Storie

di Mauro Ghilardini

San Paolo ed il gender

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Galeotto fu un convegno dell’Avv. Amato e della Dott.ssa Silvana de Mari a Bagheria del 17 novembre 2017. Fra gli spettatori quella sera sedeva anche Luciano Sesta, docente cattolico di Antropologia Filosofica e Bioetica dell’Università di Palermo. A fine convegno, invitato a dire la sua opinione su quanto ascoltato, ha voluto provocare dichiarando che a suo avviso il primo manifesto gender si trova nella lettera ai Galati 3,28 di San Paolo, nella parte ove l’apostolo scrive “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”. In neretto la parte citata dal prof. Sesta. Procedendo con l’ascolto si comprende meglio la posizione di Luciano Sesta: il movimento gender è una risposta sbagliata ad un’istanza giusta, cioè “l’istanza di uguaglianza” di tutti gli uomini fra di loro. San Paolo dunque, avendo fatto sua tale istanza, ha per certi versi scritto il primo manifesto pro-gender.

Va da sé che tale riflessione, oltre che illogica (vedremo perché), era in primis una provocazione che i protagonisti del convegno – presi probabilmente alla sprovvista da una simile forzatura delle scritture – forse non hanno saputo cogliere a pieno, non riuscendo quindi a fornire in quel contesto una risposta definitiva. L’Avv. Amato ha infatti risposto citando completamente il passo e dichiarando che “è un problema sociale, siamo semplicemente tutti uguali”. Applausi degli astanti.

Sembrerebbe tutto risolto, ma non è così in quanto tale risposta si basa soltanto su aspetti ermeneutici, cioè di esegesi della Scrittura: meglio leggere San Paolo in termini letterali o in termini sociali? Cercare una risposta alla provocazione soltanto in prospettiva esegetica porterebbe o ad affidarsi al Magistero (che con buona pace di Sesta denunzia il fondamentalismo letteralista) o agli studi esegetici contemporanei i quali, essendo in fieri, non rispondono definitivamente ad alcunché. A dirla tutta, la risposta dell’Avvocato coglie sul finale il quid, ma non ne riesce a chiarirne tutti gli aspetti.

Ad analizzare questi ultimi ci ha pensato Fulvio di Blasi che, come tutti i fedeli lettori del blog di ispirazione tomista Croce-Via (https://pellegrininellaverita.com/) sanno, è Presidente di Thomas International University. In un video apparso sulle pagine della tv dell’università l’amico Fulvio delinea i fatti accaduti e fornisce accurata risposta alla provocazione. Inizia la prolusione dichiarando la motivazione per la quale ha deciso di fare il video: “l’amico Sesta mi ha dichiarato anche in privato che a suo avviso c’è un nesso logico per questa provocazione”.

L’intento del video è proprio chiarire che tale nessuno logico in realtà non esiste.

Fulvio passa quindi a declinare i dettagli del cosiddetto principio di uguaglianza dichiarando che non è possibile, proprio per quel principio, trattare tutti nel medesimo modo materiale in modo indistinto, questo perché banalmente se voglio trattare allo stesso modo un neonato e un anziano affamati dovrò comportarmi in modo diverso: ad uno posso dare un panino al salame, ad un altro forse no. Così anche nelle legislazioni dovrò tener conto di questa differenza che attua, proprio grazie a questa differenza, il principio di uguaglianza.

Dopo aver fornito ottimi esempi per esplicare questo concetto, Fulvio dichiara che per comprendere l’uguaglianza in casi particolari occorre comprendere le specificità di detti casi. L’istanza del movimento gender infatti non si basa sul principio di uguaglianza generico, fondamentale possiamo dire, ma si “esprime su una applicazione specifica dello stesso su un caso che è tutto da dimostrare”. E qui arriva al dunque: il problema non è di esegesi o di progressismo militante contro tradizionalismo ottuso, bensì è un problema logico.

