Società

di Paul Freeman

I tre diritti violentati in Alfie Evans

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Nella situazione di Alfie tre sono i diritti che vengono violati.

Dobbiamo ribadirlo a chiare lettere.

Il primo è quello del diritto di cura. Il miglior interesse di una persona è legato al suo inalienabile diritto di cura. Questo non significa che tale diritto porti inevitabilmente al miglioramento o alla guarigione. Oppure che porti ad un benessere legato all’efficienza. Esso ricorda la dignità ineliminabile che ha la persona e che non può essere decisa da nessuna autorità, ma solo riconosciuta, come ricorda la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo all’arte 3 “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.” Il diritto di cura è poi legato all’art. 1 della medesima dichiarazione che dice. “Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Esiste dunque un legame ineludibile che porta alla reciproca cura, solidale e sussidiaria. Quando vi è sproporzione, non economica o di benefici, ma di rispetto, in un trattamento ordinario, si offrono le cure palliative; che sempre cura sono. Che accompagnano serenamente la persona con amorevolezza di tutte le cure essenziali per tutto il tempo che sarà necessario, rispettando i criteri di ‘proporzionalità delle cure’ e di ‘prossimità responsabile’. Non si accelera processi eutanasici in maniera diretta o indiretta. Né nell’intenzionalità, né nella prassi. Ma si accompagna la persona mantenendo i sostegni vitali nella misura in cui essi siano proporzionati. Questo si chiama amore e ci rende più belli oltre che più umani.

Il secondo diritto è quello del disabile innocente. L’innocente che ha con sé una qualsiasi forma di disabilità è luogo prezioso ed ineludibile della dignità dell’essere umano. È, in certo qual modo, patrimonio dell’umanità. Qui occorre farsi la domanda fondamentale: non sono forse anch’io un disabile? E se ora non lo sono, potrei diventarlo? Chi ama l’innocente disabile non solo ama quell’irriducibile unicità, segnata dal limite e dalla sua preziosa ed unica bellezza, ma anche ama il proprio corpo e la propria persona. Ama il proprio limite e lo riconosce significativo come luogo esistenziale dell’essere nel mondo assieme con altri fratelli e sorelle. Dunque raggiunge il vertice della sua umanizzazione.

Terzo diritto è quella della custodia e tutela della famiglia. Nessuna istituzione umana può sostituire questa relazione primigenia e questa appartenenza, per quanto imperfetta e ferita. Nei casi più gravi la supplisce. La suppletività ricorda l’unicità di questo luogo, la famiglia, un papà ed una mamma, che non può essere sostituito ma solo aiutato, se occorre, oppure aiutare l’innocente, che ne è privo, ad una retta e similare (nella sostanza e nella forma, nei ruoli e nei simboli archetipici) tutela, custodia e cura. Da quanto una nazione ama, cura e rispetta la famiglia si svela il suo grado di civiltà e di maturità umana, sociale e politica.

Se non vengono rispettati questi tre diritti assieme, ma vilipesi, negati, manipolati, non si ha “il miglior interesse” ma una disumana maschera, legale e sociale, che è tipica di chi copia maldestramente Dio e che ha, sotto ogni profilo, umano, sociale e politico, nonché educativo, ha fallito. Chi scarta e produce tale cultura, verrà scartato a sua volta.

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16/04/2018
1312/2018
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