Storie

di Lucia Scozzoli

Addio a Stephen, genio disabile

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Ieri è morto Stephen William Hawking, brillante astrofisico, fisico, matematico e cosmologo inglese. Tra il 1979 e il 2009 sedette sulla cattedra di matematica dell’università di Cambridge, nel 1982 fu nominato commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico dalla regina Elisabetta II, nel 1986 divenne membro della Pontificia Accademia delle Scienze. Nel 2009 lasciò la cattedra a Cambridge, rimanendo “semplicemente” direttore del Dipartimento di Matematica Applicata e Fisica Teorica.

A Hawking si devono alcune teorie che spiegano l’evoluzione dell’universo e studi sui buchi neri: il suo libro divulgativo “Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo”, pubblicato nel 1988, fu un grande successo.

Ma all’attivo non ha solo pubblicazioni accademiche e opere divulgative: Hawking scrisse anche libri per bambini. Si tratta di una trilogia (George’s Secret Key to the Universe, George’s Cosmic Treasure Hunt, George and the Big Bang) realizzata a quattro mani con la figlia Lucy, tra il 2007 e il 2011. Nelle pagine dei romanzi, le eccezionali avventure del giovane George offrono lo spunto per spiegare con parole estremamente elementari concetti misteriosi e affascinati, come i buchi neri o l’origine della vita.

L’eccezionalità di Hawking non risiedeva solo nella sua mente brillante, ma anche nel contrasto acceso tra la frenesia del suo intelletto affamato di ricerca e la debolezza di un corpo malato, progressivamente indebolito, deformato, immobilizzato: Hawking fu colpito nel 1963, a soli 21 anni, da una patologia abbastanza misteriosa, cioè la malattia degenerativa dei motoneuroni, che egli stesso nel tempo identificò come una forma rara di sclerosi laterale amiotrofica. Gli furono dati due anni di vita e ne visse altri 53: per inspiegabili motivi, la sua malattia progredì molto più lentamente del previsto e ciò gli permise di realizzarsi negli studi e nell’attività accademica nonostante le limitazioni crescenti. Prima si affidò ad un bastone, poi passò alla sedia a rotelle. I movimenti divennero difficoltosi, impediti; l’uso della parola stentato. Fino alla fine degli anni ’90, lo scienziato riuscì però a conservare alcuni movimenti facciali e alcuni movimenti minimi delle mani (che nei casi di SLA sono perduti in tempi molto più brevi). Nel 1985 fu colpito da una grave polmonite e posto in coma farmacologico: la moglie decise che venisse sottoposto a tracheotomia e non lasciato morire, come i medici avevano suggerito, visto il quadro clinico complessivo. A causa di ciò, Hawking perse l’uso della voce ma sopravvisse ancora a lungo. Da quel momento in poi, Hawking si servì per comunicare di un sintetizzatore vocale inventato dall’ingegnere informatico David Mason. Benché tracheotomizzato e sottoposto a ventilazione assistita durante il sonno e in momenti di bisogno, egli conservò la respirazione autonoma, e non utilizzò mai ventilatori in sede diurna, eccettuati i periodi in cui patì problemi respiratori. Non si servì nemmeno mai della PEG o della nutrizione artificiale: si nutriva di cibi liquidi con l’aiuto di infermieri. Nigel Leigh, professore di neurologia clinica del King’s College, definì il caso di Hawking come “eccezionale”.

La sua fama era tale che il suo personaggio comparve nella serie de “I Simpson”, fece una comparsata in Star Trek, si prestò ad un siparietto con gli One Direction e partecipò a ben 7 episodi di “The Big Bang Theory”. Non era solo uno scienziato, era un simbolo.