Seguitemi. Se io definisco un ente lo faccio in termini di genere prossimo e differenza specifica. L’uomo pertanto è definibile come “animale (genere prossimo) razionale (differenza specifica)”. Questa definizione chiarisce che l’uomo è animale, cioè fa parte di quegli enti animati che rispondono a questa categoria, ma è tale in quanto razionale. Non mi posso permettere, basandomi proprio sulla definizione di uomo, di dire che anche il leone, essendo animale, è quindi uomo (cioè animale razionale). Come non posso coniare un termine specifico come “gender” per dire che la differenza tra il corpo maschie e quello femminile è indifferente rispetto all’applicazione del principio di eguaglianza e poi applicare questo termine specifico a San Paolo, come se lui avesse voluto esprimere questa presunta irrilevanza del sesso rispetto all’eguaglianza. La dichiarazione di eguaglianza di San Paolo non implica sposare tesi specifiche su quali siano i fattori da prendere in considerazione per applicare una eguaglianza reale tra gli esseri umani.

Boom: 1 a 0. Palla al centro.

Sesta risponde con un altro video sulla sua pagina facebook nel quale comincia dichiarando di nuovo che per lui il movimento gender sia una risposta sbagliata ad una esigenza giusta e che, quello che gli premeva quella sera, era mettere in luce proprio questa prospettiva generale: la transessualità, la bisessualità e così via sono tutte caratteristiche che appartengono a delle persone in generale. La chiama “primato della persona”. A questo punto fa rientrare la provocazione dichiarando che “non ha mai dichiarato che San Paolo sia il primo rappresentate delle teorie gender”. Primo ottimo risultato. Continua dichiarando che così come non c’è rilevanza sessuale rispetto alla salvezza operata da Cristo mutatis mutandis anche le teorie del gender affermano l’irrilevanza della differenza sessuale rispetto alla condizione di persona di ciascun uomo. Rispondiamo subito a questo: Sesta compie di nuovo l’errore descritto da Fulvio di prendere una istanza specifica di uguaglianza e proporla come generale.

O meglio, tolta di mezzo la provocazione, il problema è irrisorio: sta dicendo che banalmente se guardi alla persona “in generale” essa sarà sempre una “idea” che ingloba tutte le differenze specifiche delle varie persone, rendendole inutili. È come dire che esiste un “primato degli animali” e prendere il concetto di “animale” per dichiarare che non c’è più né leone né zanzara, né uomo né cavallo: tutti animali. Alla stessa stregua potrei rispondergli che, visto che ho a cuore la metafisica, voglio far luce sugli enti in generale e quindi mi permetto di dichiarare che agli occhi di Dio non c’è più né sasso né uomo in quanto essi “sono”. È un circolo vizioso che non dimostra nulla se non quel che sta a cuore a Sesta (in primis la persona, sempre). Il difetto logico dunque persiste: si tende ancora a ridurre ogni istanza di eguaglianza al principio generale di eguaglianza, che è il problema logico di fondo che Fulvio ha evidenziato. Lasciamo il video e sul finale concentriamoci sui commenti.

Uno esplicativo della posizione di Sesta, ovviamente di pubblico dominio, merita di essere riportato per intero:

“Il problema non è logico ma etico. Durante il fascismo esisteva la tassa sul celibato, perché si avvertiva il bisogno di un incremento demografico per il bene comune. I preti, per ragioni politiche facilmente intuibili, ne erano esenti. Eppure i preti impongono al loro corpo, proprio come il trans, una convinzione soggettiva che contrasta con la sua finalità oggettiva. Non sto dicendo che le due fattispecie sono equivalenti, ma che il tuo argomento per respingere la richiesta di cambiare sesso all’anagrafe basato sul contrasto con l’evidenza biologica estrapola un solo aspetto della persona, imponendoglielo come se coincidesse con lei. Se i preti possono fare del loro corpo un uso diverso da quello a cui, per natura, esso è destinato, non permettere a un trans di cambiare generalità all’anagrafe è una discriminazione. Significa accettare che la persona non si riduca al corpo solo nel caso dei preti ma non in quello dei trans. I preti sono persone che trascendono la loro biologia, i trans no, sono ciò che dice la loro biologia. Rifiutare la richiesta di cambio generalità all’anagrafe, in tal senso, non è solo un rifiuto di un’istanza specifica di uguaglianza, ma una violazione del principio stesso di uguaglianza delle persone al di là delle istanze specifiche che possono rivendicare”.

