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di Lucia Scozzoli

Palihapitiya contro i social: un altro cervellone lancia l’sos

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I social media fanno male: parola di esperto.

Dopo Sean Parker, ex presidente di Facebook, che il mese scorso si è dichiarato un obiettore di coscienza dei social, ecco tirare su la manina un altro ex collaboratore di Zuckerberg: Chamath Palihapitiya, vicepresidente per la crescita degli utenti su Facebook dal 2007 al 2011, parlando al pubblico della Stanford Graduate School of Business, ha criticato il modo in cui l’azienda «sfrutta una vulnerabilità nella psicologia umana» creando cicli di feedback a breve termine che generano dopamina, innestandosi sul bisogno di convalida sociale degli utenti. Tutto questo sta distruggendo il modo in cui funziona la società: non c’è nessuna dialettica civile, nessuna cooperazione; solo disinformazione, menzogne.

Le affermazioni di Palihapitiya sono sovrapponibili per contenuto a quelle di Parker, sebbene i toni siano più esasperati e perentori: egli si sente profondamente in colpa per aver contribuito alla creazione di tale struttura perniciosa per la società e spera di poter utilizzare il denaro accumulato per fare del bene nel mondo.

Ha anche dichiarato di non poter controllare questi strumenti, ma di poter prendere decisioni per se stesso e per i propri figli, i quali non sono autorizzati ad utilizzare “quella merda”.

Nell’ultimo anno sui social media sono state messe in atto maggiori azioni di controllo dei contenuti, mediante fantomatici richiami agli standard della comunità, soprattutto per cercare di dominare le idee politiche che circolano in internet. Molti osservatori hanno attribuito gli esiti inaspettati delle elezioni presidenziali americane del 2016 e del referendum sulla Brexit almeno in parte all’eco ideologica creata dagli algoritmi dei social, così come la proliferazione di notizie false, cospirazione e propaganda indistinguibili dalle notizie vere. Altri, al contrario, hanno visto nella stretta sull’applicazione degli standard della comunità (e corollari vari), nonché nell’approvazione di specifiche leggi contro le fake news che obbligano i colossi del web a rimuovere i contenuti segnalati (come è accaduto in Germania) il tentativo estremo di controllare la naturale circolazione delle idee, soprattutto di quelle invise al mainstream, cercando di bloccare quelle più sgradite con ogni mezzo.

Ma Palihapitiya non si riferiva tanto alle manipolazioni del consenso di natura politica che, di fatto, sui social possono avvenire, bensì proprio a danni diretti alla popolazione e ha fatto l’esempio del caso dello stato indiano di Jharkand la primavera scorsa, dove falsi messaggi su WhatsApp di un gruppo di rapitori hanno portato al linciaggio di sette persone. Anche WhatsApp è di proprietà di Facebook.

Secondo la commissione per le telecomunicazioni dell’India, ci sono più di un miliardo di connessioni mobili attive in India, e milioni di indiani si sono messi online in un brevissimo lasso di tempo.

«Il raggio d’azione è esploso, grazie alla proliferazione di smartphone e pacchetti di dati economici. Le voci si diffondono sempre più velocemente», ha detto alla BBC Pratik Sinha, il fondatore di Altnews.in.

«All’improvviso le persone delle aree rurali in particolare sono sommerse di informazioni e non sono in grado di distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, tendono a credere a tutto ciò che viene loro inviato».

Facebook ha anche subito critiche significative per il suo ruolo nell’amplificare la propaganda anti-Rohingya in Myanmar per la sospetta pulizia etnica della minoranza musulmana.

«Il vostro comportamento, voi non ve ne rendete conto, ma è programmato» ha detto Palihapitiya. «Non era intenzionale, ma ora dovete decidere quanto avete intenzione di cedere, quanta parte della vostra indipendenza intellettuale».

«È quello con cui abbiamo a che fare», ha aggiunto Palihapitiya. «Immaginate di portare tutto ciò all’estremo, dove cattivi attori possono ora manipolare una vastità di persone per fare tutto ciò che vogliono. È uno stato di cose davvero pessimo».

Facebook per il momento non ha fatto commenti, ma è innegabile che questa campagna (un nuovo #metoo) di ingegneri del software e addetti ai lavori dei social network sia una valanga che colpisce al cuore miliardi di utenti e ci scuote dal nostro torpore. E non solo noi piccoli utenti: il governo britannico sta valutando di introdurre una legge per la regolamentazione del web che arriverebbe a multare e perseguire penalmente le grandi aziende protagoniste di internet, come Google, Facebook e Twitter, se non riusciranno ad essere più proattivi verso le piaghe del razzismo, di estremismi vari che si organizzano sempre più spesso proprio sul web, e degli abusi sui minori. Il** **Committee on Standards in Public Life (CSPL), un organismo indipendente che consiglia direttamente il Primo Ministro inglese sulle questioni etiche relative alle norme nella vita pubblica, ha analizzato le intimidazioni ricevute dai candidati alle elezioni dello scorso giugno e potrebbe presto raccomandare di spostare la responsabilità della pubblicazione dei contenuti irregolari direttamente sui social media, come se fossero delle testate giornalistiche, anche se loro sostengono di non essere degli editori e quindi non responsabili.

