Storie

di Francesca Rocco

Lettera ai professori e ad alcuni genitori

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Salve. Mi chiamo Francesca Rocco, ho quasi 23 anni e vivo in un paese in provincia di Vicenza. Mi sono svegliata l’altra notte perché non ce la facevo a dormire dai troppi pensieri, interrogativi ed ansie che mi stavano facendo scoppiare la testa. Quindi ho deciso di mettere tutto per iscritto. Se capita anche a voi, fatelo. Scrivete giù tutto. Aiuta.

Tornando a noi. Perché sto scrivendo? Ho letto un paio di giorni fa una notizia che mi ha scosso, mi ha sconvolta. Mi sono messa a piangere addirittura. E questa notizia non poteva lasciarmi indifferente.

Il 14 febbraio 2018 alle ore 14 circa, in Florida-America, un ragazzo di 19 anni è entrato nella Sua scuola e ha iniziato a sparare. Un po’ qua, un po’ là. Era stato espulso, cacciato, bannato, segnalato come spam dalla scuola. In qualsiasi modo vogliate dirlo, classico o moderno che sia, il succo è quello. Non mi interessa parlare delle sue tendenze violente o meno, che avesse armi, foto su instagram in cui parlava di quelle cose lì. O del discorso del controllo sulle armi in America. È poco rilevante alla mia riflessione. Quello su cui vorrei concentrarmi è il luogo in cui ha dato atto alle sue intenzioni. La scuola.

Ho letto una miriade di tweet, di post, di articoli, ascoltato moltissime interviste e programmi in cui ne hanno parlato. Tutti dicono, come sarebbe logico pensare, che la scuola non può essere un luogo in cui temere per la propria vita. Dovrebbe essere un posto sicuro. È assurdo pensare di alzarsi la mattina per andare ad imparare, studiare, conoscere, apprezzare, socializzare, dialogare e non solo, all’interno di un edificio familiare quasi. Per poi non uscirvi più. O addirittura uscirvi feriti, sconvolti, terrorizzati, con la paura di non poter riuscire a varcare quelle porte senza pensare a quel giorno. Il giorno in cui un ragazzo che hai conosciuto, più o meno non è importante, con cui magari hai parlato, ti sei divertito, hai litigato ma hai anche chiarito. Ecco, quel ragazzo lì ha in qualche modo ferito la tua immagine di scuola.

E ora, che abbiamo parlato della struttura protagonista della vicenda, parliamo di questo ragazzo. Non mi addentro molto nella personalità di quel 19enne nello specifico. Non so precisamente quali motivi lo abbiano spinto a fare quello che ha fatto. Ciò di cui vorrei parlare è il fatto che quel Nicholas potrei essere io. Potrebbe essere tuo nipote, tuo fratello, il tuo vicino di casa, il tuo migliore amico, il tuo compagno di banco, un tuo studente, tuo figlio, potresti essere anche tu magari. Perché? Perché mai? Vi chiederete. È presto spiegato. Ed è molto semplice.

Perché invece di condannare una persona per quello che fa, non si cerca MAI di capirne i motivi. O magari si trovano palliativi, scuse, giustificazioni. Non era un ragazzo molto normale, era malato, faceva cose strane, si comportava in modo diverso, non si era integrato, era un violento.

Ma io vorrei sapere come avete vissuto voi i vostri anni a scuola e come li state vivendo. Perché i miei 5 anni sono stati uno schifo. A me faceva schifo andare a scuola. Alle superiori intendo dire. Se mi conosceste non ve lo aspettereste mai da una persona come me. Sono una ragazza solare, un po’ più matura per la mia età su alcune cose, sono una persona responsabile, affidabile, cerco sempre il lato positivo in ogni cosa. E una persona così si collega anche a una che ha sempre studiato, intelligente, brava a scuola. Invece no.

