Politica

di Lucia Scozzoli

Venghino, signori, alla fiera delle candidature!

Sono giorni di puro divertimento, per chi, come me, ha già affidato il cuore alla pace rassicurante di un ideale politico altro: lo spettacolo che i vari partiti stanno dando nella compilazione delle liste è esilarante.

Sulla Boschi son tutti d’accordo: nessuno la vuole. La punta di diamante del giglio magico di Renzi si sta rivelando un garofano cimiteriale per il PD: l’alleato tirolese, il Südtiroler Freiheit, insieme ai Verdi di Bolzano, hanno fatto sapere a Renzi che la bella toscana deve restare fuori dalla loro regione. A dire il vero nel PD sono parecchi a sostenere che la ricandidatura di Maria Etruria sia un autogol clamoroso, tanto più se la si colloca in posizione sicura, evitando il confronto con le urne.

Il PD comunque non è l’unico che in queste ore sta facendo manovre autolesioniste: la candidatura di Parisi a Roma da parte di FI sa di masochismo. Dopo aver fondato Energie per L’Italia e ricattato per bene il centro destra, Parisi ha ottenuto la poltrona che voleva e abortito il suo soggetto politico sul nascere. Ma Roma è Roma e già si è visto con l’elezione del sindaco (quando si candidò la Meloni per la coalizione) che il centro destra nella capitale non ha intenzione di investire neanche un piccolo sforzo. Un milanese a Roma contro Zingaretti, la Lombardi, ma anche contro lo Scarpone del sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi. Pirozzi farà una campagna contro i vecchi politici, in nome del nuovo, e, con l’election day e il voto sulla regione, il risultato sarà che a Roma il centro destra subirà la stessa Caporetto del 2016. Evidentemente è quello che vogliono: forse l’obiettivo è liberarsi di Parisi definitivamente.

La Lega intanto si è buttata sui temi economici antieuropeisti, candidando Bagnai, oltre a Borghi: Bagnai, dal canto suo, continua a strizzare l’occhiolino a tutte le forze politiche, perché sia chiaro che non è di destra, solo da quella parte hanno ascoltato le sue idee. All’occorrenza, si sposterà volentieri.

Simpatico Mori, che dopo aver sbraitato in solitaria su twitter contro Borghi e Bagnai che si sono lasciati annacquare dalle promesse inattuabili del centro destra, alla fine si è candidato con CasaPound, gli unici veri antieuropeisti sul panorama politico italiano (dice lui).

Da Arcigay ci fanno sapere che il PD è in crisi anche per altri motivi: Sergio Lo Giudice, presidente onorario di Arcigay, senatore uscente, grande sostenitore delle unioni civili e della stepchild adoption, per potersi intestare un figlio commissionato con l’utero in affitto oltre oceano, non sarà ricandidato dal PD: visto che i sondaggi danno il Partito Democratico molto più assottigliato della sua attuale configurazione, non c’è più posto per tutti e dentro la coalizione se la stanno suonando di santa ragione per accaparrarsi le poche poltrone. Così Andrea Orlando ha preteso 21 posti da riempire come vuole lui, e tra questi non c’è Lo Giudice. Son rimasti fuori anche Cesare Damiano (della corrente Sinistra e Cambiamento), Andrea Martella (coordinatore Dems) e Marco di Lello (leader dei Socialdem). Tutte le anime variegate del PD che non sono puramente e fieramente renziane, ma che hanno deciso di restare sulla barca per sostenere il governo e non pugnalare l’ormai odiato segretario, sono destinate alla batosta.

E mentre l’estrema sinistra subisce umiliazioni cocenti, il PD candida Casini a Bologna: ex alleato di Berlusconi, professionista della politica da una vita, sempre in equilibrio a metà strada in attesa che rinascesse una balena bianca in cui sguazzare come ai vecchi tempi, Casini è l’emblema di ciò che un comunista serio odia. D’altra parte Casini è odiato pure da destra: ma tanto la poltrona è garantita dal listino bloccato. Viva le elezioni senza le preferenze.

Un nuovo candidato col PD è anche Tommaso Cerno, che abbandona Repubblica, di cui era condirettore, per la politica, o meglio, decide di fare politica dal parlamento invece che dalle colonne del giornale.

Simpaticissime le manovre del M5S: dopo la farsa dei problemi informatici a Rousseau, a causa dei quali alcune candidature non sono potute essere inserite nel sistema, siamo entrati nella fase sforbiciate palesi da parte di Di Maio: dalle liste per il proporzionale stanno scomparendo nomi di alcuni che hanno vinto nelle parlamentarie. In Veneto, per esempio, non compare più Gedorem Andreatta (tempo fa quando Andreatta era consigliere comunale di Marostica, un’inchiesta giornalistica aveva fatto scoppiare il caso del suo hotel che ospitava profughi e ci guadagnava, come previsto dalla legge; evidentemente Di Maio ha ritenuto che l’immagine di Andreatta fosse irrimediabilmente compromessa). Nel Lazio prima era scomparso il nome di Vittoria Baldino, che poi è stato reinserito a scapito di Antonella Sassone. Nessuno è stato avvisato dei cambiamenti, dai vertici pentastellati si taglia e cuce in autonomia e libertà. Alla faccia della democrazia dal basso.

