Chiesa

di Mary Melone

Lo Spirito e la spiritualità evangelica nella riforma della Chiesa

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Vorrei iniziare questo mio breve intervento anzitutto ringraziando mons. Marchetto per l’invito e, allo stesso tempo, scusandomi per la mia forzata assenza, purtroppo non prevedibile.

Io sono tra gli autori del volume che monsignor Marchetto ha sottoposto alla sua critica costruttiva, come egli stesso l’ha definita, e pertanto rappresento anzitutto l’espressione della convinta adesione al progetto e alla visione di insieme del volume curato da Antonio Spadaro e Carlos Maria Galli, una visione che, come si legge nel volume stesso, si esprime nel desiderio “di costruire un insieme vario di diversi contributi teologici di altissimo livello per pensare le riforme della e nella chiesa” (p. 9). Mi sia consentito anche ricordare un’esperienza personale, che ha segnato la mia partecipazione ai tre giorni del seminario di studio, che si è svolto presso la sede di Civiltà Cattolica, e da cui è nato il volume della Queriniana, e cioè il clima di sincera ricerca che personalmente ho respirato e percepito come segno dell’amore autentico per la Chiesa, riconoscibile tanto nella serietà dei contributi proposti quanto nell’impegno profuso durante le discussioni e il confronto reciproco.

Pongo questa premessa solo per motivare la prospettiva da cui scaturisce il mio contributo, una prospettiva che intende valorizzare il volume della Queriniana per la sua ricchezza di proposte: è senz’altro un volume che fa pensare e, nel continuo parlare di riforma a cui assistiamo anche in ambienti non del tutto preparati ad affrontare questi temi, trovare un volume che spinga a pensare è davvero importante!

Entro dunque nel vivo della parte che mi è stata assegnata e che ha come oggetto lo Spirito e la spiritualità evangelica nella riforma della Chiesa.

Questo tema costituisce la VII parte del libro di mons. Marchetto, speculare alla VII parte del volume La riforma e le riforme nella Chiesa. La collocazione non è ovviamente casuale, ma risponde ad un progetto preciso, secondo il quale nessuna riforma può prescindere dell’azione dello Spirito, per essere autentica e secondo la verità del vangelo. Di conseguenza, nessun discorso sulla riforma può essere condotto
senza un approfondimento teologico del ruolo dello Spirito nella vita della Chiesa, un ruolo che papa Francesco ama collegare al concetto di novità.

Credo che sia particolarmente importante soffermarsi su questo aspetto del magistero di papa Francesco, perchè è proprio dal suo legare costantemente la novità allo Spirito di Cristo che si può cogliere anche il senso autentico di ciò che egli indica come cammino di riforma nella Chiesa.

Ciò che appare particolarmente ricorrente nel pensiero del Papa è anzitutto l’idea che l’azione di Dio si colora sempre di una certa novità: «Lo Spirito — ha spiegato ad esempio il Papa durante una
recente omelia a S. Marta — è il dono di Dio, di questo Dio, Padre nostro, che sempre ci sorprende: il Dio delle sorprese. E questo perché è un Dio vivo, è un Dio che abita in noi, un Dio che muove il nostro cuore, un Dio che è nella Chiesa e cammina con noi; e in questo cammino ci sorprende sempre».

Allo stesso tempo, tuttavia, il Santo Padre è ben consapevole che la novità genera sempre un po’ di timore, quel disorientamento che ricompare a volte lungo la storia della Chiesa, a partire dalla comunità degli apostoli. Spiega a questo proposito papa Francesco: gli apostoli «avevano la forza dello Spirito – il protagonista – che li spingeva ad andare avanti, avanti, avanti. Lo Spirito li portava a certe novità, a certe
cose che però non erano mai state fatte. Mai. Neppure le avevano immaginate.Che i pagani ricevessero lo Spirito Santo, per esempio».

Da qui dunque il loro legittimo disorientamento, dinanzi al quale tuttavia, continua il santo Padre, non bisogna fermarsi, rischiando di porre resistenza all’azione dello Spirito.

«Quando lo Spirito ci sorprende con qualcosa che sembra nuova o dinanzi alla quale pensiamo: ‘mai si è fatto così’, ‘si deve fare così’, pensate - dice il Papa - al Vaticano II, alle resistenze che ha avuto il Concilio Vaticano II, e dico questo perché è il più vicino a noi.

Quante resistenze! Anche oggi vi sono resistenze che continuano in una forma o in un’altra, mentre lo Spirito va avanti. E la strada della Chiesa è questa:riunirsi, unirsi insieme, ascoltarsi, discutere, pregare e decidere. E questa è la cosiddetta sinodalità della Chiesa, nella quale si esprime la comunione della Chiesa. E chi fa la comunione? E’ lo Spirito! Un’altra volta il protagonista. Cosa ci chiede il Signore? Docilità allo Spirito, non avere paura, quando vediamo che è lo Spirito che ci chiama».

Questa carrellata di testi di papa Francesco potrebbe continuare ancora a lungo e ci riserverebbe sicuramente altre sorprese, per la chiarezza con cui egli torna costantemente su questa convinzione: dove lo Spirito agisce, porta novità e creatività.

