Società

di Roberto Frecentese

In filosofia come in politica, la vera unità si è sempre trovata tramite la distinzione

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Distinguere per unire. A proposito di autonomie.

Il filosofo J. Maritain nel suo Antimoderno, pubblicato nel 1922, aveva individuato la causa della crisi del suo tempo nell’età moderna che aveva dissociato e contrapposto fede, ragione e natura. Lutero aveva separato natura e grazia, Cartesio aveva contrapposto ragione e fede e Rousseau aveva lacerato natura e ragione. L’unità dell’essere umano nei suoi elementi interiori ed esteriori aveva subito durante l’età moderna un attacco senza precedenti, con il risultato finale di averci “regalato” un uomo teoricamente più libero, ma schiavo delle sue lacerazioni, incapace di trovare una sintesi unitaria del proprio essere. Alcuni letterati e studiosi del pensiero hanno con molta veemenza dichiarato di non desiderare l’unitarietà dell’uomo. Quel modo di pensare ha raggiunto i nostri tempi, quelli dell’oggi con le divisioni in ogni campo e settore della vita sociale come riflesso delle divisioni che ciascuno vive in se stesso. E che dire della schizofrenia delle scelte culturali e politiche oramai quotidiane che rendono l’umanità sbandata, delusa, priva di orizzonti?

Se qualcuno volesse trovare materiale per cancellare dubbi sulla forza dividente che anima tutto e tutti basta che legga le norme e la legislazione che viene varata dai parlamenti. Affermava il grande teorico del diritto H. Kelsen che le legislazioni recepiscono e codificano ciò che è già presente nella società. Non inventano nulla le leggi: sono la tramutazione in norme di qualcosa che è dibattuto e sperimentato nella società civile. Quando si approvano leggi come quella sulle unioni omosessuali che lacerano l’essere umano, dividendo la sua realtà biologica dalla sua percezione interiore, ciò avviene non tanto per la follia di alcuni onorevoli (che pure c’è stata) quanto perché la schizofrenia sociale e culturale ha prodotto il pensiero che scinde e separa.

Abbiamo in poco più di tre secoli creato la cultura della divisione in antitesi alla cultura dell’unitarietà, che aveva condotto il genere umano verso la creazione di una civiltà mai più raggiunta: il Medioevo. Nel Medioevo ogni rappresentazione religiosa, culturale, sociale, artistica trovava la migliore e più profonda unità tra Dio e uomo, tra uomo e uomo. Nel tomismo vi è l’esaltazione del perfetto connubio tra fede e ragione; nelle cattedrali romaniche e gotiche si è cercata la figurazione simbolica dell’unione tra uomo e Dio, tra cielo e terra; nel monachesimo esteriorità e interiorità avevano trovato la pacificazione. Quando trovate in giro per le chiacchiere di corridoio, nei luoghi della politica, nelle chiese persone che trattano il Medioevo come età infantile della storia umana o età di oscurantismo allontanatevi perché si annusa l’odore dell’ignoranza e dell’insipienza. Sarà la cartina la tornasole per capire chi avrete di fronte: se un uomo o un prete di cultura o un semplice ripetitore di cliché, quest’ultimo magari pure bravo imbonitore di folle, tuttavia la sua sostanza apparirà risibile.

La lezione più antica della presenza degli opposti proveniva da alcuni filosofi pre socratici, i quali avevano colto il principio generatore del cosmo nella dialettica degli opposti: caldo-freddo, rettilineo-curvilineo, pari-dispari, buono-cattivo, bene-male… Il grande Platone con il mito dell’androgino aveva mostrato come gli dei dell’Olimpo di fronte a un essere composto dall’unità di maschio-femmina (androgino per l’appunto) siano stati così invidiosi da dividerlo a metà, cosicché il maschile e il femminile si sarebbero cercati per ricostituire l’unità armonica originaria, in grado persino di sfidare gli dei. Con buona pace per coloro che ritengono i Greci fautori dell’omosessaulismo…

Nel campo delle scoperte della fisica ha sempre affascinato come l’energia elettrica si sprigioni dal contatto delle opposte polarità e come nel magnetismo i poli uguali si respingano e quelli opposti si attraggano.