Tra l’altro non possiamo nemmeno più chiamarli grillini, perché Grillo si è ritirato: ha pure aperto un nuovo blog autonomo dal movimento. Non si sa se si è defilato sua sponte o è stato Casaleggio junior ad invitarlo alla dipartita.
Nota di folklore: il M5S candida, contro il blocco degli economisti antieuropeisti della Lega, Lorenzo Fioramonti, professore ordinario di Politica economica all’università di Pretoria, in Sudafrica, e sostenitore della teoria secondo la quale usare il pil come indicatore di salute di un paese sarebbe sbagliato. Esiliato dai grandi consessi economici, pare la figura dissidente il giusto per aderire all’immagine antisistema dei pentastellati. Poi il fatto che Di Maio abbia archiviato completamente le velleità antieuropeiste dopo il suo incontro con la trilaterale sembra non importare ai “no casta” invasati. Conta solo che i grillini promettano di rinunciare ai vitalizi e a parte del compenso, a favore di non si è capito bene chi.

Intanto negli altri partiti c’è la faccenda degli oboli da candidatura: con FI paghi 30mila € subito, senza garanzie di elezioni, col PD versi al partito 1500€ al mese per tutta la durata della legislatura, che fanno 90 mila €, cioè un botto di più, ma dilazionati e solo se vieni eletto e ti puoi candidare anche se sei povero (l’unica vera differenza rimasta tra destra e sinistra).
Il presidente di Gay Center ha presentato in conferenza stampa alla Camera i risultati del sondaggio che ha commissionato a Euromedia Research: una lista che intercetti le istanze del popolo LGBT in Italia ha un potenziale del 6% e «non è vero che l’elettorato di centrodestra sia ostile ai gay».

Il 65,1% degli italiani sarebbe favorevole ad una legge contro l’omofobia, ma nel dettaglio in LeU sono favorevoli l’85,6%, nel PD il 75%, nel M5S il 72,3%, nel cdx il 60% e tra gli astenuti delle ultime elezioni il 62%. A destra, il partito risultato più gay friendly è quello della Meloni: il 67,7% degli elettori di FDI ha espresso posizioni di vicinanza alle istanze di gay, lesbiche e trans. Il 6,2% ad oggi voterebbe una lista per i diritti gay, senza che sia mai stata fatta alcuna proposta in tal senso.

Al sondaggio crediamo con riserva: il 12,8% si è dichiarato gay, lesbica o bisessuale all’intervistatore, per cui è probabile che la platea sondata non sia proprio un campione qualunque, ma comunque è interessante notare come essere sensibili alle tematiche LGBT non sia per forza una faccenda di sinistra, cosa che peraltro era già emersa anche negli USA in occasione delle ultime elezioni dove molti LGBT si dichiararono a favore di Trump. Il fatto è che le questioni etiche e civili in generale si sovrappongono in modo trasversale alle proposte economiche che storicamente contraddistinguono più nettamente la destra e la sinistra. Con l’avvento dell’era europeista, con tutti i lacci e lacciuoli internazionali che impediscono ogni libertà di manovra dei singoli governi in materia economica, questa differenza si è fatta più sfumata e in molti hanno cercato di colorare gli schieramenti attraverso caratterizzazioni etiche. Eppure questo dualismo pare non aver attecchito pienamente nell’elettorato, che continua a votare come gli pare, al di là delle previsioni e delle manipolazioni mediatiche.

Salvini sicuramente lo sa, e infatti ha imbarcato sulla sua nave anche la Bongiorno, sostenitrice della legge Scalfarotto contro l’omofobia: in questo modo intercetta una fetta non irrilevante di elettori gay friendly avversi alla sinistra. Lo sa da tempo anche Berlusconi: la sceneggiata della Pascale con Luxuria non fu un caso infatti. Supponendo che di quel 6% di elettori da acchiappare siano nelle potenzialità del cdx un 2%, si tratta di cifre su cui non si può fare gli indifferenti.

Invece i cattolici, pecoroni oltre misura, sono attirati con la bistecca avariata della quarta gamba (Fitto, Lupi, Formigoni, Costa, Zanetti), nemmeno consultata per la definizione del programma, o con le promesse da marinaio dei patti per la natalità firmati senza neppure leggerli. Tanto i cattolici sono più fresconi degli LBGT e credono a tutte le panzane che i politici raccontano, da decenni ormai. La sinistra e il M5S invece li disprezzano proprio: piuttosto che fare proposte a loro gradite, puntano alla manipolazione mediatica dei messaggi del pontefice, non cercando di apparire eticamente affini ai cattolici, come fa il centro destra (vedi spottone della Meloni per il presepe), ma tentando di ammansire l’etica cattolica al modernismo, con un’operazione di disonestà intellettuale decisamente mefistofelica.

Com’era quella cosa dell’essere candidi come colombe ma astuti come serpenti?

28/01/2018
2205/2018
Santa Rita da Cascia

Voglio la
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