Storie

di Gabriele Marconi

Gli Ultimi Jedi: quale redenzione è per sempre?

L’ultimo capitolo di Star Wars è il più audace nel guardare in faccia il centro della propria narrazione e il migliore delle serie: il fallimento dei “Buoni”, quanto più rovinoso quanto maggiore è la vittoria che l’ha preceduto. Per battaglie e ritirate interstellari interminabili tra imprese inutili e difese impossibili, l’acuirsi del dramma della negazione di sé irrompe ed impera sul Grande Schermo, lasciando domande più grandi di quelle cui può rispondere.

Al declinare della Resistenza nelle saline di Crait, quando meno di venti minuti ci separano dalle ultime nostalgiche note di John Williams, Gli Ultimi Jedi ha provato quelle dello spettatore forse decine di volte, costringendolo a soffrire gli scarlatti solchi inossidati delle navicelle sulla superficie del “pianeta minerale” come fiotti sanguinanti di ferite. È il raffronto visivo di una frenetica ascesa a strappi, recuperati sempre all’ultimo in una continuità singhiozzante, quella dell’ultimo capitolo della serie di Star Wars affidato alle cure di un sorprendente Rian Johnson in regia. Privo della magnitudine apparente - per non dimenticare le stelle - di J.J. Abrams, né certo il miglior tecnico della narrazione; eppure, un vero e proprio drammaturgo della cinepresa (sua è anche la sceneggiatura), che in un’appassionata scalata, quasi a ricalcare le orme di Luke Skywalker (Mark Hamill) su Ahch-To, l’irlandese Skelling Michel tra le onde atlantiche, ci fa respirare a stenti inquadratura dopo inquadratura, scena dopo scena.

Un capitolo che è un vero e proprio esame di coscienza della serie e che, in un’epoca in cui gli esami sono fastidiosi, la coscienza un suppellettile dell’emotivo, quando non è un ostacolo, non potrà che provocare furiose ribellioni nei suoi affezionati (e già si sprecano le reazioni rabbiose online). Non possono più essere evitate le ombre del passato, nonostante l’attaccamento al sacro cavalierato del Lato Chiaro: «I Jedi devono scomparire», sentenzia il ritrovato maestro Skywalker, emerito nascosto in una versione nuragica del monastero Mater Ecclesiae (santuario ancestrale dello jedismo) e reticente a prendere come
discepola Rey (Daisy Ridley) «che viene dal nulla». Una ragazza che non ha nulla se non la scoperta di un’intima chiamata al di sopra della sua comprensione, che com’era stato per lui anni prima, si trova ora al centro delle sorti del suo tempo. Ella chiede di un maestro che tutto ha perso, dopo che tutto aveva guadagnato, perfino quel padre che sembrava perso del tutto, perché possa mostrarle donde proviene, la di lei origine «Cerco qualcuno che mi mostri dov’è il mio posto».
Acconsentendo all’addestramento della ragazza, Luke assiste alla sua illuminazione per poi subito vederla offuscarsi nel tremore di cosa soggiace la venuta alla luce di tutto, l’ombra del proprio abisso, in cui Rey si getta credendo di udire più viva la sua chiamata per un attimo interminabile. Il Lato Oscuro, ineludibile faccia della Forza, albergo della consumazione e dell’abbandono del controllo.

Se Il Risveglio della Forza ci aveva chiesto continuamente il beneficio del dubbio e il credito del domani, l’ansia di spiegazione qui fluisce quasi in una didascalia a tutta pagina. Se ancora non l’avevamo capito, indisposti alle novità della seconda trilogia, la Forza non è la separazione del cosmo in due principi manichei orientati in antitesi morale, né la semplice risorsa della possanza attinta dai Jedi (alla faccia di Obi-Wan), è invece e soprattutto la dinamica tra due centri, una tensione di costante rigenerazione, l’afflato vitale inspirante in ogni essere, un ordine ordinante il suo proprio equilibro, permeante nei viventi il loro equilibrio: coloro che la possono percepire la possono anche alterare nell’equilibrio, come i Jedi avevano fatto al vertice del loro splendore, albore della loro disfatta, conchiusi in una dottrina ridotta a morale della rinuncia, ne aveva perduto la comprensione. Inutilmente erano arrivati gli avvertimenti del maestro Qui-Gon Jinn in La Minaccia Fantasma (chiave di volta della metafisica per suggestioni di George Lucas), l’unico ad intuire chi era quel bambino venuto dal nulla. Ma la profezia è già stata esaudita, il padre di Luke, Anakin, Darth Veder redento, ha già riportato l’equilibrio. Eppure Luke ha fallito, tentando di
ricostruire proprio quell’ordine che anni prima non aveva previsto la propria rovina. La conversione del padre in punto di morte non era stata sufficiente.