Sembrerebbe di primo acchito, nonostante quello che abbiamo finora scritto, una procedura logica giusta, ma così non è. Di nuovo Sesta compie l’errore di accomunare due istanze di giustizia specifica con la scusa di aver a cuore la giustizia generale della persona. Alla stessa stregua, dice Fulvio, “potresti dirmi che io condivido questa tua istanza perché sono d’accordo col principio di eguaglianza, ma non la condivido come risposta…” il che, va da sé, è un modo assurdo ed illogico di complicare la questione: condividere e non condividere una posizione, allo stesso tempo e sulla stessa cosa, puzza un po’.

Lo stesso Fulvio ci lascia un commento che mi pare chiudere definitivamente la questione:

“Cadere nella casistica di ogni possibile singola istanza va fuori tema. Ognuna va valutata a sé. In ogni caso, non esiste un’istanza di giustizia che non ricade in qualche modo sugli altri perché le istanza si fanno per definizione rispetto agli altri e rispetto all’ambiente comune. Perfino il diritto di riunione può essere limitato fino quasi a scomparire in caso di guerra o epidemia. Il diritto di libertà di espressione è importante ma può essere limitato in tantissimi casi, gay a parte. In altre parole, questi casi non riguardano i gay, ma ci riguardano tutti. Non mi risulta che ai gay si limiti in maniera particolare il diritto di manifestare. La carta d’identità è un caso diverso perché serve a identificare le persone. Se uno si sente nero ma è bianco non potrà chiedere di scrivere nero nella carta di identità e di fare il fotoritocco nella foto ufficiale. Insomma, ripeto… lasciamo stare le casistiche infinite e rimaniamo sulla logica della predicazione. Se un gruppo di persone conia un termine per dare un nome alla loro rivendicazione di eguaglianza specifica sulla base di un presunto fattore rilevante o irrilevante rispetto alla valutazione delle discriminazioni, quel nome non lo si può riferire a chi non è d’accordo sull’interpretazione di quel fattore ma è d’accordo sul principio di eguaglianza”.

Ma non è finita, Sesta quindi dichiara “è fuorviante dire che se uno è nero e si sente bianco non deve essere assecondato, proprio come uno che è anatomicamente maschio e si sente donna. Dipende. Che grado di sofferenza c’è nel proprio sentirsi diverso da una parte di se’ – ripeto, da una parte di se’, perché il colore della pelle e il sesso fenotipico non esauriscono ciò che uno è – ? Non si può ridurre la persona a una parte di se stessa, fissandola come l’unica a cui essa deve necessariamente uniformarsi”. E di nuovo Fulvio non deve far altro che far notare all’amico Luciano che è entrato in un circolo vizioso “Ogni volta che io ti ripeto che una certa istanza di giustizia (giusta o sbagliata che sia) non si può predicare della giustizia in generale tu mi rispondi con altri casi [specifici] facendo leva sui sentimenti di qualcuno”.

Insomma la partita è finita 1 a 0, inutile girarci in giro. Al di là della provocazione gratuita (adesso credo si possa proprio dirlo), anche l’idea di fondo del professor Sesta non ha alcun appiglio in sede logica. Ma cosa ci insegna questa vicenda?

In primis, la calma. Di fronte a parole che all’inizio possono anche sembrarci agghiaccianti bisogna sempre agire con la prudenza del saggio. E questo vale per tutti. Questo significa sia comprendere a fondo la posizione dell’altro, sia prendersi il tempo necessario per replicare in modo sostanziale e magari, come in questo caso, definitivo.

