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di Raffaele Dicembrino

Mark Zuckerberg “chiede scusa” al Congresso

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“È stato un mio errore, ho sbagliato e mi dispiace”. La maratona di due giorni al Congresso americano del fondatore di Facebook Marck Zuckerberg inizia con le scuse per lo scandalo Cambridge Analytica: “Ci hanno detto che avevano cancellato e smesso di usare i nostri dati. Credergli è stato chiaramente un errore, avremmo dovuto controllare”. In audizione davanti alla commissione commercio commercio del Senato degli Stati Uniti, Zuckerberg ha ammesso la lentezza dei responsabili del social network nel riconoscere la minaccia delle interferenze russe nelle elezioni 2016: “Ne sono rammaricato”, ha detto rispondendo alle domande dei senatori. “Ci vorrà del tempo per elaborare tutti i cambiamenti che dobbiamo apportare, ma mi impegno a farlo nel modo giusto”.

Zuckerberg è stato convocato per chiarire dopo la questione dei profili Facebook rubati e utilizzati, secondo le accuse, per influenzare i risultati delle elezioni presidenziali americane, ma anche della Brexit. Il numero di utenti, inizialmente indicato in 50 milioni, è stato poi rivisto a 87 milioni. Si tratta in gran parte di cittadini statunitensi, ma Facebook ha fatto sapere che anche in Italia sono state coinvolte 214.134 profili.

I primo round l’ha vinto Zuckerberg. Lo dice il mercato azionario, con Facebook Inc. che alla fine dell’audizione del Ceo davanti al Congresso Usa fa registrare un chiaro +4,5 per cento. Ma lo dice anche il comportamento dello stesso fondatore di Facebook, che dopo i primi minuti di tensione, abbottonato dentro a una giacca per lui inusuale, ha sciolto i muscoli trovando agio in un interlocutore forse troppo analogico per mettere in vera difficoltà uno dei leader mondiali del digitale.

A Capitol Hill, il Ceo di Facebook ha risposto alle domande dei 44 senatori Usa per cinque ore. L’impianto accusatorio è sembrato troppo debole per mettere in crisi veramente la galassia Facebook anche se l’imputato si è dovuto rifugiare in alcuni “non ricordo”.

A tal proposito un momento da segnalare particolarmente è stato quando la senatrice Kamala Harris, ha elencato a Zuck tutte le domande alle quali il capo di Facebook non ha risposto: “Se Facebook può tenere traccia delle attività dopo che un utente si disconnette, se Facebook può tenere traccia degli utenti attraverso i dispositivi, se FB memorizza fino a 96 categorie di informazioni sugli utenti. E perché non avete informato tempestivamente gli utenti coinvolti nello scandalo di Cambridge Analytica” Ad ognuna di queste domande Mark ha fornito risposte incomplete, e in alcuni casi non ha proprio risposto.

Un altro punto cardine, emerso da questa prima audizione di Zuckerberg davanti al congresso Usa, ripropone un fatto ormai chiaro: l’irreversibilità dei dati. Lo stesso Ceo non è riuscito a rispondere in modo preciso alla domanda “per quanto tempo Facebook mantiene i tuoi dati dopo aver eliminato il tuo account”. “So che cerchiamo di eliminarli il più rapidamente possibile”, e non può bastare. Ma l’irreversibilità dei dati è emersa anche quando si è parlato della possibilità che il pacchetto riguardante gli 87milioni di profili finito in mano a Cambridge Analytica sia tutt’ora in possesso di qualcun altro (magari in Russia?). Ed emerge ancora adesso quando, cancellando una App su Facebook, compare il messaggio: «La App X potrebbe ancora disporre delle informazioni che hai condiviso con l’applicazione. Contatta X o consulta la Normativa sulla privacy di X». Anche questo appartiene alle controverse impostazioni dell’algoritmo di Facebook che non sono state discusse a Capitol Hill.