Nikolaus Krebs, meglio conosciuto come Niccolò Cusano, cardinale, filosofo, giurista tra più insigni del XV secolo, aveva colto nell’essenza dell’universo la costante degli opposti che solo in Dio trovano unità. Esplicava la sua teoria tramite la coincidentia oppositorum, la coincidenza degli opposti, poiché tutto tendeva a fare in modo che gli opposti nei loro estremi si toccassero in un punto infinito.

Lezioni dalla filosofia e dalla fisica esemplari per comprendere cosa sia la realtà umana e lo stesso cosmo: il mondo vive di opposti ma non sterilmente opposti. Essi vanno a cercarsi per dare vita, per far sorgere energia e vita. Gli opposti che non si incontrano sono sterili e privi di scintille. Allo stesso modo la sterilità è data dall’essere uniformi, identici: due identici non avranno nulla da dare in più, due identici saranno sterili e incapaci di generare novità. Due uguali nel proprio genere non sono in grado di produrre vita: la natura li ha destinati a poter vivere ma a spegnersi senza generare vita. Con buona rinnovata pace per chi propina (contro natura, contro la storia umana, contro la dimensione cosmica) l’omosessaulismo. Si ritornerà sul tema con un frammento ad hoc. Ci basti per il momento capire e immaginare del perché i gay vogliano figli: non per generarli ma soltanto per goderli. A loro non interessa l’atto generativo e copulativo, tanto che comprano; a loro interessa unicamente averli. Per fare cosa? (Risposta ad una prossima puntata…).

Distinguere per unire è, allora, l’opera attraverso la quale noi uniamo ciò che si diversifica e si oppone per avere come fine un’unione che è feconda e arricchente. Il fine è proprio il creare qualcosa che ha in sé gli elementi dei dati separati e un fattore nuovo che ne è la sintesi. Per cui non è soltanto un elemento nuovo che viene ad essere creato, ma il nuovo ha in sé il vecchio da cui proviene. Come ben si nota il passato non viene cancellato ma riassorbito e dimensionato nel nuovo. Come dire che se esso non ci fosse sarebbe impossibile costruire la novità. Questo dato fa riflettere su quanti sbaglino nel considerare o solo il passato (che allora sarebbe fisso, immutabile e non più generatore) o solo il presente-futuro (che non avendo nulla da cui provenire sarebbe una mera illusione).

Oltre la questione del fine occorre introdurre pure il problema dei mezzi. Anche qui nel corso della filosofia e delle speculazioni intellettive si è, spesso, sbagliato misura nel considerare il valore dei mezzi. Si è passati attraverso estremismi opposti di valutazione del valore di mezzi. Non possiamo considerare accettabile la posizione di J. Dewey, che sosteneva che gli strumenti che si adoperano per raggiungere il fine sono essi stessi un fine, pertanto, sono da valorizzare al massimo. Ma non possiamo neppure ritenere i semplici mezzi puri strumenti materiali che nulla aggiungono alla conoscenza. Quante volte gli stessi strumenti ci aprono squarci di sapere, talvolta ragionati, talvolta improvvisi. Ce lo racconta la serendipity così come venne intuita da Horace Walpole: scoprire per caso un qualcosa mentre si cercava altro. Quella serendipity che in sociologia fu ripresa e indicata dal neo funzionalista Robert King Merton quale latrice di nuove impreviste, non programmate e impensabili scoperte. In effetti, pur distinguendo fini e mezzi, comunque occorre che siano tra loro plasmati e resi congrui e compenetrati. Sì che allora la ricerca apparirà e funzionerà in maniera più agevole.