Il fallimento di Luke concretizzato nel suo discepolo Ben Solo, il figlio della sorella Leia (la compianta Carrie Fisher), perdutosi al Lato Oscuro come Kylo Ren (Adam Driver), discepolo Sith desideroso di ripercorrere a ritroso i passi del nonno per erigersi dove nemmeno Vader aveva osato. È lui il vero fulcro narrativo di questo film, che chiamare di transizione sarebbe un errore madornale. Dilaniato per il
parricidio dell’indimenticato Han, che non gli ha fatto ottenere la totale perdizione di cui ambiva il potere, la sua fratturazione si percepisce in ogni espressione del viso, in ogni passo. Dileggiato per il suo conflitto dal Leader Supremo del Primo Ordine Snoke e mentore al Lato Oscuro, si trova a poter cancellare ogni residuo di compassione ed affetto distruggendo la madre a capo della Resistenza: non sarà lui a premere il grilletto, difendendo l’ultimo baluardo della resistenza del suo cuore e il generale Leia scampa all’artiglieria interstellare in un colpo di scena che gioca con l’affetto del pubblico per la sua interprete, deceduta l’anno scorso.

Nel dialogo tra Kylo Ren e Rey dalle parti opposte della galassia i due cercano nel volto dell’altro il proprio. Kylo non vede che Rey, come l’ultimo barlume nell’oscurità, mentre prova ad individuare il maestro fuggitivo sopravvissuto alla sua furia. Lei, sdegnata in principio dalle mostruosità commesse dal nemico, si lascia poi sempre più toccare dalla sua sofferenza, presa dal dubbio sul comune maestro. Tentata
dall’oscurità che ha divorato quell’imprevedibile compagno nel mistero del dolore, si ri-immerge nell’abisso e non trova che sé stessa, sfuggendo così al Lato Oscuro. Non avendo che sé stessa,
proprio sé stessa offre come amica ad un nemico e scopre quell’ultimo baluardo, profetando che solo nell’offerta totale di sé potrà “convertirlo”.Nella sicurezza di poterci riuscire, ella consegnandosi al nemico ri-echeggia l’agire di Luke in Il Ritorno dello Jedi, dove il film prima seguiva una blanda falsariga di L’Impero Colpisce Ancora.

Ma Gli Ultimi Jedi è soprattutto un capitolo unico, il più riuscito in cui, si diceva, tutto converge all’esigenza della redenzione. È il capitolo del fallimento, del cedimento di Luke di fronte ad un ragazzo, Ben/Kylo, per un attimo, quello stesso interminabile attimo che lo spaventa nella prima lezione sulle vie della Forza a Rey. Del fallimento di Luke fronte alle più antiche testimonianze del suo culto, che non ha il coraggio di dare alle fiamme; ci deve pensare una vecchia conoscenza dei Jedi, anch’egli vinto da un grande fallimento che gli dice, con la sua tipica sintassi sfasata «Cosa in quei libri c’è che già non abbia Rey? Tramanda, maestro Skywalker, tutto tramanda, soprattutto il fallimento tramanda. Nulla più prezioso del fallimento è». Non è una religione rivelata quella Jedi: come i culti antichi deve affrontare la caduta, senza aiuti.

A fallire è anche la compagine che si batte per la liberazione della galassia, incalzata da una flotta che l’insegue decimandola per tutto l’arco delle 2 ore e mezza in una tortura di lenta agonia in cui disperatamente i ribelli cercano di sottrarsi all’estinzione. Tra l’ammutinamento del comandante/capitano Poe (Oscar Isaacs) e l’incursione di Finn (John Boyega), disertore del Primo Ordine ora ribelle, a Canto Bight - una Montecarlo immersa nei ruggenti anni ’20 e sorretta dall’utilitarismo senza scrupoli di mercanti d’armi, ove - alla ricerca di scassinatori per sabotare i sistemi nemici: ogni tentativo fallisce e mette a maggior repentaglio i propri compagni. Proprio perché il fallimento esiste ed è inevitabile, non è l’ora delle imprese audaci e del “fino all’ultimo uomo (perché l’ultimo lo sarebbe davvero), ma quella della tutela e della custodia dei deboli. Emerge tra i personaggi rivelazione di questa sceneggiatura il vice-ammiraglio Holdo (Laura Dern), che pur dovendo fronteggiare la contestazione dei suoi capitani, in un estremo sacrificio di grande impatto copre l’evacuazione dei ribelli sul pianeta minerale, gli ultimi sparuti oppositori.

