{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} Papa Francesco ci insegna il “vero” digiuno quaresimale

Chiesa

di Raffaele Dicembrino

Papa Francesco ci insegna il “vero” digiuno quaresimale

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Parole significative quelle di Papa Francesco in occasione dell’omelia a Santa Marta riguardante il digiuno. Ma quale penitenza e quale digiuno vuole dall’uomo il Signore? Il rischio, infatti, è di «truccare» una pratica virtuosa, di essere «incoerenti». E non si tratta solo di “scelte alimentari”, ma di stili di vita per i quali si deve avere l’«umiltà» e la «coerenza» di riconoscere e correggere i propri peccati.

“Digiuno davanti a Dio, digiuno che è adorazione, digiuno sul serio, perché digiunare è uno dei compiti da fare nella Quaresima. Ma non nel senso di chi dice: Mangio soltanto i piatti della Quaresima. Infatti, ha commentato Francesco, “quei piatti fanno un banchetto! Non è cambiare dei piatti o fare il pesce in un modo, nell’altro, più saporito”. Altrimenti non si fa altro che continuare il carnevale”.

È la parola di Dio, ha sottolineato, ad ammonire che “il nostro digiuno sia vero. Vero sul serio. E se tu non puoi fare digiuno totale, quello che fa sentire la fame fino alle ossa almeno fai un digiuno umile, ma vero”.

“Nella prima lettura (Isaia, 58, 1-9) il profeta sottolinea tante incoerenze nella pratica della virtù”. E proprio «questa è una delle incoerenze». L’elenco di Isaia è dettagliato: «Voi dite che mi cercate, parlate a me. Ma non è vero», e «nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari»: ossia, mentre «digiunare è un po’ spogliarsi», ci si preoccupa di «fare dei soldi». E ancora: «Angariate tutti i vostri operai»: Ovvero mentre si dice: «Ti ringrazio Signore perché io posso digiunare», si disprezzano gli operai che oltretutto «devono digiunare perché non hanno da mangiare». L’accusa del profeta è diretta: «Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui».

È una doppia faccia inammissibile”. Ha spiegato il Pontefice: “Se tu vuoi fare penitenza, falla in pace. Ma tu non puoi da una parte parlare con Dio e dall’altra parlare con il diavolo, invitare al digiuno tutte e due; questa è una incoerenza”. E, seguendo sempre le indicazioni della Scrittura — “Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso” — Francesco ha messo in guardia dall’esibizionismo incoerente. È l’atteggiamento di chi, ad esempio, ricorda sempre: «”noi siamo cattolici, pratichiamo; io appartengo a quella associazione, noi digiuniamo sempre, facciamo penitenza”. A loro ha idealmente chiesto: “Ma, digiunate con coerenza o fate la penitenza incoerentemente come dice il Signore, con rumore, perché tutti la vedano, e dicano: Ma che persona giusta, che uomo giusto, che donna giusta?”. Questo, infatti, “è un trucco; è truccare la virtù. È truccare il comandamento. E’ una tentazione che tutti qualche volta abbiamo sentito, di truccarci invece di andare sul serio sulla virtù, su quello che il Signore ci chiede”.

“Al contrario, il Signore consiglia ai penitenti, a quelli che digiunano di truccarsi, ma sul serio: “Digiunate, ma truccati perché la gente non veda che stai facendo penitenza. Sorridi, stai contento”. “Di fronte a tanti che hanno fame e non possono sorridere, tu cerca la fame per aiutare gli altri, ma sempre con il sorriso, perché tu sei un figlio di Dio e il Signore ti ama tanto e ti ha rivelato queste cose. Ma senza incoerenze”.

“Ma quale digiuno vuole il Signore?”. La risposta giunge ancora dalla Scrittura, dove innanzitutto si legge: «Piegare come un giunco il proprio capo». Cioè: umiliarsi. E a chi chiede: «Come faccio per umiliarmi?», il Papa ha risposto: «Ma pensa ai tuoi peccati. Ognuno di noi ne ha tanti». E «vergognati», perché anche se il mondo non li conosce, Dio li conosce bene. Questo, quindi, è il digiuno che vuole il Signore: la verità, la coerenza”.

“Sciogliere le catene inique e togliere il legame del giogo» L’esame di coscienza, in questo caso punta l’obbiettivo sul rapporto con gli altri. Per farsi meglio comprendere. Io penso a tante domestiche che guadagnano il pane con il loro lavoro e che vengono spesso umiliate, disprezzate. Mai ho potuto dimenticare una volta che andai a casa di un amico da bambino. Ho visto la mamma dare uno schiaffo alla domestica. 81 anni… Non ho dimenticato quello”.