Inoltre Zuckerberg ha ammesso: “Siamo responsabili dei contenuti pubblicati sulla piattaforma», ma allo stesso tempo ha difeso la natura tech di Facebook . Considero Facebook una tech company, non una media company. È vero, siamo responsabili dei contenuti, ma non li produciamo noi”. Una risposta che pone, ancora una volta, il problema di regolamenti troppo datati per l’età dei dati.

Il 33enne fondatore del social network più famoso al mondo ha anche parlato di una “corsa agli armamenti” con la Russia per la protezione dei dati e la manipolazione politica. “Ci sono persone in Russia che hanno il compito di sfruttare i nostri sistemi e altri sistemi Internet, quindi è una corsa agli armamenti”.

Durante l’audizione Zuckerberg ha difeso il modello di business di Facebook basato sulla pubblicità; non ha chiuso la porta alla possibilità di versioni a pagamento; ha aperto a forme di regolamentazione ma che siano “corrette”, e “dipende dai dettagli”; si è scusato ancora una volta; ha affermato che Facebook è una azienda tech (non media) che però può essere comunque responsabile per i contenuti; ha confermato che saranno prese misure per aumentare il controllo e la trasparenza; e ha cercato di ribadire a più riprese quello che doveva essere, dal suo punto d vista, il messaggio centrale da veicolare: “la nostra missione è connettere le persone; dobbiamo fare in modo che queste connessioni siano positive e che gli strumenti che diamo siano usati per il bene”.

Alla domanda su quali fossero i suoi concorrenti, infatti, Zuckerberg ha iniziato a rispondere prendendola alla larga. “Pensa di avere un monopolio?”, ha incalzato a quel punto il senatore Lindsey Graham. “Non ho questa impressione”, ha risposto Zuckerberg, ammettendo poi a denti stretti di essere aperto a una qualche forma di regolamentazione “giusta”.

Un’altra difficoltà reale è stata sottolineata dal senatore Richard Blumenthal, secondo il quale nei termini di servizio usati da Aleksandr Kogan, il ricercatore che ha raccolto i dati sui 50 (poi 87) milioni di utenti, era inclusa la possibilità di un utilizzo commerciale. E che ciò sarebbe stata una violazione dell’ordinanza della Commissione federale per il commercio del 2011, che chiedeva a Facebook di proteggere i dati degli utenti da abusi di terze parti.

“Non vedo come possa cambiare il suo modello di business se non ci sono delle regole specifiche”, ha commentato il senatore. Per altro, Zuckerberg ha per la prima volta confermato pubblicamente che Kogan avrebbe venduto i dati a Cambridge Analytica.

Tra le domende dei senatori da segnalare anche quella sul perché Facebook non ha avvisato gli utenti coinvolti appena l’ha saputo, nel 2015?

“All’inizio pensavo che bastasse costruire degli strumenti e darli alla gente; ora ho capito che dobbiamo avere un ruolo più attivo nel gestire l’ecosistema” ha risposto il fondatore del social.

Altre affermazioni interessanti sono state quelle sull’hate speech: diversamente dalla propaganda terroristica, per cui gli strumenti automatizzati per contrastarla funzionano bene, con i discorsi d’odio è molto più difficile perché più sottili da riconoscere e interpretare. Per sviluppare un sistema altrettanto efficiente ci vorranno dunque 5-10 anni, ha commentato Zuckerberg.

Dunque possiamo riassumere l’intervento di Zuckerberg in queste parole: “Facebook è una compagnia ottimista e idealista. Per gran parte della nostra esistenza, ci siamo concentrati sul bene che si può portare connettendo le persone. Ma ora è chiaro che non abbiamo fatto abbastanza per impedire che questi strumenti venissero usati anche per fare danni. Ciò vale per fake news, per le interferenze straniere nelle elezioni e i discorsi di incitamento all’odio, così come per la privacy. Non avevamo una visione abbastanza ampia della nostra responsabilità, e questo è stato un grosso errore. È stato un mio errore, e mi dispiace. Ho creato Facebook, lo gestisco e sono responsabile di ciò che vi accade”.