Era dotato anche di molta ironia e senso dell’umorismo, nonché di un entusiasmo avventato che spesso risultava alieno al mondo accademico: egli, ad esempio, nel 1975 affermò che i buchi neri erano oggetti in grado di “divorare” tutto, distruggendo anche l’informazione di ciò che inghiottivano per, forse, farla riapparire in un altro universo. La rivoluzionaria teoria contraddiceva la meccanica quantistica, secondo cui l’informazione contenuta nella materia non può andare persa del tutto: per questo il fisico John Preskill del Californian Institute of Technology scommise con Hawking che si trattasse di un abbaglio. In palio c’era un’enciclopedia sul baseball, che quasi 30 anni dopo Hawking consegnò nelle mani del collega: nel 2004, durante una conferenza a Dublino, ammise infatti sportivamente che «sui buchi neri avevo torto». Quando nel 2012 fu scoperto al CERN il bosone di Higgs, che contraddiceva in pratica la sua teoria sui buchi neri, Hawking dichiarò che Higgs doveva vincere il premio nobel per la fisica, cosa in effetti avvenuta nel 2013.

Hawking era ateo, credeva in qualche modo che gli alieni esistessero, ebbe due mogli e tre figli: una vita piena e tumultuosa. Secondo il matematico Piergiorgio Odifreddi, Hawking era sì un grande scienziato, ma non così eccezionale: era più un martire scientifico, esibito perché gli altri volevano vederlo, nonché un ottimo divulgatore. «È stato il più grande divulgatore dello scorso secolo insieme a Richard Feynman. Feyman era più importante e aveva una caratteristica da “giullare”, suonando il bongo o con quel suo fare da pensatore “più veloce del West”. Purtroppo Hawking ha invece attratto per la sua malattia, come fosse un fenomeno da circo, ma invece dovrebbe essere meditato il suo atteggiamento umano: la gioia per la vita, continuare a vivere in quelle condizioni con una vita intellettuale quasi smaterializzata. Questa è una cosa passata in secondo piano, ma credo sia per lui la sua più grande conquista».

Effettivamente Hawking ha messo tutto se stesso a disposizione della scienza, attirando simpatia e curiosità di tanti su temi decisamente ostici e non banali: la sua figura accartocciata e sformata, unita a quello sguardo ridente e all’umorismo sempre presente in quelle frasi metalliche emesse dal sintetizzatore, costringevano ad un surplus di elaborazione i suoi interlocutori, essendo egli del tutto fuori da ogni schema preconcetto. Era un handicappato superdotato, un malato di SLA fortunato o uno sfortunato scienziato, per qualcuno sulle scene per la sua malattia, per altri nonostante la sua malattia. La sua gioia di vivere genuina, coltivata nell’aridità dell’ateismo, quindi senza alcun conforto spirituale a sostegno nei momenti di difficoltà, ne sottolineava la grande forza psichica. Alcune sue frasi si trovano facilmente sul web come aforismi:

«È quando le aspettative sono ridotte a zero che si apprezza veramente ciò che si ha»

«Servirsi di Dio come di una risposta alla domanda sull’origine delle leggi equivale semplicemente a sostituire un mistero con un altro»

«Confinare la nostra attenzione alle questioni terrestri significherebbe limitare lo spirito umano»

«Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza»

«Siamo noi a creare la storia con la nostra osservazione, e non la storia a creare noi»

«Credo che le persone disabili dovrebbero concentrarsi sulle cose che il loro handicap non impedisce di fare e non rammaricarsi di quelle che non possono fare»

Aveva una atavica fame di conoscenza, aspirava a comprendere tutto, IL tutto: «Il mio obiettivo è semplice. È la completa comprensione dell’universo, perché è fatto così com’è e perché in effetti esiste».

Il tutto che inseguiva con tanta perseveranza era talmente grande da rendere la sua disabilità un’inezia: con lo sguardo sempre puntato in alto, egli visse anche se doveva morire, parlò anche senza voce, girò il mondo senza potersi muovere, perché la qualità della vita è nascosta nella grandezza dei propri ideali e non nelle proprie limitazioni.

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15/03/2018
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