Chiesa

di Emilia Flocchini

Chi sono i santi della lettera sulla santità di Papa Francesco?

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Maccio Capatonda, nella serie «Padre Maronno – L’uomo a cui appiopparono la santità», presenta la santità come qualcosa che cala dall’alto e rende capaci di compiere fatti prodigiosi. L’intento è chiaramente satirico contro i luoghi comuni di certe produzioni televisive su Santi e simili, ma, pur con le debite distinzioni, sembra quasi anticipare quanto è contenuto nella nuova Esortazione apostolica di papa Francesco.

«Gaudete et exsultate», sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, segue di due anni «Amoris Laetitia» e afferma con forza come la santità sia piuttosto una chiamata da incarnare «nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità». Se da una parte il Pontefice fa presente che ci sono «santi della porta accanto» nel «popolo di Dio paziente», dall’altra presenta, con nomi e cognomi viene da dire, tanti personaggi che, nel corso della storia della Chiesa, hanno vissuto pienamente tanto da meritarsi il riconoscimento pubblico e solenne delle loro virtù o del loro martirio.

Un caso a parte sono i Santi dell’Antico Testamento, “canonizzati”, per così dire, nei capitoli 11-12 della Lettera agli Ebrei: Abramo, Sara, Mosè, Gedeone e altri ancora. Sono solo l’inizio di quella «moltitudine di testimoni» (12,1) che ci spronano a non fermarci lungo la strada, ci stimolano a continuare a camminare verso la meta». In questo senso è santa anche Loide, nonna del discepolo di san Paolo Timoteo, che papa Francesco cita come esempio dei testimoni che abbiamo conosciuto nelle nostre vite. «Forse la loro vita non è stata sempre perfetta, però, anche in mezzo a imperfezioni e cadute, hanno continuato ad andare avanti e sono piaciute al Signore».

Al punto 5, dove si parla dei «segni di eroicità nell’esercizio delle virtù, il sacrificio della vita nel martirio e anche i casi nei quali si sia verificata un’offerta della propria vita per gli altri, mantenuta fino alla morte», compare il nome di suor Maria Gabriella Sagheddu, monaca trappista, beatificata nel 1983. Da una vita apparentemente distante, vissuta in un villaggio del nuorese, Dorgali, nei primi anni del ventesimo secolo, passò all’impegno nell’Azione Cattolica e, da lì, al monastero di Grottaferrata. La sua priora, madre Maria Pia Gullini, lesse alla comunità la relazione dell’abbé Paul Irenée Couturier sull’ecumenismo spirituale, durante l’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani del 1938. Suor Maria Gabriella si sentì spinta interiormente a offrirsi per quello scopo. Fu una malattia ai polmoni a suggellare la sua offerta, il 23 aprile 1939.

A proposito dei segni di santità presenti nei «più umili membri» del popolo di Dio, è citata una riflessione di santa Teresa Benedetta della Croce, canonizzata l’11 ottobre 1998 e Dottore della Chiesa dall’anno successivo. Nata in una famiglia ebrea, di nome Edith Stein, nella sua prima adolescenza si definì atea, ma sentiva un’insopprimibile desiderio di scoprire la verità. La incontrò anzitutto nella testimonianza di alcuni colleghi nell’insegnamento della filosofia, ma fu leggendo la vita di santa Teresa d’Avila che rimase folgorata: chiese il Battesimo, continuò l’impegno negli studi e, infine, entrò nel monastero carmelitano di Colonia. Trasferita nel Carmelo di Echt a causa della persecuzione nazista, fu comunque arrestata. Morì nelle camere a gas di Auschwitz il 9 agosto 1942. Forse pensava a quell’anonima donna che vide entrare a pregare nel duomo di Francoforte, prima della sua conversione, quando scrisse: «Nella notte più oscura sorgono i più grandi profeti e i santi. Tuttavia, la corrente vivificante della vita mistica rimane invisibile. Sicuramente gli avvenimenti decisivi della storia del mondo sono stati essenzialmente influenzati da anime sulle quali nulla viene detto nei libri di storia. E quali siano le anime che dobbiamo ringraziare per gli avvenimenti decisivi della nostra vita personale, è qualcosa che sapremo soltanto nel giorno in cui tutto ciò che è nascosto sarà svelato».

San Giovanni Paolo II segue, nel paragrafo dedicato all’ “ecumenismo del sangue”. Quest’espressione, spesso presente nei testi di papa Francesco, era però entrata nel Magistero papale quando quel suo predecessore affermò che «la testimonianza resa a Cristo sino allo spargimento del sangue è divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti», oppure, durante la celebrazione ecumenica al Colosseo durante il Giubileo del 2000, quando sostenne che i martiri sono «un’eredità che parla con una voce più alta dei fattori di divisione».