Il tema del distinguere per unire, se è così importante come si è notato, può e deve essere applicato sia nel campo della politica, sia pure nella vita ecclesiale.

Nella politica la storia insegna che i popoli che hanno adottato il distinguere per unire sono stati vincenti.

A livello politico con il Sacro Romano Impero di Carlo Magno la divisione e frammentazione susseguente la caduta dell’Impero romano d’Occidente divenne l’occasione per unire popoli tra loro diventati estranei. L’ambizioso progetto di Carlo Magno (e per lui di Alcuino e dei suoi monaci) aveva come fine riunire, come accaduto con l’Impero romano, popoli e culture diverse in modo armonico sotto un unico scettro: quello dei cattolici Carolingi. Il sogno dell’unità lo aveva accarezzato Alessandro Magno, quel giovane educato da Aristotele che riuscì in un’impresa epica per i suoi tempi. Un sogno durato una stagione con la sua morte improvvisa, un sogno che aveva dato slancio all’utilizzo contemporaneo del meglio che aveva: l’amministrazione persiana, l’organizzazione dell’esercito macedone e la cultura greca. Il meglio dei grandi popoli conquistati più il proprio popolo macedone. L’impresa carolingia che rimarrà stabile per le dinastie che succederanno a Carlo Magno, contrariamente a quanto accaduto per Alessandro Magno alla cui morte avviene la disgregazione, renderà tutto omogeneo con un governo centrale e ramificato al tempo stesso. Con tale esperienza veniva riunificata la scrittura che era diventata localizzata nelle varie forme grafiche (insulare, merovingica, visigotica, beneventana…) con la creazione della scrittura minuscola carolina e l’uso del latino quale lingua ufficiale dell’Impero. L’unità grafica aveva dato il segno di unione più alto, in quanto dietro le parole c’è la cultura che le produce. L’unità culturale fa percepire un popolo come un insieme unitario.

Nonostante l’unità della scrittura, della lingua ufficiale, dell’amministrazione ogni realtà viveva la sua profonda autonomia all’interno di un quadro di omogeneità legislativa. Le ricchezze locali non vennero mai cancellate, anzi… Il Medioevo era un periodo di unità nella diversità di grandiose sintesi e di profonde analisi. Nella cultura prevaleva l’et et e non l’aut aut. Infatti la sintesi non prevaricava la necessità di un’analisi e viceversa; la ragione e la fede non erano contrapposte, ma distinte ciascuna per le proprie competenze e giungevano ad armonizzarsi tra loro. S. Agostino in modo straordinario poteva affermare: intelligo ut credam e credo ut intelligam, vale a dire che ho necessità di capire per credere consapevolmente e, nel contempo, ho bisogno della fede per conoscere più a fondo. In ogni campo della conoscenza mai gli opposti venivano aboliti. C’era propensione ora per uno ora per l’altro ma mai si pensò a eliminare l’opposto che diventava, anzi, stimolo per nuove avventure speculative. Il modello di riferimento era la creazione: tanti elementi tra loro diversi che insieme concorrevano all’armonia visibile di chi li aveva generati con l’atto creativo. Ora solo chi è ignorante può consentirsi il lusso (perché di lusso si tratta) di uccidere il Medioevo. Quando uno degli opposti ha prevalso si è cancellata la tensione verso l’unione e le civiltà si sono disgregate: come per Alessandro Magno, come per l’Impero romano, come per il Sacro romano Impero.

Le autonomie e l’unità di un paese sono un bene prezioso per la stabilità. L’unità è un fattore dinamico non immobile. Se questo concetto lo si comprende appieno il saggio amministratore userà avvedutezza ed equilibrio, modulando in modo appropriato l’esigenza dell’unità con il valore dell’autonomia, ricercando l’armonia unitaria con la ricchezza delle specificità. Sbaglia il governo che impone l’unità come assoluto rigettando tutte le istanze di diversità, sbaglia ugualmente chi spinge per separarsi pur avendo una cultura e una storia comuni. La forza di un popolo è la sua unità e non la frammentazione, ma la sua ricchezza è nella varietà del suo essere e nelle sue manifestazioni culturali, sociali… Il tutto in un quadro di principi ideali condivisi e non imposti.

