Chiesa

di Claudia Cirami

I diritti si fondano su una natura umana oggettiva

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Tante volte i discorsi ufficiali lasciano il tempo che trovano. Un profluvio di retorica ammantata di buoni sentimenti rende ancora più amari i conflitti irrisolti, le tensioni implacabili, le richieste di pace inevase.

Eppure, in un quadro odierno sempre più confuso e in apparente declino, la voce del Papa, che continua ad affermare la volontà e la necessità di perseguire il bene comune, emerge.

Questo è possibile sia per la rinuncia ad ogni artifizio e sia per la riproposizione di immagini efficaci tratte dalla ricchezza del patrimonio cristiano. Possiamo leggere in quest’ottica il discorso al corpo

diplomatico accreditato presso la Santa Sede, al quale il Santo Padre – ieri nella Sala Regia – ha rivolto gli auguri per il nuovo anno.

«Nel rapporto con le Autorità civili – ha affermato Francesco – la Santa Sede non mira ad altro che a favorire il benessere spirituale e materiale della persona umana e la promozione del bene

comune». Poiché i temi toccati sono stati tanti e rilevanti, questa premessa sembra aver avuto lo scopo di chiarire, ancora una volta, che la Santa Sede non fa politica. Quando interviene – e lo ha

fatto – non è certo per difendere questo o quel governo, questo o quel partito, questa o quella idea. La (tanto) criticata omelia del Natale, considerata da molti come un richiamo al dibattito italiano sullo Ius Soli, è

solo un esempio di come, spesso, le parole del Papa costituiscano per molti uno scandalo, a seconda di quale idea politica si abbracci. A questo proposito, visto che spesso Francesco è accusato, parafrasando

Nanni Moretti, di non dire qualcosa di cattolico, è stato interessante uno dei passaggi iniziali del discorso in cui, parlando dei viaggi fatti, ha ricordato gli incontri con le comunità cristiane, parlando dunque da leader

religioso di una precisa confessione, senza tuttavia dimenticare un pensiero al dialogo interreligioso che continua ad essere necessario per la pace.

Due sono gli eventi che il Papa ha inteso ricordare nel discorso: la Prima Guerra Mondiale, di cui quest’anno ricorre il centenario, e i 70° anni dell’adozione, da parte delle Nazioni Unite, della Dichiarazione

Universale dei Diritti dell’Uomo, avvenuta il 10 dicembre del 1948. In modi profondamente differenti, entrambi gli anniversari hanno un collegamento molto intenso con il tema della dignità della persona umana. Nel

primo caso, essa è stata minacciata, offesa, ferita a morte. Nel secondo caso, invece, è stato posto un baluardo a sua difesa. Riguardo alla Prima Guerra Mondiale, Francesco ha ricordato che «la pace non si

costruisce come affermazione del potere del vincitore sul vinto» e occorre creare una situazione di parità tra le nazioni, partendo sempre dalla dignità di ogni persona.

Per quanto concerne invece la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, Francesco ha voluto dedicare questo incontro al suo approfondimento. Non ha però fatto un elogio senza condizioni della dichiarazione.

È ormai chiaro a molti – e il Papa è tra questi – che quei diritti originari, a tutela della persona umana abbiano subìto, progressivamente, un processo di involuzione. Se inizialmente e anche per molto tempo, questi

diritti potevano trovare una sostanziale armonia con i principi cristiani, oggi questo non è più scontato. L’agenda internazionale, nel contesto odierno, sembra avere a cuore altre presunte “priorità”. “Nuovi diritti”

hanno preso il sopravvento. Inoltre è ben evidente come «in nome degli stessi diritti umani – ha affermato senza timore il Papa – si vengano ad instaurare moderne forme di colonizzazione ideologica dei più forti e

dei più ricchi a danno dei più poveri e dei più deboli». Scendendo nel dettaglio – perché non vi fossero dubbi – il Papa ha, per esempio, ricordato la continua violazione del diritto alla vita, a cominciare da quello dei

tanti bambini che non riescono a vedere la luce. Ha poi ricordato gli anziani, anche loro vittime di una cultura dello scarto, le donne, le persone condannate ancora oggi alla tratta, e la violazione del diritto alle cure

mediche e ai servizi sociali necessari.