Ciascuno, però, ha la sua via per giovarsi dei mezzi con cui farsi santo. Ben lo sapeva san Giovanni della Croce, il riformatore del Carmelo nella Spagna del XVI secolo. Il suo ardore non fu compreso da molti, tanto che venne anche gettato in prigione. A distanza di secoli, i suoi testi, su tutti il Cantico spirituale, continuano a essere tradotti e letti con profitto, ma la sua esperienza non è certo da tutti. Comunque, dice il Papa, «non è il caso di scoraggiarsi quando si contemplano modelli di santità che appaiono irraggiungibili. Ci sono testimonianze che sono utili per stimolarci e motivarci, ma non perché cerchiamo di copiarle, in quanto ciò potrebbe perfino allontanarci dalla via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi. Quello che conta è che ciascun credente discerna la propria strada e faccia emergere il meglio di sé, quanto di così personale Dio ha posto in lui (cfr 1 Cor 12,7) e non che si esaurisca cercando di imitare qualcosa che non è stato pensato per lui».

Una rapidissima carrellata di sante donne, quasi tutte Dottori della Chiesa e quindi efficace espressione del “genio femminile”, descrive poi come «anche in epoche nelle quali le donne furono maggiormente escluse, lo Spirito Santo ha suscitato sante il cui fascino ha provocato nuovi dinamismi spirituali e importanti riforme nella Chiesa». Santa Ildegarda di Bingen, con i suoi trattati teologici e i suoi contatti con i potenti dell’anno Mille; santa Brigida di Svezia, con la sua missione di ambasciatrice di pace nell’Europa segnata dalle guerre del 1300; santa Caterina da Siena, sua contemporanea, col desiderio di riunificare la Chiesa nell’epoca dello scisma d’Occidente sotto la guida del Papa di Roma; santa Teresa d’Avila, che condivise la riforma di san Giovanni della Croce e l’applicò su se stessa; santa Teresa di Lisieux, figlia del 1800, che nell’amore trovò il suo posto nella Chiesa e lo indicò a sua volta. Quest’ultima è una delle figure più citate in assoluto nel documento: qui, al paragrafo 54 (la sua «Offerta di me stessa come Vittima d’Olocausto all’Amore Misericordioso del Buon Dio») e al paragrafo 72, riguardo alla beatitudine di chi è mite.

Nelle sfide grandi della vita, che pure non mancano, può essere di consolazione l’esempio del Venerabile François-Xavier Nguyên Van Thuân, vissuto tra 1928 e 2002, citato al paragrafo 17. Arrivò a un punto della sua prigionia, iniziata nel 1975, in cui si sentiva impazzire. Fu però raggiunto da un’intuizione: doveva distinguere tra Dio e le opere di Dio. Così, scrive il Papa, «rinunciò a consumarsi aspettando la liberazione. La sua scelta fu: “vivo il momento presente, colmandolo di amore”; e il modo con il quale si concretizzava questo era: “afferro le occasioni che si presentano ogni giorno, per compiere azioni ordinarie in un modo straordinario”». Se questo valeva per lui, costantemente prigioniero anche quand’era in libertà vigilata, può servire anche per quanti non riescono a muovere nemmeno un passo avanti, uno di quelli presentati nel paragrafo precedente. Sempre al punto 17 viene menzionata una frase dal «Trattato dell’amore di Dio» di san Francesco di Sales. Vescovo nella Ginevra del 1600, seppe trovare il modo per incoraggiare anche i fedeli laici a vivere al meglio il loro stato, in un’epoca dove si pensava che la perfezione fosse quasi esclusivo appannaggio delle anime consacrate.

Da buon Gesuita, papa Francesco non poteva menzionare il “suo” sant’Ignazio di Loyola, anche nell’ultima nota del documento. Maestro per la fede dell’Europa della Controriforma, annunciava apertamente, negli «Esercizi Spirituali», come la missione del cristiano fosse quella di «riprodurre nella propria esistenza diversi aspetti della vita terrena di Gesù: la vita nascosta, la vita comunitaria, la vicinanza agli ultimi, la povertà e altre manifestazioni del suo donarsi per amore». Contemplandoli, il cristiano capisce come «renderli carne nelle nostre scelte e nei nostri atteggiamenti», perché, come scrive il fondatore della Compagnia di Gesù, «tutto ciò che Cristo ha vissuto fa sì che noi possiamo viverlo in Lui e che Egli lo viva in noi».