I recenti referendum per le autonomie più o meno autorizzati non devono spingere alle secessioni, ma puntare a una migliore integrazione in un tessuto di maggiori autonomie e tutele per le regionalità. Non si può pensare che piccole entità possano sopravvivere in modo dignitoso, utilizzando in modo iniquo il segreto bancario, i depositi aurei altrui, diventando luogo di rifugio per chi non paga le giuste tasse nel proprio paese di origine sfruttandolo in modo indecoroso. L’esempio di proprietari di quotidiani, che hanno la cittadinanza svizzera e non pagano tasse in Italia criticando da giornali e riviste l’Italia stessa, sono un esempio di inciviltà e di business compiuto sulle spalle dei cittadini italiani. Non c’è spazio per le piccole realtà totalmente autonome. Esse appaiono luoghi di privilegio per pochi.

I politici di razza sono chiamati ai difficili compiti ed equilibri che spingono per l’unità e valorizzano le diversificazioni; i mediocri, che non sanno reggere il proprio stato, svendono i contenuti ideali e di civiltà ereditati per un piatto di misere lenticchie, chiamate altrimenti posti e poltrone.

Un’uguale riflessione sul distinguere per unire si può applicare alla Chiesa. L’ottica unitaria e armoniosa delle molteplicità è a immagine del Creatore e del creato. La Chiesa ha bisogno dei due dinamismi: quello dell’unità, che è il fine che Cristo ha indicato, e quello della ricchezza nella multiformità delle manifestazioni dell’essere Chiesa. Più volte la Chiesa è stata, correttamente, indicata come un regime assolutistico. La sua forma di governo ha un solo capo-pastore. Tuttavia la Chiesa stessa è ricca nelle diversità che sono date dai tantissimi doni, che ciascun cristiano ha ricevuto nell’atto del battesimo, e nella ministerialità che pervade l’intero corpo ecclesiale. Il corpo secondo la suggestione paolina appare il paragone più calzante per attestare quale immensa ricchezza derivi dalla varietà dei doni (tutti indispensabili), in un profilo e finalità unitari. L’immagine armonica della Trinità è l’esemplificazione più bella e alta di cosa siano diversità e unità.

Ma quali sono i valori attorno ai quali costruire diversità e unità? Anche qui vale l’et et e non l’aut aut: Cristo è Dio e uomo e lui resta il punto culminante del pellegrinaggio di noi uomini e della sua Chiesa. La Chiesa è nel suo valore fondante cristologica. Tutti hanno Gesù come faro, è Lui l’elemento di unità, è Lui il motivo per cui la Chiesa esiste e vive. Tutto il resto è dimensione umana che arricchisce ma non può far dimenticare quel punto insieme di partenza e arrivo. La ricchezza la si vive nelle espressioni umane della fede coerenti con il principio unitario di fondo. A quel Principio neppure il papa può derogare. Qui occorre aprire una breve parentesi. Il pontefice è l’emblema dell’unità a modello di Cristo. Deve amare l’unità della Chiesa a cui è preposto senza rinunciare alla ricerca dell’unità più ampia con le altre chiese e confessioni. La tensione ecumenica è importante e la cerchiamo “ut unum sint” sotto un solo pastore. Tuttavia la ricerca non deve andare a discapito dell’unione interna alla Chiesa, dove si devono evitare pericolose divisioni con fughe in avanti o pericolose retromarce verso il passato, che non verrebbero comprese e accettate consapevolmente. Occorre, pertanto, preservare all’interno della molteplicità il cuore dell’unità. Occorre anche evitare la molteplicità fine a se stessa che non ha senso nella Chiesa; al pari l’unità fittizia o formale non agevola la vera comunione. Questo ad intra.

