Società

di Giuseppe Brienza

Il nome di Tobagi sopravvive alle BR

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«Fa comodo dire e scrivere che le Br sono una sigla di fascisti travestiti.

Insomma: si preferisce la propaganda alla politica,

ci si illude che nascondere la verità basti a cancellarla.

Fino a quando il foruncolo diventa bubbone

e non lo si può più nascondere»

[Walter Tobagi (1947-1980),

Che cosa contano i Sindacati,

Rizzoli, Milano 1980,

capitolo IX: “Il terrorista in fabbrica”]

Non molti ricorderanno Walter Tobagi (1947-1980), giornalista e scrittore cattolico di grande valore, assassinato a Milano il 28 maggio 1980 a sangue freddo da due killer del gruppo comunista lombardo “Brigata XXVIII marzo”. Aveva 33 anni appena compiuti e due figli piccoli. Nato in una piccola cittadina umbra, San Brizio, frazione di Spoleto, il 18 marzo 1947, Tobagi si era sposato molto giovane con Maristella, dalla quale ebbe presto il primogenito Luca (1974) e, tre anni dopo, Benedetta, nata nel 1977, che ha seguito le orme del papà come brillante e seria giornalista professionista. Probabilmente a lei e al fratello maggiore diranno ancora molto le parole messe giù da Walter Tobagi in uno dei primi fondi pubblicati sul giornale studentesco del ginnasio-liceo “Giuseppe Parini” di Milano. Quando ancora mancavano quattro anni allo scoppio della Rivoluzione “del desiderio e del piombo” [cfr, Enzo Peserico (1959-2008), Gli anni del desiderio e del piombo. Sessantotto, terrorismo & Rivoluzione, Sugarco, Milano 2008], Tobagi aveva infatti spiegato lucidamente come il vero progresso sociale non era nella contestazione ma doveva consistere nel lavoro visto come «mezzo di redenzione e di elevamento». Altro che “fantasia al potere” e lotta di classe, quindi! «Criticare la società e le sue strutture negative è un dovere per tutti - affermava il diciassettenne liceale Tobagi -. Ma non è più accettabile quando si trascende nella critica [e quando] il discorso non passa dalla “pars destruens” a quella “construens”. La realtà è diversa. Il lavoro non è solo umiliazione e ricerca di glorie inutili e passeggere. Può esserlo solo per chi è troppo legato a interessi materialistici, che non sanno elevarsi ad alcun nobile ideale. Ma per molti altri, per i più, il lavoro è un mezzo di redenzione e di elevamento. L’uomo trae dal lavoro la sua nobiltà. È il concetto cristiano. Il lavoro è castigo, certo: ma è castigo che nobilita. Se si prescinde da questa iniziale e fondamentale premessa, tutto il giudizio è falsato. I rapporti tra lavoratori e datori di lavoro sono un problema grave e importante, di cui va tenuto conto, considerando i reciproci interessi. Diritti e doveri vanno equamente ripartiti. E rispettati con onesta serietà» [Walter Tobagi, Impegno cristiano, senza rivoluzioni, in “La Zanzara”, Milano dicembre 1964].

Questa etica del lavoro Tobagi l’aveva ricevuta probabilmente dal padre Ulderico, ferroviere e “milanese d’adozione” perché, fin dagli anni Cinquanta, non aveva battuto ciglio al trasferimento nel Nord Italia, stabilendosi infine con la famiglia a Cusano Milanino, dove resterà fino alla pensione. Con la sua laboriosità e serietà professionale Walter fu colpito dalle pallottole dei brigatisti rossi, un “commando” di giovani ragazzi, buona parte dei quali appartenenti a famiglie della Milano “bene” («figli della buona borghesia che volevano giocare alla rivoluzione proletaria», li ha definiti la moglie Maristella), quando si era già conquistato sul campo l’incarico di presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti nonché quello di articolista di prima pagina del Corriere della Sera. La sua era una posizione raggiunta dopo una dura “gavetta” che aveva radici nell’adolescenza. Al Parini, infatti, aveva cominciato a scrivere articoli di attualità a 16 anni sulla “Zanzara”. Seguì di lì a poco la collaborazione con il settimanale sportivo “MilanInter” e, una volta diplomato, a soli 19 anni entra nella redazione del mensile “Sciare”, del quale diventa presto caporedattore.

A 21 anni è praticante all’Avanti!, poi è chiamato dal quotidiano cattolico “Avvenire”, al Corriere di Informazione e, infine, al Corsera, dove giunse nel 1976 firmando, fino alla morte, quindi in soli sette anni e dieci mesi, oltre settecento articoli, fra i quali molti di prima pagina. Tobagi integra inoltre la sua vocazione e pratica di cronista con quella di studioso scrivendo documentati saggi sul pensiero marxista-leninista, sullo squadrismo fascista degli anni Venti, sulle vicende storiche dell’attentato a Togliatti, sul potere dei sindacati confederali, su Achille Grandi e su uno dei suoi “maestri” di giornalismo, cioè quel Mario Borsa (1870-1952) che diresse il Corrierone nei primi anni della Repubblica Italiana. Tutti gli scritti di Tobagi, dai fondi ai servizi da inviato fino alle opere storiografiche e storico-politiche sono frutto di una pazienza e umiltà di cronista scrupoloso che predilige la documentazione diretta, il ricorso quando possibile alle fonti e, soprattutto, l’ascolto. Dei protagonisti ma anche delle persone considerate punti di riferimento nei vari ambiti studiati o da indagare. Non a caso, quindi, non poche delle sue analisi e ricostruzioni risultano ancora oggi attuali, talvolta tali da apparire “profetiche”. Pensiamo in particolare alla critica di quel “Pensiero Unico” ante litteram che, negli anni Settanta, colse e denunciò lucidamente nell’ideologia dei maitre à penser comunisti ma che, di lì a poco, “trasfigurato” diventerà lo strumento dell’egemonia culturale del “partito radicale di massa”, quello descritto magistralmente da Augusto Del Noce (1910-1989), come ricorderemo.

