Storie

di Emiliano Fumaneri

Per la bella Addormentata (e per il Principe)

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C’era da aspettarselo. Non si arresta la cinica strumentalizzazione del caso Weinstein sotto forma di crociata politically correct contro il «maschio bianco, occidentale, eterosessuale» (Costanza Miriano). E ora, incredibile ma vero, l’ossessione per la pulizia etica è arrivata a sfiorare anche le fiabe tradizionali.

Sul banco degli imputati è finita infatti la favola della Bella Addormentata nel bosco, accusata di fomentare molestie sessuali.

Tutto parte da una signora britannica di nome Sarah Hall. Da un suo tweet, divenuto virale, si è originato quello che già viene definito il caso Weinstein delle fiabe. Per Mrs. Hall il celebre bacio del principe alla bella addormentata manca infatti di un elemento irrinunciabile: il consenso della principessa - la quale, malauguratamente, non doveva aver previsto la possibilità di essere risvegliata in una così romantica maniera (almeno per il momento, ci dicono, i protagonisti delle fiabe sono esentati dalle DAT anche se siamo sicuri che qualche spirito illuminato provvederà presto a colmare una simile lacuna).

Da qui all’idea che la favola possa incitare alle molestie sessuali il passo è stato breve. Fin troppo.

La donna ha chiesto così alla scuola dei suoi due bambini di rimuovere la favola del bacio rubato dal programma scolastico. E non contenta, dopo aver interpellato la scuola ha sfogato il suo disappunto su Twitter. Con queste parole: «Fino a quando verranno presentati questi testi nelle scuole non riusciremo mai a cambiare degli atteggiamenti che oggi sono ormai radicati nei comportamenti sessuali».

Non è certo la prima volta nella storia che le favole diventano un caso politico. I politici, si sa, amano raccontare favole… Se fascisti e comunisti si contendevano Pinocchio (arruolato tra le camicie nere già nel 1922, subito dopo la marcia su Roma, nell’albo “Avventure e spedizioni punitive di Pinocchio fascista”; i comunisti risponderanno con “Chiodino”, la versione bolscevica del burattino di Collodi in lotta contro le ingiustizie in un modo affollato di operai, disoccupati e senza tetto), in compenso Togliatti nel secondo dopoguerra si trasformerà, di volta in volta, in orco oppure nel lupo cattivo della favola di Cappuccetto Rosso. In tempi più recenti, Roberto Benigni e Paolo Rossi ci hanno dilettato con “C’era una volta il Cavalier Berlusconi” e la “Favola di Berlusconi”.

L’uso politico della favola, inutile dirlo, va forte anche ai tempi dell’ideologia gender. Menzione d’onore per l’ineffabile Vladimir Luxuria che ha pensato bene di regalarci le favole transgender (in chiave antibullismo ovviamente). Come se non bastasse, pure Disney Channel e Netflix gli stanno dando man forte inserendo temi gender fluid in cartoni animati come “Marco e Star contro le forze del male” e “Big Mouth”.

Non tutti, grazie al cielo, condividono questa morbosa passione per la favola politica (o, se volete, per la trasformazione della fiaba in farsa).

In difesa della Bella Addormentata è scesa in campo Silvana De Mari, la popolare scrittrice fantasy più volte finita nel mirino delle polizie culturali del nostro tempo. Grande conoscitrice dell’universo fiabesco, la De Mari è intervenuta sulla Nuova Bussola Quotidiana per mettere in guardia contro il tentativo di annientare le fiabe della tradizione.

C’è un modo più subdolo per annientare una civiltà, avverte la scrittrice: distruggere la sua anima deridendone la religione, la storia e la cultura. Perché una volta annientata l’anima di un popolo, questo provvede a sparire da sé: con la denatalità, smettendo di fare figli. Ma per azzerare la civiltà occidentale non basta distruggere la sua religione e denigrare la sua storia. Occorre anche distruggere le sue fiabe.

