Chiesa

di Paul Freeman

C’è un solo modo di riformare davvero la Chiesa

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G. M. - Grazie per il suo lavoro ad un volume di cui c’era bisogno. Riecheggiando la 1Pt diremmo che «rende la castità ai cuori» disponendoli all’«obbedienza della verità». Durante la presentazione del volume in Campidoglio suor Mary Melone – unica voce al tavolo dei relatori a parlare “ex altera parte” – ha riconosciuto l’importanza del suo contributo al dialogo. Come osservatore delle cose di Chiesa mi pare di percepire talvolta, da parte di quanti fanno grandi lodi del dialogo e della sinodalità, e coi limiti di ogni generalizzazione, una non proporzionata attitudine al confronto reale, perlomeno con dei critici moderati e costruttivi: mi chiedo se tale paradosso sia una semplice risultante di ovvi personalismi o se vi soggiaccia invece proprio il contraccolpo dell’eclisse primaziale (giacché mi pare che in generale, nella storia della Chiesa, ove si siano negati i poli primaziali, sono poi prevalsi più o meno privati gruppi d’interesse). Lei come la vede?

+ A. M. - Grazie del farmi vostro ospite anzitutto, e - mi pare - con questa prima questione del nostro conversare qui voi abbiate accolto l’appello essenziale al dialogo di questo mio libro. Esso risulta chiarissimo specialmente nella sua parte finale con citazione del contributo al volume che ha dato origine a “Una [mia] risposta”. È del Vescovo-teologo-uomo di fiducia di Papa Francesco, Mons. Vìctor Manuel Fernàndez. Cito solamente la parte finale del suo dire. e cioè: “l’umiltà aperta alla verità richiede di saper accogliere altre preoccupazioni legittime, anche quelle di settori conservatori…Pertanto, non sempre ogni qual volta vi è un conflitto nella Chiesa ciò è male, ma talora si tratta di tensioni proprie che esistono tra persone oneste e sincere che rispondono alla volontà di Dio, portando il proprio contributo a questo mondo”

Ecco, ci siamo, dev’essere un dialogo tra persone oneste e sincere, come fu durante il Concilio Ecumenico Vaticano II, specialmente dopo l’enciclica Ecclesiam suam del beato Paolo VI, Magno Sinodo che per me è l’ analogatum princeps durante il quale conversero in consenso le sue due “anime” (io dico di maggioranza e minoranza), le quali pure avevano, ciascuna, i loro estremisti ma che, grazie a Dio e ai due Papi conciliari, Giovanni e Paolo, sono riuscite ad approvare quasi all’unanimità testi che pur avevano suscitato difficoltà e tensioni, ma erano atti a incarnare, alla fin fine, l’autentico spirito conciliare. Fu opera, quella, di riforma e di rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa e lo dev’essere, e lo sarà, pure questa, voluta da Papa Francesco.

Concretamente la mia proposta è stata che nei vari incontri, assemblee, seminari, simposi, gli organizzatori, magari di un certo indirizzo, abbiano il desiderio, l’avvertenza, per facilitare il dialogo, di invitare un esponente non estremista dell’altra parte, dell’altra tendenza che insieme attualmente si presentano un po’ come l’una contro l’altra armata. E umilmente attesto che nella presentazione in Campidoglio del mio libro sulla riforma ho proprio invitato un esponente non estremista diciamo di coloro che hanno partecipato all’espressione cartacea dell’altra tendenza, dimentica, in generale, del termine primato (nelle sue varie espressioni) del binomio inscindibile con sinodalità.

Che poi sia più facile parlare di essa e di dialogo che realizzarli convenientemente credo che tutti siamo d’accordo. La sinfonia ecclesiale è frutto dell’azione dello Spirito Santo al quale bisogna aprire la porta del cuore oltre che della mente. Bisogna amarLo e volerci bene fra di noi cristiani che abbiamo ricevuto, indegnamente, tutti, il Dono.

