Politica

di Emiliano Fumaneri e Paul Freeman

Alcune puntualizzazioni sulla liceità della lettera di sostegno al Popolo della Famiglia

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Evidentemente irritati dall’appello a favore del PDF di decine e decine di sacerdoti, di religiosi e di religiose, alcuni, autoproclamatisi interpreti unici e autorizzati del Magistero cercano, come da inveterata abitudine, di correre ai ripari confondendo le acque. E come sempre lo fanno imbastendo una limacciosa coltre di sofismi per condizionare le menti e i cuori. Invece che gioire del bene, da ovunque provenga (e saper ringraziare), si pongono subito al riparo del proprio pezzetto di territorio con appropriazione. Ricordano quell’episodio del libro dei Numeri:

“Intanto, due uomini, uno chiamato Eldad e l’altro Medad, erano rimasti nell’accampamento e lo spirito si posò su di essi; erano fra gli iscritti ma non erano usciti per andare alla tenda; si misero a profetizzare nell’accampamento. Un giovane corse a riferire la cosa a Mosè e disse: «Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento». Allora Giosuè, figlio di Nun, che dalla sua giovinezza era al servizio di Mosè, disse: «Mosè, signor mio, impediscili!». Ma Mosè gli rispose: «Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!»” (Numeri 11, 26-29)

Meglio dunque fare qualche puntualizzazione. Affermare, come fanno i documenti ecclesiali, “Apostolicam Actuositatem” in primis, che la responsabilità dell’animazione dell’ordine temporale è responsabilità dei laici significa stabilire soltanto una cosa: che il clero non deve esautorare il laicato. Il clero non deve sostituirsi al laicato. Non deve surrogarne le funzioni, come è consuetudine di quel fenomeno malato chiamato “clericalismo” Il clero non deve dirigere il laicato né usare la propria influenza per controllarlo occultamente. Tanto più se si tratta di ottenere vantaggi mondani. È quanto papa Francesco usa chiamare “mondanità spirituale”: l’uso, o l’abuso, dello spirituale per lucrare benefici terreni.

Ma questo non vuol dire, anzi, che il clero non debba supportare e incoraggiare il laicato quando combatte la buona battaglia per i principi, fondanti, che ordinariamente chiamiamo non negoziabili e la legge di Dio. Fu una vergogna, ad esempio, quando il beato Franz Jägerstätter venne lasciato solo - anzi perfino colpevolizzato, ostacolato, combattuto - dal proprio vescovo per sua ferma opposizione al mostro nazista.

Anzi la dimensione pre-politica, sui principi fondanti e sulla morale ed il diritto naturale è compito proprio del clero che, in tal senso, è chiamato a creare le condizioni proprie della buona semina del Kerygma, poi della Liturgia e della Catechesi nonché della sempre rinnovata Carità. Proprio i Vescovi e i loro collaboratori, nel secondo grado del sacerdozio, sono chiamati a non vivere accenti eccessivi ma prospettive di sensibilità davanti ai principi ed ai valori. Per capirci ci possono essere chierici che hanno una più spiccata sensibilità per il sociale ma ciò non significa avallare posizioni pro-choice o sovvertitrici dell’antropologia naturale. In merito, le grandi deformazioni pre-conciliari, presenti anche durante il concilio e post-conciliari (che il Concilio Vaticano ha evitato sostanzialmente ed accuratamente nei documenti finali) non devono deformare la formazione pre-politica dei fedeli laici. Guai se questo avviene, perché si trasferisce, letteralmente ed operativamente, le proprie visioni ideologiche ai fedeli pastoralmente affidati. Questa mancanza nella grammatica comune, pur con diversi legittimi accenti, lo ripetiamo, è il vero disastro della vita dei fedeli e non ultimo del loro essere fecondi cittadini per il Bene comune.