Di fronte ai tanti ambasciatori, il cuore del suo discorso non poteva che essere centrato sulla ricerca concreta della pace. Indicando il disarmo come punto irrinunciabile di una ricerca seria e costruttiva che può

veramente favorire lo sviluppo integrale, condizione primaria perché i popoli vivano in pace. Richiamandosi alla Pacem in Terris di Giovanni XXIII, il Santo Padre ha poi ricordato l’impegno della Santa Sede nella

firma e nella ratifica del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari. Non sono mancati i riferimenti a situazioni di conflitto che ben conosciamo: quello inquietante che aleggia sulla penisola coreana, quello

gravissimo in Siria, con le sue «immani sofferenze», senza dimenticare i paesi limitrofi, in particolare l’ «amato» Libano, perché «continui ad essere un “messaggio” di rispetto e convivenza e un modello da imitare

per tutta la Regione e per il mondo intero». “Amato” è termine che il Papa ha indirizzato inoltre all’Iraq, anch’esso in una situazione di conflitto. Ma il pensiero del Papa è andato anche allo Yemen, all’Afghanistan, al

Venezuela, ai diversi stati dell’Africa, che vivono da tempo situazioni di guerra civile, all’Ucraina.

Grande attenzione nei riguardi di una delle situazioni di tensione più rischiose, che, ultimamente, ha conosciuto una recrudescenza: quella tra Israeliani e Palestinesi. Per il Papa occorre «ponderare ogni iniziativa

affinché si eviti di esacerbare le contrapposizioni, e invita ad un comune impegno a rispettare [...] lo status quo di Gerusalemme, città sacra a cristiani, ebrei e musulmani», perseguendo la soluzione politica che

contempli due Stati indipendenti. La Santa Sede ribadisce dunque la sua linea rispetto alla decisione di Trump.

Il Papa ha parlato poi del “diritto a formare una famiglia”, chiedendo politiche a sostegno di questa che non è l’ «istituto superato» ritenuta oggi in Occidente, ma è da intendere come «comunione di amore, fedele e

indissolubile, che unisce l’uomo e la donna, una comunione che ha una bellezza austera e semplice, un carattere sacro e inviolabile e una funzione naturale nell’ordine sociale».

Importante il cenno all’«inverno demografico», dato dal calo della natalità, ed è proprio il sostegno alla famiglia la chiave sia per il ripopolamento che per lo sviluppo degli Stati. Ecco, poi, il consueto accenno al

fenomeno delle migrazione e ai migranti. Francesco ha ricordato che «nella tradizione giudeo-cristiana, la storia della salvezza è essenzialmente storia di migrazioni». Ha espresso gratitudine all’Italia che «in questi

anni ha mostrato un cuore aperto e generoso e ha saputo offrire anche dei positivi esempi di integrazione». Ma non gli è sfuggito che il clima di accoglienza sta subendo un certo mutamento: ha auspicato che non

si arrivi a chiusure e preclusioni. Parimenti ha ringraziato anche Grecia e Germania, e non ha mancato di menzionare, sempre per lo stesso motivo, anche il Bangladesh, per non aver chiuso le porte al popolo

Rohingya. Ha poi menzionato ancora una volta i 4 verbi che da tempo considera fondamentali per approcciare il fenomeno delle migrazioni: accogliere, proteggere, promuovere e integrare, ricordando, tuttavia, che

l’integrazione non è a senso unico, ma comporta un rispetto delle regole del paese che ospita, da parte dei migranti.

Il Papa ha sostenuto inoltre la necessità di rispettare il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione, che viene violato ancora in tante parti del mondo, e il diritto al lavoro, anch’esso non sempre tutelato,

con situazioni di sfruttamento che interessano persino i minori, con dati allarmanti. Sul piano del lavoro, manca anche un altro tipo di rispetto: quello per il tempo del riposo, necessario alla santificazione del tempo.

Questo insieme di diritti non deve far dimenticare che esistono anche dei doveri, per ognuno di noi, nei confronti della comunità: «Tra i doveri ​particolarmente impellenti – ha affermato il Papa – vi è oggi quello di

prendersi cura della nostra Terra». In questa prospettiva, la chiusura del discorso, con l’invito rivolto a tutti a coltivare lo spirito dei costruttori di Cattedrali medievali, è molto efficace.

«Il costruttore di cattedrali – ha raccontato il Papa – sapeva che non avrebbe visto il compimento del proprio lavoro. Nondimeno si è adoperato attivamente, comprendendo di essere parte di un progetto, di cui

avrebbero goduto i suoi figli, i quali, a loro volta, lo avrebbero abbellito ed ampliato per i loro figli». Nessuna retorica nelle sue parole: solo tanta sapienza cristiana.

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