Società

di Lucia Scozzoli

MeeToo “persona dell’anno”: nostalgia di verginità

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Il Times ha scelto il personaggio dell’anno: non si tratta di uno solo, bensì di una categoria ormai vasta e compatta, le cosiddette “Silence Breakers”, cioè le donne vips che hanno rotto il silenzio (di decenni) denunciando le molestie sessuali pubblicamente e lanciando in cima alle classifiche twitter l’hashtag #metoo.

In copertina ce ne hanno infilate cinque, in rappresentanza di un plotone di cui ormai abbiamo perso il conto: Ashley Judd, fra le prime a inguaiare il potente produttore cinematografico Weinstein; Susan Fowler, l’ingegnera di Uber la cui denuncia su un blog lo scorso agosto sul clima di molestie sessuali e misoginia nell’azienda portò al licenziamento del Ceo Travis Kalanick e di altri venti dipendenti (senza nemmeno un caso approdato in tribunale); Adama Iwu, che ha lanciato il sito “We said enough” per denunciare le molestie nel mondo del lavoro e della politica; Taylor Swift che lo scorso agosto ha ottenuto la condanna in tribunale del dj David Mueller (dopo aver preteso ed ottenuto il suo licenziamento in tronco da parte dell’emittente per cui lavorava) a pagare un dollaro di risarcimento alla cantante, per una palpata al sedere durante il concerto a Denver nel 2013; infine l’unica non vip, tale raccoglitrice di fragole, che non ha nemmeno rivelato il suo vero nome e che la stampa chiama Isabel Pascual – la quale ha raccontato pubblicamente le minacce ricevute per aver denunciato molestie sul posto di lavoro.
Mentre la stampa si lancia nelle solite sperticate lodi all’iniziativa contro le molestie, in Finlandia la Corte d’appello di Turku ha assolto un uomo di 23 anni accusato di stupro aggravato, nonostante avesse avuto rapporti sessuali con una bambina di dieci anni. La Corte ha dichiarato che l’imputato era colpevole di abuso sessuale aggravato di minori ma non di stupro aggravato e lo ha condannato a tre anni di prigione, confermando così una sentenza emessa a marzo dal tribunale distrettuale di Pirkanmaa.
L’imputato è stato assolto dall’accusa di stupro aggravato perché la difesa non è stata in grado di dimostrare che la vittima non è riuscita a difendersi ed esprimere la sua mancanza di consenso perché era in uno stato di paura e impotenza al momento della l’atto. Era pietrificata dalla paura, a soli 10 anni, per cui non ha gridato, non ha scalciato, non è corsa via. Per la corte questo è indimostrabile: forse non è scappata perché in realtà era consenziente.
I giudici hanno schivato le critiche poderose che si sono sollevate nel paese, sostenendo che l’aggravante avrebbe aggiunto giusto un paio di anni alla condanna (che comunque, aggiunti ai 3 anni che si è preso, avrebbero quasi raddoppiato la pena) e che il codice penale finlandese non definisce in modo univoco le modalità per determinare se la vittima si trovava o no in uno stato di paura e impotenza. Certo ci sarebbe anche da capire, prima di ogni altra cosa, se una bambina di soli dieci anni può avere la maturità sufficiente per esprimere con forza la propria volontà in circostanze così incresciose, se è in grado anche solo di comprendere la questione, di capire la gravità di ciò che rischia di subire con sufficiente accortezza.
La questione è forse anche più complicata di così: si tratta solo di maturità o piuttosto non esiste un problema di consapevolezza generale delle donne?
Molti dei casi denunciati con decenni di ritardo sono accomunati da alcuni punti chiave: avances non gradite affatto, o non gradite fino ad un rapporto sessuale, che però vengono sopportate senza atti di ribellione netta. Non si tratta di violenze da occhio nero e lividi sulle braccia, ma di donne colte alla sprovvista da proposte indecenti che non hanno il coraggio o la forza di rifiutare subito e denunciare dopo. C’è stato molto dibattito sulla responsabilità che le vittime hanno avuto in alcuni di questi casi, in virtù anche dei vantaggi economici o di carriera risultanti, qualcuno (come la Cuccarini) ha sostenuto che, se una proprio non vuole, può dire no e rinunciare alla contropartita, perché si tratta di scegliere quali valori sono più importanti e quali secondari.
Qualcun altro ha invece affermato che già la sola proposta, avanzata da una posizione di rilievo e preminenza di potere, costituisca una forma di violenza, in quanto costringe la vittima a scegliere tra cedere ad un favore sessuale o avere grane personali, lavorative, di carriera, e tale dilemma non dovrebbe proprio essere posto, a nessuna donna.