Esempio di come diventare santo aiuta a «essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato», così da essere «fedele al tuo stesso essere», porta papa Bergoglio a menzionare direttamente santa Giuseppina Bakhita. Dopo un lungo percorso di schiavitù, lei comprese di essere figlia di Dio, quello stesso a cui, senza conoscerlo, pensava quando si domandava, ancora bambina, chi avesse creato il sole, la luna e tutto il resto. Diventata Figlia della Carità Canossiana, testimoniò con saggezza e fino a tarda età (morì nel 1947, a circa 78 anni) che, come affermò san Giovanni Paolo II canonizzandola, «Dio, e non l’uomo, è il vero padrone di ogni essere umano, di ogni vita umana». Dopo «Spe Salvi» (in cui è citato anche il cardinal Van Thuân), è la seconda volta in un documento magisteriale in cui viene presentata l’esperienza della “Madre Moretta”, come la chiamava la gente di Schio.

Nuovamente san Giovanni Paolo II viene menzionato a proposito della tentazione di sviluppare «un certo sentimento di superiorità rispetto agli altri fedeli», tipico di chi vive una sorta di «gnosticismo attuale», quello delineato nella recente Lettera della Congregazione della Dottrina della Fede, «Placuit Deo». Subito dopo, viene descritto come san Francesco d’Assisi, quando il suo Ordine stava iniziando a espandersi, sentisse presente quel rischio, tanto più quando iniziarono ad aderirvi non solo persone semplici, ma anche colte, come il futuro sant’Antonio di Padova. Nella lettera a lui indirizzata, infatti, lo avvisa: «Ho piacere che tu insegni la sacra teologia ai frati, purché, in tale occupazione, tu non estingua lo spirito di orazione e di devozione». Questo permise che anche tra i Frati Minori potessero esserci teologi capaci di unire la «freschezza del Vangelo» a riflessioni profonde, come quelle di san Bonaventura da Bagnoregio, presentato non a caso, con un suo pensiero sulla misericordia, che non va disgiunta dalla vera saggezza cristiana.

La seconda eresia moderna, il nuovo pelagianesimo, può invece essere battuta da una genuina umiltà. Sant’Agostino d’Ippona, che in gioventù invece era stato manicheo, una volta che comprese di essere atteso e amato da Dio poté esprimergli tutta la propria fiducia, invocandolo: «Dammi quello che comandi e comandami quello che vuoi». I Padri della Chiesa che lo precedettero erano di pari avviso: «San Giovanni Crisostomo affermava che Dio versa in noi la fonte stessa di tutti i doni “prima che noi siamo entrati nel combattimento”. San Basilio Magno rimarcava che il fedele si gloria solo in Dio, perché “riconosce di essere privo della vera giustizia e giustificato unicamente mediante la fede in Cristo”».

La denuncia di tanti che diventano “pelagiani” perché, afferma il Papa, «danno eccessiva importanza all’osservanza di determinate norme proprie, di costumi o stili» e così sembrano «sottomettere la vita della grazia a certe strutture umane», trovava un primo avviso già nella «Summa Theologiae» di san Tommaso d’Aquino. Secondo il teologo domenicano, le regole della Chiesa, o meglio «i precetti aggiunti al Vangelo», non dovevano «rendere gravosa la vita ai fedeli»; altrimenti, si vive la fede come una forma di schiavitù.

Nel capitolo terzo, una vera e propria catechesi sulle Beatitudini nel Vangelo di Matteo, ricompaiono santa Teresa di Lisieux e san Giovanni Paolo II, ma anche san Francesco d’Assisi. Figure come lui, o come san Vincenzo De Paoli o santa Teresa di Calcutta (gli unici espressamente menzionati al paragrafo 100), permettono di capire che, come papa Francesco aveva dichiarato in apertura del suo pontificato, senza la relazione personale con il Signore la Chiesa non è dissimile da una ONG. Allo stesso modo, san Benedetto da Norcia è presentato come modello di accoglienza, unendo quindi l’attenzione al fratello con una spiritualità luminosa e genuina. Santa Teresa di Calcutta ritorna al paragrafo 107 con una citazione in cui lei stessa, pur riconoscendo i suoi limiti, mostra di essere consapevole, usando le parole del Papa, di essere chiamata «a tormentarsi, spendersi e stancarsi cercando di vivere le opere di misericordia».