Per concludere non ho difficoltà a dire che mi sembra oggi di vedere una certa eclisse primaziale, fatte le dovute distinzioni di luoghi, ordini e gradi. Importante rimane quell’ et…et eminentemente cattolico, il “genio” del cattolicesimo, al dire di Cullmann durante il Concilio, l’apporto che la Chiesa cattolica dovrebbe dare specialmente al movimento ecumenico.

G. M. - Le sue pagine mi hanno confortato in una persuasione a cui in qualche anno di studio anche io stavo arrivando: certe unilaterali poetiche della sinodalità, che paiono quasi escludere ideologicamente la fisiologica tensione ecclesiale (talvolta perfino la frizione), riposano sovente su approssimazioni più o meno grossolane dei dati storici. Eppure per un certo periodo della modernità le ricerche storiche sono sembrate l’arma principale di cui disponessero i “novi novatores”. Che cosa è accaduto da quell’epoca a oggi, se si può dire in breve? E a proposito di ciò, non ho potuto fare a meno di notare come non comparisse – tanto nel suo studio quanto in quello recensito e criticato – il riferimento al Commonitorium di Vincenzo di Lérins, che tra i primi enunciò scientemente i criterî di discernimento tra «vera e falsa riforma nella Chiesa» (Congar invece risulta abbondantemente citato). È un caso o c’è un motivo? E se lei dovesse dire in breve il suo criterio fondamentale per discernere tra la novitas dello sviluppo organico e quella di un organismo canceroso?

+ A. M. - E siamo alle approssimazioni storiche e al parlare di riforma un po’ a ruota libera, che è una delle mie grandi pene e pure Sua da quanto mi dice ora. È vera comunque la osservazione che, invece, per un certo tempo la storia era cammino di ricerca per eccellenza per conoscere il passato sul quale basare il presente e indirizzare l’avvenire. Questo detto in genere. Che cosa è successo dunque? In campo è entrata con forza l’ideologia, la storia con propensione alla rottura, all’evento, il venire meno invece quella basata sui documenti (ex factis et probatis). È calata la ricerca dell’obiettività, la conoscenza delle fonti, anche a causa della perdita del latino. Come si può infatti - mi domando - scrivere del Vaticano II senza la consultazione vera dei 62 volumi degli Acta Synodalia, specialmente degli ultimi pubblicati che sono dedicati agli Organi direttivi del Magno Sinodo?

In ogni caso lo stesso Papa Francesco ha spesso citato il celebre passo del Commonitorium di Vincenzo di Lerino che così recita: “anche nella stessa Chiesa cattolica ci si deve preoccupare molto che ciò che noi professiamo sia stato ritenuto tale ovunque, sempre e da tutti” ed è un dato conosciuto. Non c’è poi dubbio che la mia posizione si basi su di esso, che lo si citi o meno. La questione è piuttosto come combinarlo con lo sviluppo dello stesso dogma che dev’essere in evoluzione omogenea e organica (v. pure Commonitorium, cap. XXII). Invece la parola che primeggia nel libro che ha causato la mia risposta è “rivoluzione”, il che mi pare si opponga proprio a un tale giusto sviluppo. Del resto Papa Francesco applica il termine “rivoluzione” all’evento fontale del cristianesimo, il Signore Gesù e il suo Vangelo. Altrimenti si corre il rischio di precipitare in quel vortice di rottura che cattolico non è. Amo qui ricordare peraltro pure l’assioma attribuito da molti ad Agostino: in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas, aggiungendo che nell’evoluzione dogmatica va ritenuto il principio di non contraddizione.

P. C. - L’analisi dei documenti conciliari e la loro attuazione è stata spesso analitica e talvolta settoriale. Per cui, alcuni, nell’ottica degli accenti, hanno fatto propri alcuni documenti, però come se tutto il Magno Sinodo fosse dovuto a quel singolo Documento. Si pensi a chi ha accentuato Dei Verbum o Gaudium et Spes in maniera eccessiva e monotematica, facendone una corrente ed un “movimento”.