Da qui una serie di domande rivolte idealmente a chi ha delle persone a servizio: “Come li tratti? Come persone o come schiavi? Le paghi il giusto, dai loro le vacanze? È una persona o è un animale che ti aiuta casa tua?. Una richiesta di coerenza che vale anche per i religiosi, nelle nostre case, nelle nostre istituzioni: come mi comporto io con la domestica che ho in casa, con le domestiche che sono in casa?”. Qui il Pontefice ha aggiunto un’altra esperienza personale, ricordando un signore “molto colto che però sfruttava le domestiche e che, messo di fronte alla considerazione che si trattava di un peccato grave contro persone che sono immagine di Dio» obbiettava: No, Padre dobbiamo distinguere: questa è gente inferiore”.

Bisogna perciò togliere il legame del giogo, sciogliere le catene inique, rimandare libere gli oppressi, spezzare ogni giogo. E, commentando il profeta che ammonisce: “dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, i senzatetto”, il Papa ha contestualizzato: “Oggi si discute se diamo il tetto o no a quelli che vengono a chiederlo…”

“Vestire uno che vedi nudo, ma senza trascurare i tuoi parenti. È il digiuno vero, quello che coinvolge la vita di ogni giorno. Dobbiamo fare penitenza, dobbiamo sentire un po’ la fame, dobbiamo pregare di più, ma se noi facciamo tanta penitenza e non viviamo così il digiuno, il germoglio che nascerà da lì sarà la superbia, quella di chi dice: Ti ringrazio, Signore, perché posso digiunare come un santo. E questo è il trucco brutto, e non quello che Gesù stesso suggerisce per non far vedere agli altri che io digiuno” (cfr. Matteo, 6, 16-18).

La domanda da porsi, ha concluso il Pontefice, è: “Come mi comporto con gli altri? Il mio digiuno arriva per aiutare gli altri?. Perché se ciò non accade, quel digiuno è finto, è incoerente e ti porta sulla strada di una doppia vita. Bisogna, perciò, chiedere umilmente la grazia della coerenza”.

A seguire, alle 12, il pontefice ha incontrato la comunità del collegio Maronita di Roma. Il popolo che vi sarà affidato, disorientato dall’instabilità che purtroppo continua a ripercuotersi sul Medio Oriente, cercherà in voi dei Pastori che lo consolino” ha detto loro il vescovo di Roma.

“Quest’anno ricorre il decimo anniversario dell’approvazione del nuovo Statuto del vostro Collegio. È l’occasione, oltre che per incontrarci, anche per fare memoria della vostra storia e per approfondire le vostre radici. In realtà, questo stesso tempo che trascorrete a Roma è un tempo per rinsaldare le radici. Penso alle radici presenti nel nome stesso della vostra Chiesa, che ci riporta a san Marone – lo avete celebrato pochi giorni fa – e, con lui, al monachesimo, a quella forma di vita che non si accontenta di una fede moderata e discreta, ma avverte il bisogno di andare oltre, di amare con tutto il cuore. Vite povere agli occhi del mondo, ma preziose per Dio e per gli altri. È attingendo a queste sorgenti pure che il vostro ministero sarà acqua buona per gli assetati di oggi. Il nostro cuore, come una bussola, cerca dove orientarsi e si dirige verso ciò che ama; «dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21), dice Gesù. Voi, in questi anni, aiutati dalla formazione spirituale, dallo studio, dalla vita comunitaria, avete la grazia di assestare bene il cuore, perché trovi lo slancio dei vostri grandi padri e madri nella fede.

C’è però il rischio, oggi, di venire assorbiti dalla cultura del provvisorio e dell’apparenza. Questi anni sono l’occasione per farsi gli anticorpi contro la mondanità e la mediocrità. Sono anni di esercizio nella “palestra romana”, dove con l’aiuto di Dio e di chi vi accompagna nel cammino potete rinsaldare le fondamenta: anzitutto quelle di una indispensabile disciplina spirituale, che si fonda sui pilastri della preghiera e del lavoro interiore. Una preghiera liturgica e personale a cui non bastino bei riti, ma che porti la vita davanti al Signore e il Signore dentro la vita. Un lavoro interiore paziente che, aperto al confronto, aiutato dallo studio e temprato dall’impegno, operi un discernimento che riconosca le tentazioni e smascheri le falsità, per vivere il ministero nella più grande libertà, senza doppiezze, senza infingimenti.