Tante delle cose che so ora, non le ho mai studiate a scuola. Perché non si studiano. I programmi sono già definiti, e sono sempre gli stessi. Cose che si sono sempre studiate dal 1950 quando i miei genitori andavano a scuola. Io non ero brava, ero mediocre forse alle superiori. Qualche raro 8 o 9, mai un 10 in cinque anni di scuola. Perché mi interessava solo uscire da quelle mura. Studiavo con impegno solo quello che mi interessava. E studiavo molto più volentieri quando un insegnante mi trasmetteva amore, passione per quello che mi spiegava. Ho trovato solo due o tre professori di questo genere. Il restante era un continuo terrore. Sì, avevo il terrore di alcuni insegnanti. Mi svegliavo la mattina con la paura di andare a scuola. Non ero felice di andarci.

Alcuni ragazzi dicono di essere contenti di andarci perché lì trovano i loro amici. Ebbene, nemmeno questo valeva per me. Quelli che dovevano essere i Miei compagni di classe li vedevo come degli accusatori. Nel film “V per Vendetta” c’erano delle persone il cui compito era di fare i giri di ronda nel momento in cui scattava il coprifuoco. I cosiddetti castigatori. Ecco. I miei compagni erano dei castigatori. Magari non lo facevano nemmeno apposta. Erano così, e penso che non siano molto cambiati. Io certo non ero una ragazza “normale” come si direbbe. Mi vestivo a caso, senza un modello preciso, non mi truccavo o riempivo di profumo. Non seguivo le mode. Ero semplicemente quello che mi sentivo, e mi comportavo di conseguenza. Tutt’ora lo faccio. Ma è cambiata la mia attitudine nei miei confronti.

Sono anni particolari quelli delle superiori. In piena adolescenza, si delinea pian piano quello che è il proprio Io. Ero un po’ bizzarra a volte, troppo seria in alcune situazioni, troppo stupida in molte altre. Quanti litigi che ho fatto con i miei genitori perché tutte le mattine, e quando dico tutte sono proprio tutte, mi alzavo mezz’ora prima perché dovevo lavarmi i capelli. Quei dannati capelli grassi che sembravano sempre sporchi. E quella mia faccia piena di brufoli, che tutt’ora ho. Quanto la odiavo, e quei chili di troppo che non sono mai riuscita a perdere. Magari alcuni di voi non sanno cosa significa essere derisi davanti a tutta la classe, da tutti, e rimanere lì indifesi. Senza poter dir nulla. Ecco, io lo so. E ho sempre sopportato tutto.

Guardando con gioia a quegli esami di stato, che decretavano ufficialmente la fine di quegli anni tremendi. Vi assicuro che il pensiero di mettere una bomba nella mia classe mi è passato per la mente. Perciò non mi scandalizza troppo il gesto che ha fatto quel ragazzo in Florida. Piuttosto mi scandalizza tutto quello che ci va dietro.

Nessuno ha mai saputo di queste cose che sto scrivendo. Perché non ho mai avuto il coraggio di parlarne.

Mi vergognavo ad essere una di quelle additate. Nessuno se lo aspettava da me. E io facevo finta, infatti, che non stesse accadendo nulla. Rimanevo nella mia mediocrità e mi stava bene. I miei genitori, e alcune persone a me care, sono rimasti molto delusi dal mio punteggio finale. Si aspettavano molto di meglio da me. Ma a me non interessava. Volevo solo andarmene. E la mia rivincita l’ho avuta con il lavoro. A luglio mi sono diplomata, a settembre ho cominciato a lavorare. Non è stato facile il passaggio dalla scuola al lavoro, ma è stato fondamentale. Ho avuto modo di diventare più responsabile, più autonoma. E questo mi ha permesso di guardarmi allo specchio e dirmi che ero perfetta. Ci ho messo un paio d’anni. Ma ce l’ho fatta. Anche e soprattutto grazie alla fede che i miei genitori mi hanno trasmesso. Fede in un Dio che mi ama così come sono. Che per quanto mi ama ha mandato suo figlio Gesù Cristo a morire per me. Perché sapessi che, tutto quello che ho vissuto, lui lo aveva già vinto. Morendo e risuscitando per me, per amore a me.

Ho perso quei chili di troppo che ormai mi sembravano cementati sul mio corpo. Ho accettato la mia pelle, piena di follicolite, di dermatiti e problemi vari. Ho accettato il fatto di non poter andare a genio al mondo intero. E ne ho fatto una forza. Il mio carattere è lo stesso di quando andavo alle superiori. Ma ora non ho bisogno di far finta di nulla, di vergognarmi, o di nascondermi. Sono solo io, sono felice della vita che ho e che sto vivendo. E soprattutto sono perfetta così. Io ce l’ho fatta e ne sono felice.

