{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} Così muore un bimbo italiano

Società

di Mario Adinolfi

Così muore un bimbo italiano

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“Devo comunicarvi il mio rammarico nell’informarvi che il vostro bambino è morto il 22 gennaio 1943 per infiammazione delle vie respiratorie. Non aveva fatto registrare alcun tipo di miglioramento durante il suo ricovero qui. Il bambino non sarebbe certamente mai diventato utile alla società ed avrebbe anzi avuto bisogno di cure per tutta la vita. Siate confortati dal fatto che il vostro bambino ha avuto una dolce morte”. Questo scriveva lo psichiatra nazista Ernst Illing in una lettera indirizzata ai genitori di uno dei tanti bambini gravemente disabili soppressi negli ospedali hitleriani a seguito dell’applicazione della Aktion T4. Per la verità, grazie alle vigorose proteste della Chiesa cattolica e ad una lettera pastorale esplicita di Von Galen vescovo di Munster, formalmente Hitler aveva fermato il suo programma di eutanasia nel 1941 dopo tre anni di meccanica applicazione che produsse settantamila disabili uccisi. Alcuni medici nazisti però continuarono ad applicarlo segretamente fino al 1945 e Illing era tra questi, i disabili uccisi alla fine furono centomila.

Quello che mi colpisce leggendo la lettera del’Alder Hey di Liverpool è che, a differenza della lettera dello psichiatra nazista, non ha una firma: “Vogliamo esprimere la nostra partecipazione e le condoglianze dal profondo del cuore alla famiglia di Alfie in questo tempo di estrema angoscia. E’ stato un viaggio devastante per loro. Ora chiediamo sia rispettata la loro privacy e la privacy dello staff dell’Alder Hey”. La chiave è tutta nel “rispetto della privacy dello staff”. Alcuni medici e alcuni infermieri temono la vendetta dell’Alfie’s Army. Possono stare tranquilli, quell’esercito è, come ha scritto un improvvido giornalista di Repubblica, una “armata Brancaleone”. Incapace di fare del male. Per indole, per fede, per approccio alla battaglia. Ma è evidente anche dall’ultimo messaggio che all’Alder Hey è interessato sempre e solo una cosa: salvaguardare se stesso, Alfie era una gran rogna. Hanno trovato il modo di risolverla. Con dei passaggi che sarà bene ripercorrere, per capire.

Alfie è uno dei tanti bambini che nei reparti pediatrici vivono attaccati a macchinari da cui dipende la loro esistenza, sono disabili gravi: sarebbero seimila solo nel Regno Unito. Il regime nazista tra il 1939 e il 1941 ne soppresse cinquemila di bambini in queste condizioni e la ragione per cui Von Galen si rivolse in maniera così diretta a Hitler, ottenendo la sospensione almeno formale del programma Aktion T4, fu proprio la protesta generalizzata di genitori e parenti dei bambini. Alfie muore come Charlie, come Isaiah, come chissà quanti altri di cui non siamo venuti a conoscenza perché i genitori hanno ceduto subito o quasi, poi c’è l’infinità di bambini a rischio disabilità che non vengono proprio fatti venire al mondo ed è chiaro ormai che esiste un ingranaggio che vede nella fragilità un danno da eliminare con la soppressione. La definizione nazista è articolata rispetto alla vita di Alfie e di bambini come lui: “Non sarebbe certamente mai diventato utile alla società”. La dimensione utilitaristica è esplicitata, ideologicamente rivendicata e non a caso la lettera è firmata da Illing. Nella sentenza contro Alfie gli inglesi usano una espressione più densa di disprezzo. La vita di Alfie viene definita “futile”.