Eppure quest’approccio, pur valido ed importante nell’economia dell’orchestrazione, rivela una sua certa limitatezza nei confronti di tutto il “Magno Sinodo”. A mio avviso dimentica che il documento cardine (e più obnubilato) è proprio la Sacrosanctum Concilium. Il suo “Culmen et Fons” non era e non è solo una dichiarazione di principio astratta. Un qualcosa che, ovviamente, bisogna dire e dare per scontato, ma piuttosto, a mio parere, una “via illuminationis, via intellectum et via scrutatio” per comprendere gli altri documenti e l’afflato comune che li muove. Non per fornire uno “stile” di Chiesa ma “lo stile” da cui parte ogni discernimento ed ogni attuazione via via incarnata nei “segni dei tempi”.

Ricordava il Card. Joseph Ratzinger, nell’intervento al Convegno internazionale sull’attuazione del Concilio Vaticano II, dopo aver ribadito che il concilio ha voluto affermare il primato di Dio iniziando i suoi lavori con un documento dedicato alla Sacra Liturgia, aggiungeva: “La Chiesa si lascia guidare dalla preghiera, dalla missione di glorificare Dio…Nella storia del post-Concilio certamente la Costituzione sulla liturgia non fu più compresa a partire da questo fondamentale primato dell’adorazione, ma piuttosto come un libro di ricette su ciò che possiamo fare con la liturgia.

Nel frattempo ai creatori della liturgia sembra che sia uscito di mente, occupati come sono in modo sempre più incalzante a riflettere come si possa configurare la liturgia in modo sempre più attraente, comunicativo, coinvolgendovi attivamente sempre più gente, che la liturgia in realtà è ‘fatta’ per Dio e non per sé stessi. Quanto più però noi la facciamo per noi stessi, tanto meno attraente essa è, perché tutti avvertono chiaramente che l’essenziale va sempre più perduto” (L’Osservatore Romano, 4 marzo 2000)

Insomma due mancanze. Da una parte l’obnubilamento del Senso del Sacro che il Concilio non voleva e dall’altra un “fissismo” di “stile” in cui è stato coartatamente incastrato il “Magno Sinodo”. Privando i fedeli dei suoi frutti ancora inespressi.

+ A. M. - Mi sia permesso di attestare che tutti i cattolici debbono far propri i documenti finali conciliari che esprimono quella Chiesa ad extra e ad intra che ha guidato il dialogo conciliare, come sua finalità. Ciò non significa che non ci siano testi particolarmente cari, o che consideriamo personalmente più importanti, ma sempre in armonia sinodale. Del resto anche i titoli dati a ciascun documento esprimono una scala di valori pur restando tutti testi sinodali. L’orchestrazione - come Lei dice - dovrebbe essere buona mentre -sempre secondo il suo giudizio- rivela una certa limitatezza, con una indicazione di obnubilatio di Sacrosanctum Concilium, che dovrebbe essere invece il documento cardine, secondo il suo punto di vista. Che la Liturgia sia culmen et fons della vita cristiana lo attesta lo stesso Concilio, ma esso è da considerare, come dicevo, nel quadro della Chiesa sopra delineato. In questa posizione credo ci sia un rischio, come nelle altre scelte e preferenze sopra da Lei segnalate.

Oltre il linguaggio particolare, il passaggio da “uno stile” a “lo stile”, con richiamo qui ai segni dei tempi, mi sembra difficoltoso perché si entra in altri campi di trattazione conciliare che hanno le loro proprie caratteristiche. Le due mancanze menzionate alla fine, che sarebbero sinodali, non le trovo tali. Trattasi dell’obnubilamento del senso del sacro, che non mi pare frutto del Concilio, ma realtà del mondo contemporaneo, purtroppo, così come di un fissismo nel post-concilio che non vedo. Bisognerebbe dunque distinguere.