Altri ragazzi invece, prendono le armi e sparano a naso, altri si buttano giù dalle finestre, si impiccano nella cantina di casa, si buttano sotto i treni, si drogano, decidono che la loro vita non vale la pena di essere vissuta. E perché? Perché ci sono dei giovani che si sentono di avere il diritto di giudicare ciò che non è di moda. Ciò che non segue le tendenze del momento. Di giudicare in modo molto cattivo e pesante le Persone. Perché di Persone stiamo parlando. Quei ragazzi che si tolgono la vita sono Persone, private della loro dignità, della loro possibilità di capire chi sono e chi vogliano essere. In quell’età così delicata si guardano allo specchio e si chiedono “Io chi sono?”. E le uniche risposte che riescono a trovare sono le continue umiliazioni a scuola. Smettetela di additare ciò che non corrisponde allo standard televisivo o degli influencer, o dei blogger che ora vanno tanto di moda.

Smettetela voi insegnanti di usare le dittature del terrore. Piuttosto amate quello che fate. Perché si vede quando una persona ama quello che fa, lo trasmette. E chi ascolta lo percepisce e si approccia in modo diverso. Ascoltate i vostri studenti. Guardateli negli occhi, e vedete chi sta urlando disperatamente “Aiuto”. C’è bisogno di convertirsi all’amore nelle scuole. L’amore per la conoscenza, per la storia passata e che dovrebbe non ripetersi. L’amore per il dialogo e non “io ho detto che si fa così e così deve essere”.

Insegnate il rispetto per gli adulti, insegnate l’amore per le Persone, fra i compagni. L’amore per il proprio lavoro.. E prima di tutto rispettate e amate i limiti, i difetti e soprattutto i pregi e le capacità di chi avete di fronte a voi. Persone che si stanno scoprendo, che si stanno formando, che un giorno saranno genitori, insegnanti, poliziotti, avvocati, medici, impiegati. Di una società che spero un giorno possa capire che ognuno ha il diritto di essere, di esistere, di avere una dignità e di vivere. Vivere una vita che gli è stata donata gratuitamente e che, per quanto difficile e dura possa essere, vale sempre sempre sempre la pena di essere vissuta. Liberamente. Perché quando una persona riesce ad amarsi, allora ama anche gli altri.

Come ama se stesso, se non di più.

A scuola si dovrebbe imparare questo.

La scuola dovrebbe essere questo.

Una volta abbandonate quelle mura non ci sono libri, non ci sono spiegazioni da ascoltare e non ci sono voti.

Ci sei solo tu ad affrontare il mondo.

E cari genitori. Non lasciate che i vostri figli si chiudano in camera con il loro melafonino. Prendeteli, sedetevi a tavola e parlate. Parlate, chiedete, ascoltate, rimproverate, accogliete. Non stupiamoci quando sentiamo dire dai giovanissimi ragazzi di oggi “i miei genitori non mi capiscono, non mi accettano. Me ne vado via di casa”.

Li avete tanto desiderati. Dimostrategli quanto valga la loro vita per voi.

E voi figli. Non disprezzate i consigli dei vostri genitori. Piuttosto ascoltateli, prendete almeno in considerazione ciò che dicono. Confrontate le vostre idee con le loro. Chiedete, siate curiosi, invadenti, stressanti. Urlate con loro quando avete paura e disperatevi quando non trovate un senso.

I genitori sono le persone più preziose che possiamo avere la fortuna di essere presenti nella nostra vita.

Guardatevi intorno. Tutti. Ogni giorno. Guardate le persone che vi circondano. Tutti abbiamo una dignità che deve essere rispettata. Perciò amate. Non come un sentimento. Come un modo di vivere.

Mi chiamo Francesca Rocco, ho quasi 23 anni e vivo.

Fatelo anche voi, grazie.

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21/02/2018
1809/2018
S. Giuseppe da Copertino

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