostra infamia.

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27/11/2017
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