P. C. - Sembra che la Chiesa talmente orientata nel suo venire, giustamente, incontro agli uomini, sia invece capitolata, talvolta, nell’andare incontro al mondo impantanandosi. Non si sia solo sporcata le mani, che è un bene, ma non se le sia più lavate con gli uomini. Non abbia seguito il moto necessario dell’incarnazione che è duplice, discesa e risalita. Ma si sia industriata solo nel primo moto dimenticando sé stessa e la sua natura. Questo agire monco è anzitutto una non comprensione del “Senso del Sacro” ed una via malata al discernimento e al cogliere il retto manifestarsi dei “segni dei tempi”. Il riprendere in mano questo documento, la Sacrosanctum Concilium, porterebbe certamente “ad una riforma senza scisma” e a non tradire il “santo Vero” (Paolo VI cita A. Manzoni)

È infatti il “Santo Vero”, profuso nell’opera di Dio, nella Sacra Liturgia, che educa al “santo Vero”.

+ A. M. - Il rischio di una capitolazione del cristiano di fronte al mondo. È certo difficile essere in esso senza appartenervi. C’è il rischio di impantanarsi, anzi anche di affogare, ma questa non è la situazione espressa nei documenti conciliari che conservano il senso dell’identità cristiana. L’espressione papale poi dello sporcarsi necessariamente le mani per mettersi al servizio dei poveri, degli emarginati, ecc., non significa che non ci si debba poi anche lavare.

Qui non riesco a distinguere di quale Chiesa si parli. Quella conciliare o post? Quella di oggi, con i suoi rischi? Certo un’incarnazione culturale, come diceva Benedetto XVI, piuttosto che inculturazione, va compiuta, ma è applicando anche alle culture, e non solo agli individui, il mistero pasquale di morte e di vita. Qualcosa dovrà morire per vivere pure in relazione alle culture.

La Chiesa dimentica sé stessa e la sua natura? Non lo direi in Concilio (“Chiesa cosa dici di te stessa?” domanda di Paolo VI), né oggi, pur distinguendo da luogo a luogo. In questa linea va la denuncia di non comprensione del senso del sacro. Ma agli inizi degli anni ‘60 Sabino Acquaviva già evidenziò la eclissi del sacro, la progressiva erosione della dimensione del sacro. Comunque, personalmente, non ritengo che la secolarizzazione sia irreversibile e che la Chiesa non sarà fattore di ricupero del senso del sacro, se si vorrà.

Per concludere, certamente si potrà riprendere in mano con fedeltà, cosa del resto auspicabile per tutti i documenti sinodali, anche la Sacrosanctum Concilium.

G. M. - A uno dei più grandi esperti viventi del Vaticano II e della sua ermeneutica non posso trattenermi dal porre questa domanda, anche perché le forzature al “magno sinodo” si avvertono non solo da parte di quanti ne esaltano lo “spirito” a discapito dei testi e della mens patrum, ma pure da quanti lo rigettano apertamente. Non posso dimenticare che il 10 aprile 2016 mons. Bernard Fellay disse pubblicamente, predicando a Puy-en-Velay: «[…] abbiamo visto monsignor Pozzo, il responsabile della Commissione Ecclesia Dei, di quest’istanza romana che si occupa di noi, e monsignor Pozzo ci ha detto: “Noi pensiamo (“noi”, cioè la congregazione della Fede, non solo lui) che non dobbiamo domandarvi se non ciò che si domanda e che è necessario ad ogni cattolico, e niente di più”. Pozzo ha sviluppato questo pensiero dicendo: “Ebbene, il concilio Vaticano II non è dottrinale, e quindi questo non possiamo domandarvelo”. È stato anche più chiaro: “Voi avete il diritto di difendere la vostra opinione sulla libertà religiosa, sull’ecumenismo, sulla relazione con le altre religioni – Nostra Ætate”. È stato così sorprendente che gli ho detto: “Non è impossibile che le domandi di venire a dire questa cosa da noi”». Capisco perfettamente la risposta di Fellay, ma ancora non mi capacito della dichiarazione di Pozzo: davvero il “magno sinodo” non è dottrinale? Che idea di dottrina abbiamo se la riteniamo determinata dalla presenza o dall’assenza degli anatematismi? Vuole confortarci con la sua autorità, su questo punto?