Walter Tobagi fu ucciso perché con il suo pensiero libero dai condizionamenti era “Uno contro Tutti”. Battitore libero rispetto al mondo della cultura e del potere del tempo. Contro la sinistra comunista ed extra-parlamentare a motivo del giudizio veritiero e senza sconti sul fenomeno terrorista, ed anche naturalmente per il suo orientamento politico socialista-craxiano (sebbene al momento del suo assassinio non era più iscritto al PSI). Ma Tobagi era “scomodo” anche per le dinamiche in atto dei Poteri Forti di allora, occulti e non. Era contro determinati equilibri sia idealmente, perché era un cattolico convinto, sia politicamente, perché all’interno del Corriere della Sera “remava contro” determinate scalate massoniche o para-massoniche. La moglie Stella, in un’intervista di qualche anno passata troppo in sordina, alla domanda se i terroristi abbiano agito da soli nell’uccidere il marito ha risposto in maniera piuttosto eloquente sul punto: «Io penso che furono loro a decidere di uccidere Walter. Ma ho il sospetto che qualcuno li abbia lasciati fare. Penso alla P2. Ci sono molti elementi che me lo fanno credere» (cit. in “Vi racconto mio marito Tobagi. La P2 dietro la sua morte”, in “La Stampa”, 29 maggio 2010).

Per questo schierarsi di Tobagi contro tutto e contro tutti in nome della verità e della difesa della sua coscienza professionale e cristiana, nella locandina dell’incontro che terremo il 6 aprile a Roma (c/o Mirage Food & Drink, via Alessio Baldovinetti 98, quartiere EUR, ore 19), abbiamo pensato di raffigurare idealmente questo giornalista e protagonista cattolico dimenticato della storia d’Italia come una “pedina” isolata dal suo gruppo. Un uomo, quindi, che ha avuto il coraggio di uscire dal suo mondo, di cantare fuori dal coro, di combattere insomma i falsi miti del Progresso di allora che, com’era prevedibile, gli hanno fatto pagare la sua libertà a caro prezzo.

Senza volercelo minimamente “intestare” - non ne saremmo davvero degni! - abbiamo pensato di presentare la sua figura agli amici e simpatizzanti del Popolo della Famiglia per offrire loro, con una conferenza che sarà curata del nostro dirigente politico romano Giulio Saraceni, il quale ha scritto la Prefazione e prestato consulenza storica al recente libro di Antonello De Stefano “Vicolo Tobagi” (Editrice Zona, Genova 2018, pp. 130, € 14), la possibilità di conoscerne l’opera e ricordare con lui gli anni di piombo “dalla parte delle vittime”, come non sta mancando di fare nei suoi interventi, soprattutto di questi ultimi tempi, il presidente nazionale del PdF Mario Adinolfi. Vorremmo dare quindi come Popolo della Famiglia un piccolo contributo affinché Tobagi non sia cancellato nella nostra memoria nazionale, sia in quanto valente giornalista sia quale padre di famiglia sacrificato assurdamente dalla “borghesia rossa”. Soprattutto come cristiani vogliamo rendere omaggio al suo esempio di dedizione al dovere, al suo spirito critico, alla sua libertà e, non ultima, alla sua Fede testimoniata con il sangue.

Papa Francesco ha scritto lo scorso anno una bellissima lettera al giovane prete che si è inventato il progetto di recupero dei carcerati intitolato “Ristretti orizzonti”. Don Marco Pozza, cappellano della Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova, ha recentemente ricordato sul nostro giornale la figura della figlia di Walter Tobagi, Benedetta, che sta continuando ancora oggi a testimoniare una delle eredità più preziose ricevute in eredità dal padre: lo spirito del perdono cristiano. «Quando mi trovo davanti le due situazioni contemporaneamente, vittime e carnefici di fronte - ha risposto Don Pozza intervistato da Claudia Cirami (cfr. “Papa Francesco scrive. Intervista a Don Marco Pozza riguardo ai #carcerati”, in “La Croce quotidiano”, 24 gennaio 2017, p. 6) -, capisco, e m’inginocchio, di fronte a chi piange una morte: condurre la morte negli occhi di qualcuno è sentirsi Dio. Una bestemmia. Però, se dal ragionamento togliamo la rabbia iniziale, rimane un sospetto: perché non provare, nel male, a far fiorire qualcosa di diverso? Agnese Moro, Benedetta Tobagi, Silvia Giralucci sono state tre donne alle quali hanno ammazzato il padre: eppure, proprio loro, dicono “no” a questa forma di pena [l’ergastolo]. In un certo senso abbiamo bisogno di sapere che la sofferenza, anche la più atroce, è servita a qualcosa. [...] Altrimenti ci sono due persone – vittime e carnefici – che accettano di morire devastate dal male. È difficile, ma qualcuno ci riesce: pertanto non è impossibile».

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27/03/2018
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