Società

di Claudia Cirami

Anche Michela è stata uccisa dal porno

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Michela come Tiziana? Anche lei non ce l’ha fatta più, ritenendo che l’unico modo di sfuggire ai suoi «scheletri», come li ha chiamati, fosse quello di togliersi la vita? L’indagine è ancora in corso, per cui non è possibile avere certezze: ci sono però dei sospetti che vanno in una direzione che, se fosse confermata, abbiamo già imparato a conoscere. Anche nel suicidio della barista sarda, Michela Deriu, di soli 22 anni, avvenuto in un notte dei primi di Novembre, all’origine di tutto potrebbe esserci un video hard. A differenza di quello che accadde a Tiziana Cantone, qui entrerebbe in gioco anche un elemento in più: il ricatto.

I sospetti si sono concentrati su alcune persone (tre amici, secondo l’Ansa). Gli inquirenti stanno lavorando su alcune ipotesi di reato, tra cui la tentata estorsione e l’istigazione al suicidio. Ci diranno le indagini e poi un eventuale processo se la ragazza sia stata o meno ricattata riguardo ad un video hard, girato a sua insaputa. Michela negli ultimi tempi aveva anche subito una rapina con aggressione. Quel che è certo è che nel suo ambiente di Porto Torres Michela non si sentiva più a suo agio. Così è andata ospite di una collega a La Maddalena e lì, approfittando della solitudine per il turno di lavoro dell’amica, si è stretta un laccio intorno al collo. Nella sua borsa, come pegno di una vita che doveva continuare, è stato ritrovato un biglietto di ritorno. Forse Michela cercava solo una pausa da una situazione divenuta pesante, non ha pensato subito al suicidio. Ma gli «scheletri» non ti lasciano in pace. Stiamo ancora parlando di indagini, e dunque di una situazione non perfettamente delineata. Resta però un fatto incontrovertibile: la morte di una ragazza, tormentata dai suoi «scheletri».

La storia di Michela, come già accennato, ricorda la storia di Tiziana Cantone, la donna campana che si suicidò per la vergogna dei video, presenti inizialmente solo su chat private, che iniziarono a circolare via internet, in modo capillare e non più arginabile, nonostante i tentativi, anche legali, di far rimuovere quei filmati. L’agonia di Tiziana significò per lei un progressivo precipitare in un buco nero: non usciva più perché veniva riconosciuta e umiliata. Alla fine, le sembrò che non vi fosse più via d’uscita. Maria Teresa Giglio, madre di Tiziana Cantone, qualche giorno fa ha detto che sua figlia è stata «costretta ad uccidersi per essere dimenticata». L’unico oblio che abbiamo riservato a Tiziana, come a Michela, è stata la fine che si sono dovute imporre. In un mondo in cui siamo continuamente interconnessi e la nostra intera vita passa da un pc ad uno smartphone tornare indietro diventa difficilissimo.

Le storie di Tiziana e, se confermata, di Michela sono storie di sopraffazione sul più debole. Di accanimento su persone che hanno commesso uno sbaglio e, per motivi oscuri (quali la vendetta o la diffamazione gratuita o il ricatto), sono state poi trattate come se la loro esistenza non fosse altro che un video, “quel” video. Condannate a rivedersi non solo su uno schermo, ma anche negli occhi gaudenti e divertiti di persone più o meno estranee. Non ne facciamo una questione di femminismo, perché anche un uomo potrebbe essere ricattato o semplicemente messo alla berlina per un video, messaggi, foto, che hanno che fare con la sfera sessuale. Qui si tratta di qualcosa di più profondo: condannare l’altro senza dargli la possibilità di ricominciare. Anche se – non può essere certo negato – spesso sono principalmente le donne a trovarsi in queste situazioni, talvolta per qualcosa di cui non calcolano bene la pericolosità, talvolta per quello che credono amore.