+ A. M. - Come ho appena affermato, credo che ogni cattolico sia tenuto a ricevere il Concilio Ecumenico Vaticano II, certamente pastorale, ma anche dottrinale, pur non essendovi in esso dichiarazioni dogmatiche formali. A questo proposito vale ricordare le Notificazioni fatte dal Segretario Generale Mons. Felici nella congregazione generale 123.a sulla qualificazione della dottrina esposta nello schema sulla Chiesa, con rimando alla dichiarazione del 6 marzo 1964. Eccone il testo: “Tenuto conto dell’uso conciliare e del fine pastorale del presente Concilio, questo definisce come obbliganti per tutta la Chiesa i soli punti concernenti la fede o i costumi, che esso abbia apertamente dichiarati come tali. Le altre cose che il Concilio propone, in quanto dottrina del magistero supremo della Chiesa, tutti e singoli i fedeli devono accettarle e tenerle secondo lo spirito dello stesso Concilio, il quale risulta sia dalla materia trattata sia dalla maniera in cui si esprime, conforme alle norme di interpretazione teologica.”

Questa citazione io la propongo non perché abbia una speciale autorità di farlo, ma perché, come storico e teologo, oltre che vescovo, la trovo nel testo conciliare. Non ritengo comunque che l’esistenza della dottrina dipenda dalla presenza o assenza degli anatematismi.

G. M. - Venendo a un caso recente ed eccellentissimo di diatriba ecclesiale in vista dell’assimilazione del Magistero, non possiamo che pensare ad Amoris lætitia, di cui si sono esposte versioni fra loro inconciliabili che hanno dato adito, da una parte, ai Dubia di eminentissimi confratelli del Santo Padre, e dall’altra a concordanze come quella di Rocco Buttiglione (prefata dal card. Müller). Ulteriori notizie (penso alla nota dei Vescovi argentini pubblicata in AAS col relativo rescritto pontificio) sembrano tuttavia mostrare come la “ricezione ufficiale” paia orientarsi ai sensi della “maggioranza”… e in questo la stessa sembrerebbe configurarsi in controtendenza rispetto al trend da lei più volte richiamato nel libro. Che idea s’è fatto di questi movimenti? Che punto di ricaduta pronostica per la dialettica in corso?

+ A. M. - La pubblicazione in AAS di cui fa menzione, penso ponga fine alla discussione su quello che è il pensiero del Santo Padre. Del resto, anche in questo caso, vi sono delle regole di procedura riguardo all’accettazione del magistero pontificio che qui è stato sostenuto - cosa da rilevare - dalla maggioranza di più di due terzi dei partecipanti al Sinodo dei Vescovi che ne ha dato origine.

A tale riguardo nel mio libro riprendevo quanto segue per la vivacità di parola del Papa nella risposta al settimanale “Tertio”, il 7/XII/2016, circa la sinodalità. “La ‘Chiesa sinodale’ prendo questa parola. La Chiesa nasce dalla comunità...nasce dal Battesimo; e si organizza attorno a un Vescovo…che è successore degli Apostoli. Ma c’è [anche] Pietro…[Dagli] ultimi due Sinodi è uscita Amoris laetitia che il Papa ha fatto sua. Una Chiesa sinodale significa che si dà questo movimento dal basso in alto e dall’alto in basso. E nelle diocesi lo stesso. Ma c’è una formula latina che dice che le Chiese sono sempre cum Petro et sub Petro. Pietro è il garante dell’unità della Chiesa. È il garante”.

