Chiesa

di Lucia Scozzoli

Il profilo del politico che vuole il Vaticano

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Il cardinale Parolin ultimamente non le manda a dire: col suo tono pacato, lancia dardi fiammeggianti (per chi è disposto a coglierne davvero il significato, naturalmente).

Tre giorni fa, a margine dell’inaugurazione presso l’Ospedale Bambino Gesù di Palidoro, della mostra “Caro Papa Francesco, ti regalo un disegno”, intervistato a riguardo da un giornalista di Tv2000 ha detto, in merito alle DAT appena approvate: «Uno dei punti carenti di questa legge, senza dare un giudizio globale, è quello di non prevedere per le persone, i medici, gli operatori sanitari e per le istituzioni cattoliche la possibilità di fare l’obiezione di coscienza. Mi pare normale che ci sia anche questa posizione», intendendo così dare il suo appoggio alla posizione espressa da Angelelli, il direttore dell’ufficio nazionale di pastorale della salute, il quale aveva affermato che ai centri di cura cattolici non restava che esercitare l’obiezione di coscienza, sebbene non prevista dalla legge, con tutte le conseguenze del caso.

A seguito di tante prese di posizione ferme, la Lorenzin ha ritenuto fosse il caso di rassicurare l’elettorato cattolico, vista l’imminenza delle elezioni, assicurando che sarebbe intervenuta sulla faccenda consentendo l’obiezione di coscienza agli ospedali cattolici. Promesse di Pulcinella o impegno concreto? Staremo a vedere, ma difficile presagire esiti positivi, essendo ormai il clima della sanità pubblica chiaramente indirizzato sulla strada della negazione del diritto all’obiezione di coscienza pure per l’aborto. Tutti hanno il diritto di autodeterminarsi, meno il personale medico che, accettando di svolgere la professione, implicitamente accetterebbe anche di farsi boia e assassino.

Due giorni fa Parolin non le ha mandate a dire nemmeno ai politici: alla Messa per i parlamentari italiani nella Basilica di Santa Maria Sopra Minerva, ha lanciato un invito alla ricerca del bene comune, soprattutto a favore dei più deboli ed emarginati.

Senza paura di nominare Gesù (cosa ormai strana di questi tempi, in cui il Natale si trasforma nella festa d’inverno), ha affermato: «Gesù che nasce nella mangiatoia di Betlemme ci ricorda che il vero potere si trasforma in servizio, che la vera gloria consiste nell’agire ogni giorno, ponendo il bene di tutti al vertice delle proprie progettualità e preoccupazioni. Vi invito perciò nell’imminenza del Natale a guardare all’azione politica come luogo privilegiato per esercitare un’alta forma di servizio e di carità verso tutti e in modo speciale verso i più poveri e disagiati».

Ha poi proseguito: «L’intelligenza, i mezzi, le conoscenze e il potere che vi è dato è perché ne facciate buon uso a beneficio della collettività. A volte invece si ha l’impressione che il centro e il cuore dell’azione politica non sia rappresentato dall’emergenza dei problemi della gente e dalle modalità per portarli a soluzione, ma sia fortemente condizionato da una certa autoreferenzialità, che non sa collaborare fruttuosamente, uscendo da visioni parziali ed anguste».

Parole cadute come macigni su una platea silenziosa e senz’altro addormentata, almeno spiritualmente: sono già in elevato stato di avanzamento le manovre pre-elettorali, tra alleanze, terze e quarte gambe che spuntano nella disperata ricerca di una poltrona, accordi a mezza bocca per pararsi il fondo schiena anche nel caso di scenari multipli, piedi in più staffe, appoggi velati al governo presente, pur dichiarandosi all’opposizione, promesse elettorali all’insegna delle falsità (tipo vogliamo uscire dall’euro ma in caso di referendum non so cosa voterei e mica ve lo devo adesso! Sarà una sorpresa post-elettorale).

Parolin, sulla coscienza assopita dei politici, ha fatto rimbalzare anche questa esortazione: «Occorre una buona politica, non di quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi: una politica che non sia né serva né padrona ma amica e collaboratrice, non paurosa o avventata ma responsabile e quindi coraggiosa e prudente nello stesso tempo, che faccia crescere il coinvolgimento delle persone, la loro progressiva inclusione e partecipazione».

Ed infine un’ultima riflessione, affatto ultima nelle priorità delle motivazioni: «La lieta notizia del Vangelo, del Dio che assume nel Bambino Gesù la natura umana è fonte di un antropologia che trova il suo centro e la sua chiave interpretativa nella dignità di ogni persona umana, perché dalla visione cristiana derivano necessariamente indicazioni che sono in ultima analisi il frutto e la conseguenza di quella dignità che ad ogni persona è conferita da Dio che volle che suo Figlio divenisse uno di noi. Il cristiano conosce questa sua alta dignità, sa che gli è stata donata l’adozione a figlio di Dio per i meriti di Cristo e cha ha il dovere di difenderla in ogni ambito e momento dell’esistenza, anche quando tale difesa venisse scambiata per attaccamento cocciuto a principi e valori che si pensano possano avere sempre più rilevanti eccezioni».

Ci sono capisaldi da difendere a costo dello scherno e dello sberleffo, nonché della perdita di potere ovviamente. Altro che dialogo! Altro che relativismo e mediazioni!

Mi sarebbe piaciuto catturare all’uscita dalla funzione le impressioni a caldo dei politici presenti, un breve riassunto di quel che avevano capito dell’ampio discorso, un proposito concreto da applicare alla propria azione politica.

Invece ci terremo la curiosità e anche un po’ l’amarezza scoraggiata nel vedere così ampia schiera di politicanti pronti a disporsi in prima fila sulle panche, quando c’è da prendere su una benedizione che faccia lustro per ottenere voti, e invece svanisca nel nulla quando si tratta di votare contro provvedimenti altamente lesivi del bene comune e in special modo dei più deboli.

Due anni fa alla medesima celebrazione erano in platea il presidente del Senato Pietro Grasso, l’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano, il leader dell’Udc Pierferdinando Casini, il senatore Mario Mauro, l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. A loro e a tutti gli altri Bagnasco ricordò cosa la fede ha da dire alla politica: «Mi pare che solleciti l’agire politico ad essere umile, nel segno del servizio non del potere; lo sollecita a non essere supponente e arrogante, e - quanto più ha il dovere e il potere di decidere per tutti - è chiamato ad essere altamente consapevole delle difficoltà a individuare il bene comune e a perseguirlo», ha detto. «È chiamato a dire la verità sempre senza esibire se stesso», ha aggiunto.

S’è poi visto come hanno capito la predica.

23/12/2017
2504/2018
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