Le modalità con cui Alfie è morto, passando da una saturazione di ossigeno pari al 98% all’ipossia repentinamente durante una manovra medica, hanno un loro aspetto di rilevanza per la cronaca. Io credo che ben più rilevante siano le cento ore di respiri liberi di Alfie, la sua resistenza insomma per la storia. Io credo che mai come ora ci sia chiaro che l’ingranaggio che si muove contro la fragilità umana ha rotelle ben evidenti, ragioni ben chiare, interessi mastodontici a tenerlo sempre oliato ed efficiente. La resistenza di Alfie ci ha spiegato anche che l’ingranaggio lo si può bloccare. E anche, purtroppo, che dopo la resa arriva sempre e inevitabilmente la fine. Con i nazisti non si tratta. Si combatte. A lungo si combatte senza speranza, le loro forze sembrano soverchianti, innalzare una rosa bianca sembra atto velleitario che conduce solo all’azzeramento. Ma è atto di resistenza necessario, solo questo ci salva e davvero in questo senso non siamo stati in alcun modo noi a salvare Alfie ma in tutta evidenza Alfie a salvare noi.

Ho provato a spiegare che prendersela con la “perfida Albione”, con l’Alder Hey, con medici e infermieri, con i giudici imparruccati, con il vescovo di Liverpool, promuovere cause e processi umani è davvero inutile (forse persino poco cristiano) e dannoso perché ci carica di pericoloso odio verso il dettaglio, impedendoci di leggere il quadro d’insieme. Nel mondo, non in Inghilterra, una ideologia dominante ben più pericolosa della follia nazista perché meno grottesca e più pervasiva si fa largo ogni giorno di più. Si tratta della visione antropologica di chi è riuscito a trasformare le persone in cose e dunque le persone fragili in cose fallate da eliminare. Il principale nemico da abbattere per i portatori di questa visione è la famiglia e la principale agenzia che fa della difesa della famiglia l’architrave della sua dottrina sociale: la Chiesa cattolica. Chi è che rifiuta il ridimensionamento della persona a cosa? Il papà, la mamma, il figlio. Nel legame di sangue c’è l’elemento archetipico della resistenza alla cultura di morte. I neomalthusiani (Thomas Robert Malthus è l’economista inglese che sosteneva nel XIX secolo che l’umanità si sarebbe impoverita senza un controllo rigoroso delle nascite, insomma sosteneva il romanesco “meno semo, mejo stamo”, ovviamente era un pastore anglicano) per ottenere la vittoria della propria visione antropologica che consente l’abbattimento della popolazione in termini numerici, necessitano di devastare l’idea stessa di famiglia. Da sempre sono convinto che l’ideologia gender, con il suo corollario palesemente anticattolico e le teorie su omogenitorialità, utero in affitto, transazione commerciali operabili sulla pelle di bambini neonati e partorienti, sia il presupposto dell’assalto in atto alla famiglia naturale e ai suoi presupposti, alle sue specificità, ai suoi diritti. Tutte le teorie sui “nuovi diritti civili” (aborto senza limiti, “matrimonio” gay, maternità surrogata, eutanasia, suicidio assistito) hanno un motore in centri di potere massonici mondiali che immettono liquidità e tanta ne drenano (sotto forma di finanziamenti regionali, statali, europei) che però nient’altro sono che forme visibili dell’ingranaggio.

L’ingranaggio poi opera con politiche che incidono sul corpo vivo della società. La morte di Charlie, Isaiah, Alfie sono figlie del rifinanziamento per 17 miliardi di sterline del National Health Service britannico, una quantità immensa di denaro. Chi paga il conto? Ovvio, i fragili, i deboli, chi non si può difendere. Tom e Kate, insomma, che devono scontrarsi come Alberto Sordi e Silvana Mangano contro la “vecchia” (Bette Davis nel film supremo di Luigi Comencini, Lo Scopone Scientifico, 1972) a cui si possono pure infliggere episodiche sconfitta, ma alla fine tra i baraccati e il sistema che possiede tutto, vince chi tutto possiede. Almeno fino a quando le classi subalterne non si organizzano per tutto prendersi (la bambina che prepara il dolce avvelenato della scena finale del film).

La vicenda di Alfie spiega ancora una volta che la cultura della vita può organizzarsi e persino vincere, per ora solo qualche battaglia. Quando l’Italia ha concesso la cittadinanza ad Alfie sono rimasto molto sorpreso, è stato davvero un bel momento, perché si evidenziava l’alterità del nostro Paese e della sua visione antropologica che riverbera poi nel sistema giuridico, in quello sanitario, figli di una radice cattolica che molti provano a far mortalmente rinsecchire, ma che ostinatamente dimostra la sua vitalità. Senza essere ipocriti, è immaginabile che l’atto del governo italiano sia giunto anche per l’interessamento del Vaticano, che si è manifestato con la disponibilità dell’ospedale Bambino Gesù e addirittura con la presenza di Mariella Enoc davanti all’Alder Hey, non ricevuta dai colleghi britannici.