Si dimentica poi che, nell’ordine proprio, i fedeli ordinati, tanto più se “solo” religiosi, sono anch’essi cittadini ed hanno il dovere di dire la loro sul Bene comune. Ed ancora sono anch’essi laici come lo è anche ogni sacerdote che pur avendo ricevuto il sacramento dell’ordine è a pieno titolo anch’esso “laico” in quanto cittadino ed in quanto fedele facente parte del popolo di Dio. Diversa è la clericalizzazione, che non è solo appannaggio dei Vescovi-pilota (lezione dimenticata da quanti osteggiarono sibillinamente il Family Day) e che fa parte anche di alcuni laici “non ordinati” che amano il perpetuarsi delle lobby e, dunque, la non-attualizzazione del Concilio Vaticano II.

Come non ricordare l’epistola a Diogneto quando ricorda con una immagine straordinaria quanto ispirato all’apostolo Paolo nella 1 Corinzi al cap 12, stavolta immergendo questo “corpo mistico” nella levitazione e trascendenza necessaria del mondo:

“Insomma, per parlar chiaro, i cristiani rappresentano nel mondo ciò che l’anima è nel corpo. L’anima si trova in ogni membro del corpo; ed anche i cristiani sono sparpagliati nelle città del mondo. L’anima poi dimora nel corpo, ma non proviene da esso; ed anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo.”

E per cristiani, nella lettera a Diogneto, si intende proprio tutti, clero e laici, non solo ognuno al proprio posto nell’ordine del Regno, come è giusto che sia, ma tutti e ciascuno responsabili della critica del mondo perché il mondo possa essere salvato. Una critica che nasce da un’appartenenza, una forma comune di laicità, in certo qual modo, che ci rende tutti cittadini responsabili del Bene Comune, perché tutti cittadini del Cielo, di fatto ed in potenza. Gli accenti e le simpatie passano e devono passare in secondo piano davanti al Bene.

Francesco di Assisi, il fondatore della vita religiosa moderna che spezzava lo stabilitas loci dei monaci, non è forse più laico lui pur essendo “religioso” ed “uscendo dal mondo” (FF 110)?

Non è forse sua la scaturigine della lingua italiana nel Cantico di Frate Sole, dopo una notte mistica di sofferenza a San Damiano? Non dobbiamo forse a lui quel linguaggio di affabilità e sensibilità universale che ama e rispetta, con ordine, ispirato al Salmo 150, la Creazione? Non dobbiamo forse a lui i criteri e l’humus del dialogo interreligioso? Non dobbiamo forse al religioso Francesco l’unione inscindibile tra la Mistica e la Carità nel Crocifisso di San Damiano e nell’abbraccio del lebbroso? Non dobbiamo forse a Francesco una profetica intuizione inerente la Musica Liturgica, avvenuta successivamente con gli oratori, nei secoli più tardi, che prende le “forme” del gregoriano e le trasforma in Laudes popolari? Francesco di Assisi, un religioso, come lo intendiamo, eppure più laico di molti laici e più amante del mondo di ogni mondano e lobbista. Che non necessita di difendere partiti, posizioni e spazi, perché lasciando il mondo, lo critica più compiutamente?

Chi invoca a sproposito la metafora del vescovo pilota di papa Francesco trascura il significato chiaro e evidente di quell’immagine. Il vescovo non deve pilotare, vale a dire non deve sostituirsi al laico al posto di guida delle cose del mondo. La guida di questa auto e della sua autonomia spetta al laico. Ma nulla vieta, anzi, che il vescovo o il presbitero confermino il laico di stare guidando nella giusta direzione, come dicevamo. Anzi è un loro dovere.

Non c’è nulla di sconveniente se un presbitero esprime il proprio giudizio sulle forze politiche che, nelle attuali circostanze, rappresentano al meglio i principi non negoziabili di fronte all’avanzata trasversale del partito radicale di massa.

Quando un sacerdote o un religioso, con equilibrio, si espone, come in questo caso, non è di certo per essere un “cappellano di partito”, tradirebbe la grazia di stato, l’imposizione delle mani e la radicalizzazione dei consigli evangelici, se religioso, ma semplicemente è un fedele, cittadino, uomo o donna, che ha a cuore il Bene Comune soprattutto davanti al terremoto valoriale in cui ci troviamo immersi.

