Società

di Lucia Scozzoli

L’aborto non è un diritto

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In via Gregorio VII numero 58 a Roma campeggia un manifesto di 7 metri per 11 affisso da ProVita su una parete di un palazzo; raffigura un feto di 11 settimane, accompagnato da poche eloquenti parole: «Tu eri così a 11 settimane. Tutti i tuoi organi erano presenti. Il tuo cuore batteva già dalla terza settimana dopo il concepimento. Già ti succhiavi il pollice. E ora sei qui perché la tua mamma non ha abortito».

Il manifesto resterà lì fino al 15 aprile, sempre che il baccano sollevato dai soliti progressisti liberticidi non riesca a farlo rimuovere prima. La ben nota Cirinnà ha già cinguettato il suo disappunto piccato: «Vergognoso che per le strade di Roma si permettano manifesti contro una legge dello Stato e contro il diritto di scelta delle donne #rimozionesubito».

Si sa che in logica i sinistri non sono proprio ferratissimi, ma certo non è chiaro come si possa affermare che il manifesto di ProVita sia contro una legge dello stato: se si sottintende la 194 (non nominata peraltro in nessun luogo), forse conviene ricordare alla signora Cirinnà che in tale legge l’aborto non è considerato un diritto inalienabile, bensì una extrema ratio concessa in casi ben specifici, questi sì sistematicamente disattesi dalla prassi applicativa. Sarebbe ora che la legge dello stato fosse finalmente applicata per come è scritta. Ricordiamo alla Cirinnà il prologo alla legge:

“Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.

L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.

Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”.

E l’articolo 2, il più ignorato di tutti, recita:

“I consultori familiari […] assistono la donna in stato di gravidanza:

a) informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio;

b) informandola sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante;

c) attuando direttamente o proponendo all’ente locale competente o alle strutture sociali operanti nel territorio speciali interventi, quando la gravidanza o la maternità creino problemi per risolvere i quali risultino inadeguati i normali interventi di cui alla lettera a);

d) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza.”

Se qualcuno cortesemente può spiegarmi in che modo ricordare come siamo fatti a 11 settimane di gestazione costituisce una violazione della legge 194, resto ad ascoltare volentieri il volo pindarico, con relativa arrampicata sugli specchi.

L’unica cosa che mi pare lampante è la spocchia isterica della cultura abortista che grida allo scandalo perché qualcuno dice semplicemente la verità, banale, lapalissiana, logica, che anche un bambino può comprendere. Il diritto di scelta della donna, il nuovo must, è stato elevato sull’altare dei diritti inalienabili, senza però mai nominare bene quale sia il complemento oggetto in questione: non si tratta di un vestito o di un paio di scarpe, ma della vita di un altro essere umano.

Posso capire al limite le grida scomposte e mielose di chi si appella al dolore della scelta a cui alcune donne sono state “costrette” dalle circostanze complicate della loro vita (guardandosi sempre bene dallo scendere nello specifico, per non far decadere l’aurea di grigiore noir che accompagna le performance drammatiche): ricordare a chi ha abortito di aver ammazzato una persona non è gesto carino, certo. Manca di quella modernissima sensibilità che consiste nell’evitare ogni parola, frase e sospiro che possa minimamente contrariare l’interlocutore libertario progressista, il quale crede fermamente nel valore assoluto della libertà, basta che sia solo la propria.

È noto che Brandi sia un tipo ruvido, un po’ troppo semplice, che non si sa vendere in società: doveva scrivere nel manifesto almeno qualche frase di scuse, o di comprensione per le donne che hanno esercitato il loro inviolabile e sacrosanto diritto ad abortire. Non saprei, magari poteva scrivere una cosa tipo: “cara mamma, non condivido la tua scelta ma sono pronto a morire per difenderla”.

La libertà naturalmente è intesa sempre a senso unico: è impensabile per certa sinistra radicale che ancora esista gente che è contraria all’aborto, questo meraviglioso progresso della società, che ha permesso lo svilupparsi di tanto sfolgorante benessere e felicità.

Brandi, sempre irriverente e sconveniente, scrive sul suo sito: «Ma è concepibile che in un’Italia, dove solo il 38% dei malati di tumore può accedere alle cure palliative e dove circa 200.000 anziani o disabili sono rispediti a casa ogni anno dagli ospedali pubblici, per mancanza di fondi per la sanità,* *lo Stato spenda centinaia di milioni di euro di fondi pubblici per finanziare scelte individuali che causano l’eliminazione di esseri umani, e che non sono condivise da una grande fetta della popolazione?»

In effetti, se dobbiamo per forza arrenderci alla cosificazione delle persone, soprattutto nella gestione della sanità, non vedo perché una donna incinta debba avere più diritti di un malato di tumore. Vogliamo portare tutto su un piano economico? Benissimo! Allora allo stato gli aborti non convengono: mancano all’appello 6 milioni di italiani dal 78 ad oggi e nel bilancio dell’inps si vedono tutti. Allora vogliamo tornare ai sentimentalismi estetici, che sono più funzionali allo scopo? Beh in questo caso la foto di un bambino è più che lecita: se una donna in difficoltà soffre, tanto più soffre il suo bambino che rischia di finire ucciso.

Da qualunque punto di vista si prenda la questione, la realtà resta la medesima e anche la Cirinnà è costretta ad ammettere che se adesso può cinguettare isterismi su twitter è perché sua madre non l’ha abortita, come dice Brandi. In arrivo nuove figure mitologiche: gli attivisti di sinistra che si sono partoriti da soli.

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06/04/2018
2409/2018
S. Pietro Nolasco

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