P. C. - In effetti quello che noi chiamiamo liturgia è anzitutto “opera di Dio”, Ergon tou Theou, e non potrebbe essere altrimenti. Il termine Liturgia possiede sempre delle ambiguità, perché noi, dopo il peccato, tendiamo ad “appropriarci” anche delle cose buone. Sappiamo che esso è stato utilizzato per la prima volta nel testo dei LXX, indicando l’atto di culto del Sommo Sacerdote al tempio. Con l’Avvento di Cristo però le cose cambiano perché Egli è l’Opera di Dio che si manifesta pienamente nella Santa Messa e noi, ivi siamo chiamati a partecipare attivamente, per grazia. Non è opera nostra (liturgia) ma opera Sua a cui possiamo, per grazia, essere in “actuosa participatio”. Ricordare costantemente al nostro cuore e alle nostre mani che siamo “servi” aiuta a non appropriarci del nostro discendere e a capitolare in una delle tante forme di immanentismo di cui sono toccate tutte le correnti eretiche nella storia della Chiesa. Il Concilio Vaticano II, che è un dono meraviglioso, spogliato di questo afflato di trascendenza, rischia di diventare l’ennesimo feticcio tutto umano.

+ A. M. - L’appropriarsi dei misteri della vita di Cristo è per il cristiano uno dei doni della celebrazione dell’anno liturgico. Sono misteri perché esistenti in sé come avvenimenti storici nella esistenza di Gesù che diventano nostri grazie alla Parola e al Sacramento. La nostra partecipazione alla sacra Liturgia è una actuosa participatio, termine ormai “classico” dopo il Vaticano II, che dev’essere anche oggetto di meditazione, di contemplazione. Da ciò il rispetto per i momenti di silenzio previsti dal sacro rito. Che siamo servi inutili ce lo ricorda lo stesso Signore, ma pure figli di Dio nel Figlio e coeredi con Cristo. Il principio di immanenza in ogni caso non è accettabile, ma il metodo di immanenza può aiutare nel procedere verso la Trascendenza.

Sicuramente il Vaticano II è un dono meraviglioso, la bussola che ci è stata donata per navigare nel procelloso mare del postmoderno. Come faremmo senza di esso? Anche per questa riforma e questo rinnovamento a cui ci chiama e per il quale ci stimola Papa Francesco in linea con l’ermeneutica sinodale corretta, espressa finalmente da Benedetto XVI, ma in comunione di pensiero al riguardo con i due Papi conciliari e quelli post, cioè non di rottura nella discontinuità ma di riforma e rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa. In questo v’è afflato di Trascendenza.

P. C. - Anche la nozione di Popolo di Dio rimane una nozione chiusa se non è inserita pienamente nella Sacra Liturgia, nell’Ergon Tou Theou; rischia, infatti, di diventare un “celebrare sé stessa” e non la sua identità di chiamata univoca e nel contempo capillare, in ogni membro, alla santità, alla trascendenza.

Coltivare il senso del Sacro è fondamentale.

Anche qui è bene “occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi” (E.G. 223) e fare propria l’affermazione di Sant’Alberto Hurtado: ‘La mia messa è la mia vita e la mia vita è una messa prolungata’, da Lei citata nel suo testo.

+ A. M. - Nella visione della L.G. è evidente la chiamata alla santità di tutto il Popolo di Dio. Papa Francesco poi unifica L. G., Gaudium et Spes e Ad gentes poiché il Popolo di Dio pellegrino è il soggetto dell’evangelizzazione nella storia. Del resto si stanno cercando di integrare anche in America Latina i concetti di populus, communio e missio. La prima componente non è quindi una nozione chiusa, ma il Popolo di Dio è inserito pienamente nel mistero-sacramento di comunione come missionario nel mondo. È un Popolo che deve celebrare con afflato di Trascendenza. Su questo punto mi si permetta almeno una citazione del mio “Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Per la sua corretta ermeneutica”, con rimando a uno studio straordinario del teologo Ratzinger (p. 360).

La ringraziamo di cuore Mons. Marchetto di questo colloquio e Le chiediamo di portarci al Santo Altare con le famiglie che il Signore ci ha affidato. Grazie

+ A. M. - Anch’io ringrazio per la vostra iniziativa di un dialogo con me in clima natalizio, che credo sia una risposta al mio invito al conversare rispettoso ed utile fra esponenti di varie correnti di pensiero che cercano il santo Vero, il messaggio di salvezza in Cristo, in un clima non facile, nell’attuale crocevia della storia della Chiesa e del mondo.

Con l’augurio di ogni Bene.

+ Agostino

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22/01/2018
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