Le fiabe, ci dice Silvana De Mari, sono il modo con cui i popoli trasmettono la porzione oscura, nascosta, della propria storia. Violenze, guerre, pandemie, stupri, omicidi, incesti, cannibalismi, mostruosità e traumi psicologici di ogni genere. Come ben sapeva Kafka, quando la realtà si rivela troppo atroce per poter essere fissata negli occhi bisogna usare il velo della narrazione fantastica. Il non raccontabile può essere raccontato solo col linguaggio metaforico delle fiabe. Così, nascosto e protetto dall’irrealtà della narrazione fiabesca, l’orrore reale può essere finalmente affermato; il lutto può essere elaborato, i traumi superati. La fiaba è terapeutica. E in più ciò che era stato rimosso può ritornare sotto la forma di una più approfondita conoscenza

Non fa eccezione La Bella addormentata che allude, come molte altre fiabe, alla violenza del desiderio maschile. Ma non è l’unico significato. Ogni fiaba contiene una ricca trama di senso che solo lo sguardo livellatore delle ideologie può appiattire. Il bacio del principe è anche, nella lettura di Silvana De Mari, il contatto con un uomo che permette a una donna prigioniera dei fantasmi della propria mente di aprirsi alla vita. Ma non manca il significato religioso: una creatura condannata alla morte riportata alla vita da un salvatore.

Il fiorentino Attilio Mordini di Selva (1923-1966), uno dei grandi dimenticati della cultura italiana, direbbe che nella favola c’è anche un significato metafisico. Le fiabe veicolano un senso metafisico della realtà, richiamano un ordine eterno e universale. Per questo sono avversate dagli adepti di ogni filosofia materialistica. Per il fanciullo la fiaba è più che un semplice passatempo o un piacevole divertimento. È un rito di iniziazione che evocando il mistero per mezzo della parola umana apre la sua anima alla «calda meraviglia dell’essere», scrive Mordini. Le fiabe trasmettono verità universali, senza tempo, con modalità semplici e intuitive accessibili anche a un bambino grazie al linguaggio semplice e allo stile avvincente.

Lo prova quanto scrive Chesterton in un formidabile capitolo di “Ortodossia” intitolato “La morale della favole”. Le novelle delle fate, dice GKC, avevano impresso nella sua mente di bambino due princìpi fondamentali: «primo, che il mondo è un luogo strano e sorprendente, che avrebbe potuto essere tutto diverso ma che è tutto delizioso; secondo, che di fronte a questa stranezza e a questa delizia si possono umilmente accettare le capricciose limitazioni di una così strana bontà».

In altre parole, le fiabe avevano istillato nel Chesterton fanciullino una consapevolezza interiore: la presenza di un ordine impresso al mondo da un Creatore buono; la meravigliosa bellezza dell’opera del Creatore, autore di un mondo contingente che poteva esserci ma anche non esserci. Il mondo appare così come un dono liberamente elargito dall’amore di un Dio provvidente e creatore.

Da qui la meraviglia, il senso di stupefazione e gratitudine di fronte alla realtà che attraversa tutta l’opera “naturaliter christiana” di Chesterton.

L’idea della contingenza del mondo impedisce all’uomo di disporre della creazione come fosse una proprietà personale, sfruttabile per il proprio piacere e profitto. Ecco perché essa è combattuta dai tiranni di tutti i tempi, e in generale da chiunque esalti sopra ogni cosa il potere della volontà umana di plasmare il mondo.

Che la facoltà di meravigliarsi davanti al mistero dell’essere fosse il presupposto della scoperta della verità lo avevano intuito già i filosofi antichi. «Gli uomini – afferma Aristotele nelle pagine iniziali della “Metafisica” – hanno preso dalla meraviglia lo spunto per filosofare».

È comprensibile l’irritazione di una certa cultura per il senso di stupore suscitato dalle favole. Se solo “questa realtà” conta, allora occorre realizzare un ambiente sociale talmente assorbente e totalitario da riuscire ad estinguere in noi la facoltà di aprirsi al reale. Impedire agli uomini di meravigliarsi del mistero della vita equivale a impedire loro di scoprire un destino eterno. Una pura perdita di tempo per chi crede che il destino dell’uomo cominci e si concluda quaggiù sulla terra.

Le fiabe contengono un potente antidoto per ogni ideologia mondana. Come i miti, esse possiedono un innato senso metafisico: evocano archetipi universali. Ecco perché lottare contro le fiabe equivale a lottare contro i miti. Non è casuale che una porzione rilevante della filosofia moderna, a partire almeno dall’illuminismo, sia una lotta contro la “superstizione” e la metafisica, che sia un incitamento alla “demitizzazione”. Diderot scrive ad esempio: «La meraviglia è il primo effetto che produce un grande fenomeno: è compito della filosofia dissiparla. Scopo di un corso di filosofia sperimentale è di licenziare lo scolaro più istruito e non già più meravigliato».

A rammentarci la profondità metafisica della Bella Addormentata ha provveduto il summenzionato Attilio Mordini nel suo vertiginoso “Dal mito al materialismo” (del 1966, parzialmente ristampato dalle edizioni Il Cerchio col titolo “Il segreto cristiano della fiabe”).