Secondo: bisogna riconoscere che esistono dei pregiudizi di fondo in entrambi gli schieramenti e bisogna cercare di combatterli. Getto la maschera. Pure io all’inizio ho pensato “ma chi è questo?! Ma che vuole? Ma non si rende conto delle enormità che sta dicendo?” E naturalmente “se questi sono gli studiosi cattolici non ci salviamo più…”. Eppure durante questi momenti non avrei saputo spiegare bene e a fondo perché tale ritenessi tale opinione completamente erronea. Lo “sentivo”, mi appariva ovvio, ma non basta.

Croce-Via (si sa) sta con l’Avv. Amato e le istanze dei prolife, ma questo non può portare ad un sentimento di chiusura tale che ogni voce fuori dal coro debba necessariamente e incontrovertibilmente essere esecrata. Ma anche la “parte avversa” deve smettere con quel sentimento di superiorità radical chic per la quale, se si viene criticati, è certamente per ignoranza invincibile.

Questo non significa che l’Avv. Amato o il prof. Sesta si comportino in questo modo, ma certamente molto del loro pubblico lo fa.

Terzo: è necessario studiare e tanto. Sia da una parte che dall’altra. In una conferenza aperta a tutti e con un taglio non accademico ovviamente non è sempre possibile tener traccia di tutti i possibili interventi finali, pertanto è possibile che si possa essere presi alla sprovvista. Certo non si può pretendere che ai relatori venga in mente una controargomentazione raffinata come quella di Fulvio e soprattutto che la stessa possa essere spiegata con la chiarezza dello stesso, da qui alcuni consigli.

Il primo ai prolife: non è possibile oggi presentare una conferenza solo con la propria conferenza studiata a menadito in testa, occorre sempre e continuamente confrontarsi sui suoi contenuti con moltissime persone esperte in diversi ambiti, soprattutto quelli filosofici. E bisogna fare in modo di avere l’appoggio di gente preparata in diversi ambiti che possano fornire risposte dettagliate e chiare ad ogni provocazione, magari anche in momenti diversi. Si potrebbe ad esempio avere una redazione di esperti che prende in carico alcune domande fondamentali o più profonde pervenute e dichiarare in sede di conferenza “a questo forniremo risposta dettagliata fra pochi giorni su questo sito ad opera di…”. D’altra parte perché bisognerebbe rispondere sempre a tutti al momento e magari nel tono sbagliato dato dalla foga?

Il secondo consiglio per chi vuole criticare: una conferenza, sempre che non dica castronerie plateali da terrapiattisti, ha di fondo una seria preparazione e documentazione. Nei casi dell’Avv. Amato questa documentazione è per altro spiattellata nero su bianco ogni due per tre. Volete criticare? Ebbene abbiate almeno l’accortezza di rifinire le vostre obiezioni in modo puntuale, preciso, chiaro e soprattutto sul merito della conferenza stessa! La posizione di Sesta, al di là della illogicità illustrata da Di Blasi, risulta estranea a tutto quello denunciato di solito da Amato, il quale non si è mai sognato, in nessun momento e in nessuna conferenza, di dichiarare che alcuni soggetti non siano delle persone in senso generale, ma anzi da sempre denunzia le istanze erronee specifiche di una parte di persone e lo fa proprio in forza del loro essere persone valevoli di essere amate e per questo corrette nei loro errori! Insomma: state nel tema! E se non è possibile allora, perdonatemi, fatevi la vostra conferenza personale. Nessuno vuole togliervi la parola, semplicemente piacerebbe a tutti essere presi sul serio. A voi e anche agli altri.

Quarto e ultimo: c’è sempre più bisogno di gente che, come Fulvio, abbia la saggia prudenza necessaria per ascoltare fino in fondo le opinioni e la competenza e l’acume per rispondere a tono. Ma per far questo è necessario fornire a queste persone il tempo per pensare e gli strumenti per replicare. E per farlo serve “carburante” alle realtà che permettono questo. E allora non posso che concludere questo articolo rinnovando l’invito a voi lettori di sottoscrivere un aiuto economico al Thomas International Center, aderendo alla raccolta fondi reperibile qui.

Together, we will change our Culture!

01/12/2017
1512/2017
Beata Maria Vittoria de Fornari Strata

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