Stupisce (ma non più di tanto) che una società apparentemente tollerante quale la nostra inchiodi poi alle scelte sessuali i suoi membri, senza dargli più possibilità di “redenzione”. Da una parte c’è una mentalità che sospinge verso ogni tipo di trasgressione sessuale, che nessuno – secondo la vulgata corrente – ha il diritto di condannare; dall’altra parte, però, viene inscenato un processo voyeristico e apparentemente sornione (in realtà feroce) a chiunque segua le indicazioni di quella stessa mentalità, convinto di essere libero. La trasgressione sessuale non deve essere più chiamata “peccato” – dato che il termine ci riporterebbe ad un contesto e ad un vissuto segnato dal cristianesimo – ma “scelta”. Ma in realtà la “scelta” contemporanea è peggio di un peccato, perché non c’è perdono. Proprio il Cristianesimo, invece, è una storia di seconde possibilità e di ripartenze (pensiamo ad Agostino, a Margherita di Cortona e ad altri nomi più e meno famosi), di peccati commessi e perdonati, di vite finite in un baratro e riacciuffate, di peccatori redenti. Di un’altra strada che viene indicata a chi ha peccato, strada che anch’egli può ricominciare a percorrere.

Da un punto di vita laico, di Gesù si sottolinea la grande apertura nei confronti di ogni persona. Ma sono parole. Perché la verità dei fatti è che in pochi – nelle nostre società contemporanee – sono poi disposti a dare una vera occasione di riscatto a chi vuole buttarsi dietro le spalle il proprio passato, qualsiasi sia. Le donne come Michela e come Tiziana rimangono sole, mentre si ride di loro e delle loro “imprese” sessuali e si fa spallucce quando, sfinite, smettono di sperare, di vivere. Chissà quante volte i loro occhi impietriti dalla sofferenza saranno andate indietro a quel momento, sperando che la sceneggiatura del film cambiasse e il finale non fosse così doloroso per loro. Chissà quante volte hanno ripercorso un momento, desiderando che non fosse mai arrivato.

Non tutte hanno avuto la forza di Elisabetta. Ripresa dal suo ragazzo in un momento di intimità, è anche lei “passata” da uno smartphone ad un altro. Vecchia storia, nuova persona umiliata. In un’intervista a La Repubblica, ha però detto: «Non farò la fine di Tiziana, la ragazza di Napoli che ha deciso di togliersi la vita, per questo sono uscita allo scoperto». Ha denunciato chi le aveva fatto del male, diffondendo quel filmato, e ha affrontato la situazione con un video su un social network dove spiegava le sue ragioni. Sono reazioni: non si possono certo fare hit parade e assegnare punti coraggio ad alcuni e toglierli ad altri. Piace, però, che qualcuno intraveda un’altra strada, una possibilità di ripartire.

Riguardo alla pratica di filmare i momenti di intimità, è chiaro che purtroppo si sta diffondendo, sia in modalità consenziente, sia quando avviene a insaputa di chi è coinvolto. Se tutto diventa contenuto da condividere sui social, sui siti, sulle chat, anche il rapporto sessuale non sembra sottrarsi a questo “passaggio” che attualmente è divenuto più importante del momento stesso che si vive. Paradossalmente, per noi, oggi solo se filmato e condiviso, un attimo del reale acquista autenticità. Ma la dimensione della sessualità non è un tramonto o un piatto di cibo. Scendendo più in profondità, il sesso non è poi separabile dall’amore perché solo questo permette di riconoscere nell’altro una dignità: solo amando davvero, cerco il vero bene dell’altro. Gli antichi greci divinizzavano l’eros, ma scrive Benedetto XVI, nella Deus Caritas Est, che a questa convinzione già «l’Antico Testamento si è opposto con massima fermezza […] Con ciò però non ha per nulla rifiutato l’eros come tale, ma ha dichiarato guerra al suo stravolgimento distruttore, poiché la falsa divinizzazione dell’eros, che qui avviene, lo priva della sua dignità, lo disumanizza. […] l’eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, «estasi» verso il Divino, ma caduta, degradazione dell’uomo. Così diventa evidente che l’eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all’uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende». Riflettere collettivamente su questo tema sarebbe una risposta alla diffusione dei video hard, ancora più potente di una denuncia.

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29/11/2017
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