Della storia, come in tutte le fiabe tradizionali, esistono molte varianti. Nella più nota versione di Charles Perrault si racconta di una meravigliosa principessa caduta in un sonno profondo a causa di un singolare incantesimo. La principessa dorme nel castello paterno nel cuore della foresta. Anche gli animali vicino a lei sono addormentati. La vegetazione del bosco, nel frattempo, continua a svilupparsi rigogliosamente fino a ricoprire il castello, celandolo così agli sguardi degli uomini. È un sonno che dura per cento anni, con la vita e il tempo come sospesi. Finché un giorno, ecco arrivare il principe tanto atteso. Gli arbusti della foresta si ritraggono al suo passaggio per fargli strada. Il giovane principe riesce così a entrare nel castello; al suo bacio la principessa si ridesta, e con lei gli animali della foresta. Seguono le immancabili nozze.

A cosa si deve l’intramontabile successo della bella addormentata nel bosco? Ai suoi profondi significati metafisici e spirituali, ci indica Mordini.

La bella addormentata nel bosco rimanda alla potenzialità, insita nella materia, di essere formata. La fiaba simboleggia la materia (hyle nel greco classico, che vuol dire legname, selva, foresta; e materia viene dal latino mater: la matrice, o meglio la madre) che aspetta il tocco della forma per accedere alla vera esistenza; funzione, questa, raffigurata nel principe che col bacio risveglia la bella addormentata.

C’è anche un possibile collegamento col primo versetto della Genesi, nel quale la terra intera è proprio la hyle, la materia primordiale ancora priva di forma. La bella addormentata corrisponde alle acque dell’abisso (c’è affinità tra donna e acque nel simbolismo tradizionale) in attesa del bacio di luce divino: il Fiat lux. La Creazione non è forse, come ha scritto una volta Michele Federico Sciacca, il bacio di Dio sul nulla?

Anche il bacio del principe è carico di significati simbolici. Forse non tutti sanno che nei primi secoli il rituale cristiano non era soltanto un “symposium” culminante nel pasto in comune col pane e col vino. Era anche una “conspiratio”, ossia un alitare l’uno nella bocca dell’altro. I cristiani si riunivano per mangiare assieme e per baciarsi sulla bocca. In questa maniera condividevano lo stesso spirito e diventavano membri di una comunità a un tempo carnale e spirituale.

Nel suo significato più propriamente spirituale, diremmo quasi mistico, la foresta in cui giace la principessa simboleggia l’essere umano ancora sprovvisto di una vera personalità, mentre la bella è l’anima non ancora risvegliata dalla grazia divina, personificata dal principe azzurro al cui bacio la vita interiore si ridesta.

È significativo che il principe risvegli la sua bella con la dolcezza di un bacio, non con la violenza martellante del fabbro. E allo stesso modo sarebbe impensabile vederlo adoperarsi su di lei alla maniera gnostica, per liberarla da una prigione di carne – magari col bisturi tagliente del chirurgo esperto in “transizioni di genere”. Qui non c’è nulla da battere o da tranciare. Non c’è una malapianta da estirpare o dell’argilla da plasmare. C’è solo una materia viva da risvegliare, c’è una potenzialità naturale da svezzare dolcemente. La grazia, secondo il noto principio tomista, non distrugge né violenta la natura, bensì la eleva. Né natura e grazia sono realtà ostili, la prima contenendo già in sé una apertura alla seconda.

La bella addormentata ci trasmette una verità invisa alle colonizzazioni ideologiche di ogni risma, non esclusa quella del gender. La fiaba ci dice che l’uomo ha una sua natura da rispettare. Non è una tabula rasa sulla quale sia possibile incidere qualsiasi cosa; l’uomo non è del semplice materiale neutro, disponibile ad assumere qualunque forma. Così ogni educazione (da ex ducere, condurre all’infuori) deve anzitutto guidare la crescita delle potenzialità naturali già presenti nell’allievo. In caso contrario essa si confonde con la propaganda e l’indottrinamento.

«Le fiabe sono vere», ha scritto Italo Calvino. Nella fiaba c’è qualcosa di più del semplice buon senso popolare. In questi racconti si è sedimentata la vera sapienza dei popoli: un tesoro di saggezze al tempo stesso antiche e nuove, una ricca miniera di riferimenti simbolici e spirituali strettamente impastati con l’esperienza popolare. Decisamente, le fiabe apportano un messaggio scomodo per ogni potere dalle pretese di onnipotenza.

Un motivo in più per rispettarle.

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30/11/2017
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