Naturalmente nessuno impone questo giudizio come dottrina della Chiesa. È l’appello di coscienze illuminate dalla fede, un contributo alla discussione pubblica su temi di vitale importanza che anche un sacerdote, in quanto cittadino ed elettore, ha il diritto e forse anche il dovere morale di esprimere. Un appello che dunque può essere ignorato e disatteso. Ma che nessuno si può azzardare a dichiarare illegittimo per chiederne l’interdizione. Perché una tale pretesa non si potrebbe chiamare altrimenti che laicismo. Com’è noto la cultura laicista da sempre cerca di negare ai religiosi il diritto di intervenire nel pubblico dibattito per esprimere il proprio pensiero. E così facendo si dimostra più clericale del clericalismo.

Strane, queste oscillazione tra laicismo e clericalismo. Ben curioso paradosso in chi ama ergersi a “voce del magistero”. Talvolta la partigianeria politica gioca brutti scherzi… Forse a irritare questi sedicenti interpreti unici e autorizzati del magistero è il fatto che il giudizio di questi religiosi non coincida col loro. Ma questa è altra faccenda.

Di cosa si preoccupano, poi? Ma il Popolo della famiglia non è, come usano malignare, un “partitino” insignificante? Non è un partitino dello “zerovirgola”? Perché dunque si agitano tanto? Forse perché temono di perdere una posizione egemonica che credono loro spettante per diritto divino? O perché paventano una perdita di voti per i loro fiduciari in quei partiti che propugnano, tra le altre cose, la legalizzazione dello stupro a pagamento? (altrimenti detto prostituzione).

A chi si atteggia a “voce del magistero” e che, sono sicuro, sta già adoperandosi presso qualche autorità ecclesiastica “amica” affinché “scomunichi” quei preti e quei religiosi, vorrei perciò ricordare le parole di Pio XII.

NON FALSO SPIRITUALISMO

[...]

Sotto pretesto di difendere la Chiesa contro il pericolo di fuorviare dalla sfera del temporale, una parola d’ordine, lanciata qualche decina d’anni fa, continua a farsi credito nel mondo: ritorno al puro «spirituale». Si pretende, cioè, di confinare la Chiesa sul terreno dell’insegnamento puramente dogmatico, l’offerta del S. Sacrificio, l’amministrazione dei Sacramenti: interdirle ogni discussione, ogni sguardo, persino, sul governo della vita pubblica, ogni intervento nell’ordine civile e sociale.

Come se il dogma non avesse niente a che fare nei vari campi della vita umana; come se i misteri della fede con le loro ricchezze soprannaturali dovessero astenersi dal mantenere e tonificare la vita degli individui e per la logica conseguenza, di armonizzare la vita pubblica con la legge di Dio, di impregnarla dello spirito di Cristo. Simile vivisezione è semplicemente anticattolica.

La parola d’ordine, al contrario, dev’essere: per la fede, per Cristo, nella misura del possibile; intervento, ovunque sono in causa gli interessi vitali; dove sono in deliberazione le leggi che riguardano il culto di Dio, il matrimonio, la famiglia, la scuola, l’ordine sociale; ovunque si forgia, con l’educazione, l’anima del popolo. Disgraziatamente, troppo spesso, si deve deplorare l’assenza delle organizzazioni cattoliche. Grave è, quindi, la responsabilità di chiunque, uomo o donna, gode del diritto di elezione, specialmente quando sono in gioco gli interessi religiosi; l’astenersi, in tale è - si sappia bene - un grave e fatale peccato d’omissione. Fare, invece, uso e buon uso di questo diritto è lavorare effettivamente, per il vero bene del popolo, è agire da leali difensori della Chiesa.

(Pio XII, Allocuzione alle delegate «Unione Internazionale» delle leghe femminili cattoliche, 11 settembre 1947)

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07/02/2018
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