Nel contempo la tortura viene somministrata a Rey, affidata la sua vita a Kylo Ren, a sua volta il giovane aveva profetizzato la di lei caduta nel Lato Oscuro. Ora alla mercé di Snoke, ritroviamo l’attentato totale dell’antagonista al suo discepolo visto in Episodio VI: indifesa, Rey viene offerta all’esecuzione di Kylo che il suo mentore-padrone conosce, possiede in ogni pensiero; Ben Solo è conteso tra la pretesa del possesso totale all’offerta totale di Rey.

È uno stratagemma interpretativo, che ricorda sempre il parlar ambivalente delle profezie, a permettere a Kylo di sviare Snoke mentre l’assalto va ai suoi danni e di liberare Rey. Nella scena che li vede combattere finalmente l’uno al fianco dell’altra e salvarsi reciprocamente si nasconde però la stessa ombra di partenza. Come Rey spera nella conversione di Kylo Ren, così lui in quella di lei. Privati della redenzione, il dramma precipita proprio quando sembrava risolversi. Nulla è risparmiato. Nella feroce corsa all’ultima resistenza, il film sembra vivere della stessa dinamica, della stessa tensione cosmica che abbraccia i due protagonisti. In ogni attimo si ha la percezione che Kylo Ren possa tornare indietro, non importa quante volte si venga smentiti. Luke, testimone che la redenzione impossibile può avvenire, si congeda dalla sorella e madre per affrontare il discepolo che non aveva saputo sottrarre all’abisso «Nessuno è perduto per sempre». Fino ad un momento prima anche l’indomita Leia sembrava essersi arresa senza speranza, assistendo a tutti i suoi compagni svanire uno ad uno; ma lo sapeva anche lei, sorella e madre, in quanto figlia di chi non è stato perduto. Lo sa ora Luke, ricordatogli da quella nuova discepola venuta per cercare il proprio posto e che ha finito per re-insegnarli il suo, ricordandogli che anche il giovane da lui addestrato non era irrecuperabile. Nemmeno Luke, redentore caduto, apoteosi del fallimento, credutosi inappellabilmente sconfitto, è perduto. Si affrontano così maestro e discepolo, perché nessuno sia perduto. Da una parte il diversivo per permettere la fuga dei ribelli, dall’altra Luke si congeda dal suo discepolo abbandonandosi alla Forza, unendovisi nell’equilibrio, come già aveva fatto Obi-Wan Kenobi di fronte a Vader in Una Nuova Speranza, affidando tutto a chi sarebbe venuto dopo di lui. Luke, che conosce la storia, può così affidare anche quel discepolo perduto, irredento a chi tenterà di redimerlo fino alla fine. La storia ritrova sé stessa, rigenerata nella speranza, una fiamma riappiccata da una sola scintilla.

Gli Ultimi Jedi è quindi un film che comunica l’esigenza di redenzione, di essere strappati al Male che commettiamo e a quello cui non sappiamo rispondere degnamente. Principale fil rouge della serie, come mai prima rimarcato, palpitante da principio alla fine, la rende manifesta tanto per i redenti quanto per gli irredenti, pur se questa categoria riferita alle persone create tende a lasciarci perplessi, nondimeno uno scheletro concettuale ateologico come quello della serie la prevede prepotentemente. Star Wars, pensato in un mondo fantastico, apparentemente fantascientifico, insieme antico e post-cristiano, nella sua costruzione immanentistica, nella sua devozione ad una neutrale forza vitale, ciò che finisce per raccontare è quanto le domande fondamentali dei cuori degli uomini l’oltrepassino. Yoda,
Qui-Gon, Obi-Wan, Luke, Leia, Han, Rey, Ben ognuno di loro chiede una redenzione per sempre, non già una volta sola:una redenzione che possa sempre riaccadere nonostante tutti i fallimenti. Noi,
di fronte all’epopea che per prima ha avuto il coraggio di parlare del dramma dell’uomo esplorandola materialmente sulla scala cosmica, queste domande le cogliamo più vive.

Che possiamo guardarle pienamente . Che questa Forza sia con noi.

20/12/2017
1901/2018
Ss. Mario, Marta, Audiface e Abaco

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