Il capitolo quarto, su alcune caratteristiche della santità nel mondo attuale, scende ancora di più nella concretezza. San Giovanni della Croce, di nuovo, suggerisce di essere capaci di farsi insegnare dagli altri, più che di insegnare, e fornisce un consiglio per non cedere all’invidia: «Rallegrandoti del bene degli altri come se fosse tuo e cercando sinceramente che questi siano preferiti a te in tutte le cose. In tal modo vincerai il male con il bene, caccerai lontano da te il demonio e ne ricaverai gioia di spirito. Cerca di fare ciò specialmente con coloro i quali meno ti sono simpatici. Sappi che se non ti eserciterai in questo campo, non giungerai alla vera carità né farai profitto in essa».

Una trattazione specifica è data dalle umiliazioni, che non vanno ricercate, ma accolte in spirito di fiducia. Quella stessa che tanti hanno riscoperto tramite il messaggio delle apparizioni a santa Faustina Kowalska: per moltissimi è stato un mezzo per ricordare che solo in Cristo, come scrive san Paolo agli Efesini, «è la nostra pace». Qualcuno potrebbe invece sorprendersi nel paragrafo sull’umorismo come prova della gioia cristiana: sono menzionati san Tommaso Moro, con la nota preghiera a lui attribuita, e san Filippo Neri, «la gioia cristiana» fatta persona secondo il cardinale Agostino Valier, ma anche san Vincenzo De Paoli, che con affermazioni argute smontava la falsa superbia dei suoi interlocutori.

Dato che, come affermato più sopra, «nessuno si salva da solo», anche la santità è un cammino comunitario. Molte volte viene suggellata dal martirio, come indicano i casi citati, limitati per forza di cose: le sette Visitandine di Madrid, ovvero Maria del Rifugio (Maria Gabriela Hinojosa y Naveros) e compagne, uccise durante la guerra civile spagnola e beatificate il 10 maggio 1998; san Paolo Miki e compagni, martiri in Giappone nel 1500; a sant’Andrea Kim Taegon e compagni, martiri in Corea nel 1800; i santi Rocco Gonzáles e Alfonso Rodríguez e compagni, martiri in Brasile nel 1628; padre Christian de Chergé e compagni, da poco dichiarati martiri. Ci sono però casi di “comunità sante” non passate attraverso tormenti di varia natura: sono citati i Sette santi fondatori dei Servi di Maria e, più in maniera sfumata, le «coppie di sposi sante, in cui ognuno dei coniugi è stato strumento per la santificazione dell’altro». Sono anche menzionate le esperienze di profonda unità spirituale tra congiunti, come quelle dei santi Benedetto e Scolastica, fratelli gemelli, e dei santi Agostino e Monica, figlio e madre.

I riformatori del Carmelo sono di nuovo citati come esempi di preghiera costante raggiungibili da tutti, con la nota affermazione di santa Teresa d’Avila per cui «un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo d’essere amati». La nota 114 rimanda invece a un pensiero di san Bernardo di Chiaravalle, non citato parola per parola, ma nel suo contenuto: «Penetra nelle viscere del Signore, entra nelle sue piaghe, perché lì ha sede la misericordia divina». Ancora sant’Ignazio di Loyola, con la sua «Contemplazione per raggiungere l’amore», mostra come la preghiera debba essere «intessuta di ricordi» di quanto Dio ha fatto per noi. Il Beato Charles de Foucauld e il ricordo della sua conversione sono invece presentati per indicare la necessità di adorare ringraziando il Signore o in silenzio, o col canto.

Il quinto capitolo, centrato su combattimento, vigilanza e discernimento, propone la saggezza di san José Gabriel del Rosario Brochero, il sacerdote gaucho che percorreva chilometri e chilometri a dorso di mula nell’Argentina del 1800 per evitare che il diavolo gli rubasse qualche anima. «Che importa che Lucifero prometta di liberarvi», diceva, «e anzi vi getti in mezzo a tutti i suoi beni, se sono beni ingannevoli, se sono beni avvelenati?». A maggior ragione, suggerisce il Papa, bisogna lottare contro il diavolo con tutte le armi a disposizione, ovvero i Sacramenti, la preghiera, la Parola di Dio e la carità. L’ultimo Santo menzionato nel corpo del testo è invece san Bonaventura, che, dichiarando: «Questa è la nostra logica» si riferiva alla croce, criterio fondamentale per discernere e non restare frastornati, come spesso accade ai giovani, dai mille messaggi contraddittori che ci circondano.

Infine, come ogni documento papale ufficiale, la menzione di Maria, «la santa tra i santi, la più benedetta, colei che ci mostra la via della santità e ci accompagna». Contrariamente al solito, non c’è una preghiera conclusiva, perché, dice ancora il Papa, «La Madre non ha bisogno di tante parole, non le serve che ci sforziamo troppo per spiegarle quello che ci succede. Basta sussurrare ancora e ancora: “Ave o Maria…”».

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10/04/2018
2409/2018
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