Ma credo sia sufficiente quanto abbiamo ascoltato per dare una chiave di lettura fondamentale alla comprensione della VII parte del volume, dedicata allo Spirito e alla spiritualità evangelica.
Essa richiama infatti proprio questa consapevolezza, come si diceva: nella Chiesa, nessun cammino di riforma può essere considerato autentico se non a partire dall’agire dello Spirito.

Si tratta di una affermazione la cui ragione teologica va individuata ad un livello profondo, vale a dire nell’opera propria dello Spirito quale co-istituente della Chiesa, secondo la felice espressione di Congar. Quest’opera ha a che fare con la forma della Chiesa, cioè con la sua realtà più autentica, quella voluta da Cristo e animata dallo Spirito fin dalle origini. Riformare la Chiesa significa anzitutto farla tornare alla forma che le è propria, che le dà identità. Ma come è possibile realizzare questo?

Prendendo ancora una volta a prestito le parole di Congar, tratte dal suo noto saggio intitolato «Vera o falsa riforma della Chiesa», si potrebbe dire che:mantenere un dato permanente in una forma adatta al passato è un anacronismo. Lo sviluppo comporta rispetto delle forme acquisite e di quelle passate, fedeltà e continuità. Ma comporta pure movimento, crescita, adattamento (...) La vera riforma si attua solo attraverso una nuova interrogazione delle fonti e dei principi animatori permanenti della vita ecclesiale.

Interrogare fonti e principi animatori permanenti: è questo ciò che ha fatto il Concilio Vaticano II tornando alla forza generativa dei principi evangelici. Perciò, ha potuto guardare “alla Chiesa nell’ottica di una permanente condizione di riforma, in modo che essa fosse sempre capace di manifestare il mistero di grazia e di salvezza che le è stato affidato dal Signore Gesù”.

In questo senso, allora, si può comprende la novità dello Spirito: essa consiste essenzialmente nel riportare la Chiesa alla sua bellezza - non è un caso che in latino il termine bella si traduca formosa, cioè
corrispondente alla sua forma - assicurandole così la capacità di acquisire continuamente la sua forma, ciò che le dà un’identità tale da essere sè stessa, riconoscibile, in tutte le fasi della storia.

Credo che vada proprio in questa direzione il giusto richiamo che monsignor Marchetto fa ad operare una corretta ermeneutica del Concilio Vaticano II, richiamando Benedetto XVI e il suo invito ad assumere una
posizione non di rottura nella discontinuità, ma di riforma e rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa.

Del resto, questo riconoscimento garantisce una dimensione che non può apparire secondaria in nessuna riflessione intorno al tema della riforma, vale a dire quello della comunione.

A questo proposito, ringrazio sinceramente l’Autore per aver voluto richiamare alcuni passaggi del mio contributo in cui la dimensione della comunione viene particolarmente sottolineata. Mi riferisco
precisamente all’affermazione secondo la quale “nessuna riforma può riuscire se esce dal sentiero della comunione, attratta da un’idea che pretende di divenire principio regolatore di tutto, che assolutizza il proprio punto di vista perdendo la solidarietà con la Chiesa intera”.

Ma individuare nella comunione uno dei criteri fondamentali per il discernimento del cammino di riforma significa, ancora una volta, fare riferimento essenzialmente all’agire dello Spirito. Egli è colui che suscita la novità, ma non può farlo contraddicendo se stesso, cioè causando divisione e isolamento. Lo Spirito, che è in sè stesso la perfezione della comunione divina del Padre e del Figlio, non può infatti condurre la Chiesa se non verso la pienezza della comunione, che mantiene certo al suo interno la ricchezza della diversità e della distinzione, ma che non consente alcuno spazio per la divisione.

Papa Francesco, del resto, molto saggiamente, quando parla della novità suscitata dallo Spirito non manca mai di sottolineare la necessità del discernimento, l’importanza che tutti i cristiani imparino a
discernere. Ma anche il discernimento ha le sue condizioni di possibilità.

A questo proposito trovo particolarmente lucida e acuta la lettura di mons. Marchetto, che ha saputo mettere in risalto un aspetto apparentemente secondario della riforma, ma in realtà determinante per
consentire l’azione dello Spirito e l’attuazione del discernimento. L’Autore coglie e sottolinea questo aspetto commentando il contributo di monsignor Victor Manuel Fernandez, dal titolo: Alla luce del pensiero di Francesco: il Vangelo, lo Spirito, la riforma ecclesiale.
Si tratta del suo richiamo ad una necessaria umiltà, che sia aperta alla Verità e capace di flessibilità, che sappia lasciarsi interrogare, anche accogliendo le preoccupazioni legittime di altre posizioni.

In definitiva, allora, si comprende che il riferimento all’agire dello Spirito in un contesto di riflessione teologica, giuridica, storica e pastorale sul tema della riforma assicura lo sfondo veritativo della riflessione stessa, perchè porta con sè l’esigenza di assumere l’impegno ad ascoltare l’altro, le situazioni, le attese; a cercare l’incontro e lo scambio, il confronto e il cammino condiviso.

Termino perciò con un grazie sentito a monsignor Marchetto per aver preso così sul serio i contributi del volume sulla riforma da dedicare ad essi un libro intero di commento; non solo: gli rivolgo il mio
grazie sentito anche per il suo esempio convinto di dialogo, di confronto e di ricerca da cui trapela il suo amore profondo per la Chiesa.

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18/01/2018
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