E ad extra? Verso le altre confessioni religiose? Anche qui occorre onestà nel dialogo. Mai cercarlo per ragioni che violano il principio della Chiesa come modello e del suo pastore unico come guida. Se si vuol usare un termine appropriato la ricerca dell’unità va compiuta nella Verità, che non è rinuncia ma approfondimento e sincerità. Baci e abbracci con Ortodossi, Luterani, Calvinisti, Anglicani vanno bene, ma attenzione a non lasciare da parte la Verità o a diminuirla del suo valore. Il dialogo sia nella lealtà senza drammatizzare le divisioni che ci sono e rimarranno sui punti fondamentali e non negoziabili. Mi viene in mente nell’immediato la recente questione della consustanziazione che per i Cattolici è fondamento poiché l’Eucaristia è fondamento. Qualche teologo più ammodernato al passo con i tempi desidera scardinare l’oggettiva dimensione e valore della consustanziazione e sembra stia trovando seguito anche nelle alte sfere ecclesiali. Ricordo sommessamente e a fil di voce il miracolo eucaristico di Bolsena sulla trasformazione in corpo e sangue di Cristo… Quando la teologia chiude gli occhi e pretende di avere ragione correggendo Cristo…

Il dialogo interreligioso non si compie con il danzare insieme per la Madre terra o con l’incensare Buddha. Fossi negli animisti e nei Buddhisti proverei un senso di disagio nel vedere cardinali e vescovi di altre religioni scimmiottare quello in cui credo…

L’unità nella diversità è strada difficile e lunga da percorrere poiché a monte sta il saper distinguere per unire, cioè la consapevolezza delle diversità per poter creare l’unione, in vista di un fine elevato.

A conclusione mi parrebbe corretto richiamare l’Antimoderno di J. Maritain, il grande filosofo amante del Medioevo e del pensiero tomista. Tra i fautori delle divisioni figura un certo Martin Lutero, colui al quale oggi qualcuno tenta un riavvicinamento e desidera una rivalutazione della sua figura. Attenzione. Non guardiamo soltanto la sua persona. Egli rappresenta una religione, una filosofia, una cultura. Lutero ha costruito un nuovo modo di intendere il Cristianesimo: aveva scisso natura e grazia rendendole inconciliabili sul piano religioso e filosofico. Vogliamo seguire quell’idea? Allora con l’unità non ci siamo. Per nulla.

Ci aiuta il pensiero del grande vescovo e padre della Chiesa s. Cipriano: “Vi è un solo Dio, vi è un solo Cristo, vi è una sola Chiesa, una sola fede, un solo popolo di fedeli, associati attraverso la solidarietà della concordia nella salda unità di un solo corpo” (De unitate, c. XXIII). E al capitolo V sottolineava a quale unità si dovesse far riferimento: “Anche la Chiesa è una sola, anche se si estende in tutti i luoghi per l’efficacia della sua fecondità: allo stesso modo una sola è la luce, anche se i raggi del sole sono molti; uno solo è il tronco dell’albero, saldamente affondato con le sue radici nel terreno, ma molti sono i rami…”.

Ebbene il compito che ci attende fa tremare i polsi, ma l’unica vera strada percorribile è ritrovare innanzitutto l’unità dell’essere umano con una nuova filosofia, cultura, nella quale fede, ragione e natura si ricompongano armoniosamente con l’aiuto di educatori di spessore. Da questo discende l’impegno della società che cerca, con la fatica di ogni impresa, il respiro unitario nella molteplicità delle sue componenti. E questa è impresa elevata per governanti con alti valori. Ai mediocri educatori si lascino gli slogan, ai mediocri politici si lascino le piazze, ai mediocri sacerdoti si lascino le mode.

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16/04/2018
1312/2018
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