Non basta dare alla gente una voce, dobbiamo assicurarci che le persone non stiano usando quella voce per ferire le persone o diffondere disinformazione. E non è abbastanza per dare alle persone strumenti per accedere alle app, dobbiamo garantire che tutti gli sviluppatori proteggano anche le informazioni delle persone. Non è sufficiente avere regole che richiedano la protezione delle informazioni, non è sufficiente credere quando ci dicono che stanno proteggendo le informazioni, dobbiamo effettivamente garantire che tutti nel nostro ecosistema proteggano le informazioni delle persone”.

“Penso che possiamo sicuramente fare un lavoro migliore per spiegare quello che effettivamente facciamo. Ci sono molti pregiudizi su ciò che facciamo che penso che non siamo riusciti a chiarire per anni. Quindi, innanzitutto, la stragrande maggioranza dei dati che Facebook conosce su di te è perché hai scelto di condividerlo. Giusto? Non è monitoraggio. Ci sono altre società Internet o broker di dati o persone che potrebbero provare a tracciare e vendere dati”.

Mark Zuckerberg ha poi parlato davanti alla Commissione dell’energia e del commercio della Camera dei Rappresentanti.

i deputati lo hanno incalzato e interrotto più volte, pretendendo spesso delle risposte “sì o no” che in molti casi Zuckerberg non è riuscito a dare.

L’audizione è durata cinque ore, come quella davanti al Senato, e ha riguardato sia il caso Cambridge Analytica in particolare che il rapporto di Facebook con la privacy dei suoi utenti più in generale. La deputata Democratica della California Anna Eshoo ha chiesto a Zuckerberg se i dati del suo account erano tra quelli venduti a Cambridge Analytica e Zuckerberg, in una delle poche risposte davvero nette che ha dato, ha detto sì. Eshoo ha anche chiesto a Zuckerberg se sia pronto a cambiare il modello di business di Facebook per proteggere la privacy degli utenti del social network. A questa domanda Zuckerberg ha risposto in modo più evasivo: «Deputata, non sono sicuro di cosa significhi».
Sempre sul tema della privacy la deputata Democratica della Florida Kathy Castor ha detto a Zuckerberg che ai cittadini americani non piace essere manipolati e spiati e ha descritto Facebook in modo molto duro: «È diventato un posto in cui voi seguite tutti. Raccogliete dati su tutti. Non penso che l’americano medio lo capisca davvero. Voi seguite gli utenti di Facebook anche dopo che sono usciti dalla piattaforma». Zuckerberg ha detto che questa descrizione non rispetta correttamente ciò che è Facebook e allora Castor gli ha chiesto: «Raccogliete dati su persone che non sono utenti di Facebook? Sì o no?». È stato uno dei casi in cui Zuckerberg non è riuscito a dare una risposta netta e per questo Castor lo ha interrotto chiedendo se è vero che Facebook è in grado di geolocalizzare i suoi utenti. A quel punto Zuckerberg ha detto che gli utenti hanno il controllo su come funziona il meccanismo di localizzazione. Castor lo ha interrotto nuovamente, dicendo: «Sta dicendo che non raccogliete dati su dove le persone si spostano? È praticamente impossibile di questi giorni non essere tracciati in America. E questa cosa non fa parte del patto».

Nessuno però ha sollevato un altro problema che emerge spesso su facebook, la facilità con la quale vengono ‘eliminate’ notizie o affermazioni che vengono ritenute non consone. Anche in questo caso ci vorrebbe un controllo attento e non fazioso perché chi controlla ha il dovere di proteggere e tutelare le necessità di tutti e non soltanto quelle scomode per lobby o personaggi ricchi e famosi.

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12/04/2018
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