L’arricchimento umano, intellettuale e spirituale che ricevete in questi anni non è un premio per voi, tanto meno un bene da far fruttare per la propria carriera, ma un tesoro destinato ai fedeli che vi aspettano nelle vostre Eparchie e ai quali la vostra vita attende di essere donata. Perché non sarete chiamati a esercitare, anche bene, un incarico – non basta! – ma a vivere una missione, senza risparmio, senza tanti calcoli, senza limiti di disponibilità. Avrete voi stessi bisogno di ascoltare tanto la gente: Dio, infatti, vi confermerà anche attraverso le loro vite, attraverso molti incontri, attraverso le sue imprevedibili sorprese. E voi, come Pastori a stretto contatto col gregge, assaporerete la gioia più genuina quando vi chinerete su di loro, facendo vostre le loro gioie e le loro sofferenze, e quando, al termine della giornata, potrete raccontare al Signore l’amore che avrete ricevuto e donato.

Tutto questo siete chiamati a vivere in un tempo non privo di sofferenze e di pericoli, ma anche gravido di speranze. Il popolo che vi sarà affidato, disorientato dall’instabilità che purtroppo continua a ripercuotersi sul Medio Oriente, cercherà in voi dei Pastori che lo consolino: Pastori con la parola di Gesù sulle labbra, con le mani pronte ad asciugare le lacrime e ad accarezzare volti sofferenti; Pastori dimentichi di sé e dei propri interessi; Pastori che non si scoraggiano mai, perché traggono ogni giorno dal Pane Eucaristico la dolce forza dell’amore che sazia; Pastori che non hanno paura di “farsi mangiare” dalla gente, come pani buoni offerti ai fratelli.

Di fronte alle molteplici necessità che vi attendono, può venire la tentazione di agire alla maniera del mondo, ricercando chi è forte piuttosto che chi è debole, guardando a chi ha mezzi piuttosto che a chi ne è privo. Ma quando arriva questa tentazione, occorre tornare subito alle radici, a Gesù che rifiutò il successo, la gloria, il denaro, perché l’unico tesoro che orientava la sua vita era la volontà del Padre: annunciare la salvezza per tutti i popoli, proclamare con la vita la misericordia di Dio. Questo cambia la storia. E tutto comincia dal non perdere di vista Gesù, dal guardarlo come lo hanno guardato San Marone, San Charbel, Santa Rafqa e molti altri vostri “eroi di santità”. Sono loro i modelli da imitare per respingere le tentazioni di carrierismo, potere, clericalismo. Il corso che onora la vita cristiana non è l’ascesa verso i premi e le sicurezze appaganti del mondo, ma la discesa umile nel servizio. È la strada di Gesù, non ce n’è un’altra.

Vorrei ancora condividere con voi due desideri, pensando al vostro prezioso ministero. Il primo: la pace. Oggi la fraternità e l’integrazione rappresentano sfide urgenti, non più rimandabili, e a questo proposito il Libano non ha solo qualcosa da dire, ma una speciale vocazione di pace da compiere nel mondo. Tra i figli della vostra terra, voi, in modo particolare, sarete chiamati a servire tutti come fratelli, anzitutto sentendovi di tutti fratelli. Aiutati dalle vostre conoscenze, adoperatevi perché il Libano possa sempre corrispondere «alla sua vocazione di essere luce per i popoli della regione e segno della pace che viene da Dio» (Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsin. Una speranza nuova per il Libano, 125).

Il secondo desiderio riguarda i giovani. Come Chiesa vogliamo averli sempre più a cuore, accompagnarli con fiducia e pazienza, dedicando loro tempo e ascolto. I giovani sono la promessa dell’avvenire, il più serio investimento per il vostro ministero. Papa Benedetto, incontrandoli, disse: «Giovani del Libano, siate accoglienti e aperti, come Cristo vi chiede e come il vostro Paese vi insegna» (Incontro con i giovani, 15 settembre 2012). A voi la missione di aiutarli ad aprire il cuore al bene, perché sperimentino la gioia di accogliere il Signore nella loro vita.

Cari fratelli, vi ringrazio per la vostra presenza e, mentre vi affido alla protezione di Nostra Signora del Libano e dei vostri grandi Santi, vi do la mia benedizione e vi chiedo di ricordarmi nella preghiera. Grazie!”.

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17/02/2018
1709/2019
S. Roberto Bellarmino

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