Entrambe le posizioni hanno un fondo di verità, ma forse si può aggiungere qualcos’altro, che la vicenda della povera bambina finlandese ci suggerisce: anche quando non c’è niente da guadagnare, anche quando l’oppressore non ha un potere psicologico esplicito e chiaro sulla vittima, capita che le donne non si ribellino. Un esempio tipico è la molestia sui mezzi pubblici: ho ascoltato più volte i racconti di amiche studentesse che si erano sentite appoggiare qualche soggetto alle spalle nella calca di un autobus e tutte, indistintamente, non si erano ribellate, nonostante il disagio evidente. Semplicemente avevano atteso pazientemente l’arrivo della fermata per darsela a gambe. Avrebbero potuto girarsi e redarguire il molestatore; avrebbero potuto gridare e additare alla folla il tizio dagli ormoni surriscaldati. Ma nessuna lo aveva fatto mai.
Anche nei racconti raccolti dalle Iene da parte di aspiranti attrici nella famosa puntata sulle molestie, tante ragazze descrivevano la stessa scena: il sospetto che ci sia qualcosa che non va, nel trovarsi in una casa invece che in uno studio; la poca professionalità evidente; il disagio ai primi approcci; il disgusto per i secondi; la paralisi di fronte alla piega hard dei comportamenti; l’incapacità di reagire. E non avevano dieci anni. E già avevano perfettamente capito che non c’era nessuna parte da ottenere, era solo estorsione di rapporto sessuale.
Come mai le donne non gridano “al lupo!” quando ne vedono uno?
Il motivo è che non lo riconoscono, non subito: ormai la sessualizzazione precoce, che parte dai banchi di scuola, che subiamo in tv a tutte le ore, che ci invade nel web in ogni contenuto, ha normalizzato nei giovani, maschi e femmine, i più disparati approcci sessuali, ed ha additato come anomalia il disagio che essi possono provocare. Una ragazza, invece di dare ascolto al proprio istinto che la mette in allarme, aspetta, temporeggia, dubita del proprio giudizio, considera accettabile ciò che accettabile non è.
E quando si scivola giù, quando hai sopportato 30, come puoi ribellarti al 31?
Si legge sui siti che parlano di sesso ai giovani una frase mantra, messa lì a lavare le coscienze di tutti: ricordati che puoi ritirare il consenso in ogni momento.
In realtà non è psicologicamente vero, proprio dal lato vittima: subentra nella passività una strana vergogna, il senso di colpa per essersi cacciate in una simile situazione, per non aver stoppato prima, per non essere state accorte. E si resta ferme. Ormai si è passata la metà del ponte tibetano, si arriva più in fretta in fondo continuando a camminare in avanti.
Poi si esce dalla stanza del regista con la certezza di aver subito una cosa che non si voleva, il consenso non c’era, non c’è mai stato, ma la vergogna attanaglia, perché fino ad un certo punto invece il consenso è stato dato, forse per leggerezza, ingenuità, superficialità, ma è stato dato. E poi non c’è stato il colpo di reni e di orgoglio per tirarsi via da lì. Dopo decenni, ancora si è in cerca di un colpevole, fuori da sé, per la propria debolezza, perché resta cocente il desiderio di verginità mentale che abita le donne: il sesso senza amore è disgustoso, chi vi acconsente si macchia l’anima come un airone si impantana le ali in una pozza di petrolio. Si abbatte l’autostima, si plana verso la depressione, l’autolesionismo, la ricerca compulsiva di apprezzamenti.
Alle nostre ragazze non insegniamo più a riconoscere il lupo, nessuno dice alla figlia la prima volta che la si lascia andare in autobus da sola “se qualcuno ti molesta, grida con tutto il fiato che hai!”. Anzi, le diciamo che il lupo non esiste più, perché non si devono spaventare i giovani e pure noi vogliamo restare tranquilli, non ci piace pensar male.
Eppure si tratta solo di allenamento all’autodifesa di se stesse, della parte più vera, autentica e privata di sé: se uno ti palpa il sedere, non è da ridere, bisogna rispondergli con una sberla, da subito; e se è troppo grosso per dargli una sberla, cerca qualcuno che possa dargliela per te.
Non si può tollerare che il tema delle molestie alle donne venga usato come leva per evirare il maschio e recuperare posizioni di potere per le femministe più motivate, provocando licenziamenti a catena e creando un clima di terrore maccartista nel sesso maschile. E neppure si può sopportare che movimenti femministi abbinino questo tema delicato e profondo, ricco di spunti educativi seri e validi, con carnevalate a seno nudo e rivendicazioni all’insegna del libertinismo sessuale, mettendo insieme due cose che sono esattamente all’opposto.
La prevenzione alle molestie si fa col ritorno alla realtà: basta frottole sulla libertà sessuale, alle donne non è questo che interessa, non è questo che fa bene. Il sesso è linguaggio d’amore: ove non è così, è molestia e bisogna gridare subito, sempre, senza eccezioni. Solo ridando un ruolo al lupo nella favola della vita, ciascuna donna potrà difendersi prontamente e ciascun uomo potrà capire con chiarezza come non diventare un lupo.

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07/12/2017
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