Theresa May aveva già emanato nuove norme che richiedono alle aziende di rimuovere i contenuti estremisti da siti dei social media nel giro di due ore, cosa che ha permesso di imporre a YouTube la rimozione rapida di diversi video legati alla propaganda terroristica.

La questione della gestione e del controllo delle informazioni veicolate dai social, infatti, è quanto mai importante: i terroristi si radicalizzano su internet, senza più bisogno di andare in Medio Oriente ad esercitarsi con kalashnikov e propaganda; la pornografia e la pedofilia girano sul web, su gruppi chiusi in cui i membri si scambiano materiali illegali e prendono anche contatti, fissano appuntamenti, organizzano incontri.

A differenza della mafia nostrana, che ai tempi di Riina ancora andava coi pizzini, adesso tutto, anche la mole vastissima dell’illegalità, viaggia sul web, forte del fatto che le piattaforme social sono state finora contenitori neutri, luoghi virtuali in cui organizzare di ogni, nell’assoluta indifferenza del padrone di casa.

Purtroppo i social sono diventati parte integrante della vita della maggioranza degli abitanti del pianeta: la gente si fa un’opinione su politica, medicina, scienza, fede, finanza, economia, fantascienza sul web, organizza eventi senza bisogno di affiggere volantini, gestisce incontri in cui non serve mostrare il volto né il nome vero, creando di fatto un avatar di ciascuno di noi. Ma questo virtuale si interseca dolorosamente, potentemente, col mondo reale, a volte con la crudeltà di una coltellata, come nei casi di cyber bullismo, nella cui rete è facile finire senza bisogno di aver commesso alcunché: esistono oggi software sofisticati ma facilmente reperibili coi quali si riesce agevolmente a sostituire in un filmato il volto di un protagonista con un altro volto, facendo apparire attore chi non c’entra nulla. È quanto è capitato a Gal Godot (la protagonista di Wonder Woman), inserita tramite un algoritmo di machine learning all’interno di un video porno, con l’effetto di “face swapped”, sebbene l’attrice non abbia mai girato nessuna scena hard. Il video è stato realizzato da un utente chiamato “deepfakes” su Reddit. Egli ha spiegato, sempre su Reddit, che per creare i suoi video ha usato diverse librerie opensource come Keras e Tensorflow, la piattaforma di Google per l’intelligenza artificiale, e si è ispirato ad un programma di deepLearning realizzato da NVIDIA per tutt’altro scopo. Il modello è stato creato prendendo le foto delle attrici su Facebook, su internet e processando qualche video su Youtube, nulla di così complesso**. **Nel mirino di “deepfakes” sono finite anche Scarlett Johansson, Maisie Williams, Taylor Swift, Aubrey Plaza, ma è evidente che l’esperimento potrebbe essere applicato a qualsiasi persona che abbia pubblicato online un numero sufficiente di foto del volto per istruire il modello.

Le nostre immagini che affollano il web, postate volontariamente sui social pensando di ammiccare simpaticamente agli amici, possono diventare domani materiale estremamente sensibile utilizzabile contro di noi: tutto dipenderà dal corso della nostra vita, se risulteremo scomodi a qualcuno o semplicemente se finiremo nel mirino di un hacker da scantinato che non sa come passarsi il tempo.

C’è chi tira sassi dai cavalcavia, per l’incapacità di comprendere le conseguenze gravi del proprio gesto scaccia noia, e c’è chi fa danni sul web, mettendo alla gogna persone semplicemente antipatiche o considerate nemiche per qualunque motivo pubblico o privato, o hackerando siti istituzionali o di pubblica utilità, come il sistema di gestione e controllo degli ospedali, dei voli aerei o dei treni, per il puro gusto di fare del banale male, o magari anche con qualche scusa ideologica, pure quella facilmente reperibile sul web: c’è solo l’imbarazzo della scelta, in quanto a folli teorie contro l’umanità.

I social non sono più uno strumento per giovani desiderosi di coltivare relazioni anche lontane, ma sono un luogo pericoloso ed impervio, in cui non siamo liberi e nel quale veniamo costantemente derubati di pezzi di noi, compresa la capacità critica, a nostro totale rischio e pericolo.

Attendiamo qualche altro addetto ai lavori che si aggiunga al nuovo movimento dissidente di pensiero, ma questa volta senza l’hashtag di rito: meno social, più vita vera e riprendiamoci la proprietà di noi stessi, compreso il cervello.

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13/12/2017
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