Chi ha ucciso Alfie (a scanso di equivoci ho pochi dubbi, le modalità della morte nel cuore della notte mentre era in atto un intervento medico, evidenziano che si è operato affinché morisse nonappena la pressione mediatica e anche fisica sull’ospedale si era allentata) ha ucciso un italiano. Un bimbo italiano. Orgogliosamente ne rivendichiamo la nazionalità perché la sua resistenza è la resistenza di un combattente per la vita contro l’ingranaggio neomalthusiano e massonico che pretende dai fragili “improduttivi” la morte e prova a imporgliela.

Allo stesso tempo mi chiedo se potessimo fare di più e la risposta non può essere consolatoria, la risposta è assolutamente sì. Sono stanco di combattere da anni, vedere organizzata una qualche forma di resistenza per poi essere incapace di sferrare un attacco efficace, capace di stoppare la poderosa macchina della visione antropologica che vogliamo fermare. Family Day 2015, Family Day 2016, Charlie Gard, cattolici italiani scomparsi come gruppo autonomo dal Parlamento, Isaiah, Alfie. E metteteci pure tutte le battaglie per “l’autodeterminazione” che però devono essere vincenti solo per gli autodeterminati a morire, mai per chi si autodetermina a vivere. Siamo arrivati addirittura a dover sentire in tribunale un pubblico ministero che invece che fare il suo lavoro di pubblica accusa nei confronti dell’imputato, gli fa l’arringa difensiva con un tribunale che non sa più neanche legge l’articolo 580 del codice penale (aiuto al suicidio) e lo rinvia alla Corte costituzionale. Per inciso l’articolo 580 del codice penale recita inconfutabilmente: “Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni”. Quale parte non si capisce, signori giudici di Marco Cappato?

Davanti all’Alder Hey sventolavano due bandiere, quella italiana e quella polacca. Anche l’amministrazione americana ha sottolineato positivamente le scelte italiane. Potevamo fare di più. Convocare l’ambasciatore britannico a Roma, come abbiamo fatto con quello egiziano sul caso di Giulio Regeni. Far intervenire il presidente della Repubblica con un messaggio diretto alla Regina d’Inghilterra. Papa Francesco, che pure ha fatto molto, poteva evitare che si desse la sensazione che dopo la gita del vescovo di Liverpool a Santa Marta, ritirando padre Gabriele dall’ospedale si stesse dando una via libera a quella resa che è stata premessa della morte, meglio dire dell’uccisione, di Alfie.

Comunque, con il senno di poi sono tutti bravi quindi non mi metterò a dare lezioni a nessuno. So però che necessitiamo di una capacità organizzativa e di una determinazione che devono essere pari a quelle del nemico. L’ingranaggio mortifero ha questo dalla sua parte: serve Mammona (il potere e il denaro) con una determinazione efficace maggiore rispetto a quella con cui noi serviamo Dio. Militanza facebook, rosari e petizioni sono insufficienti nel conflitto sempre più necessario con l’ingranaggio che perfettamente oliato punta ormai a stritolarci rafforzato dagli articoli della Marzano, dalle opinioni della Murgia, dalle interviste di d’Avack, dalle comparsate di Cecchi Paone o Odifreddi e dalle posizioni dei prolife affidate a Beppino Englaro (Repubblica si è concessa anche questo sberleffo). Se alla guerra con questi nazisti vogliamo andare, dobbiamo andarci più organizzati e più determinati, anche se mai dimentichi di servire Dio e dunque affidandoci a lui.

Ho citato nelle ore precedenti la morte di Alfie, avvertendo il presagio di quella resa che mi sapeva di preludio alla fine, un apologo che ci arriva dalla tradizione ortodossa russa: è l’apologo del monaco Serafino. Un monaco di nome Serafino chiedeva con insistenza al Signore di poter prendere il suo posto sulla croce, perché voleva condividere in tutto il ruolo di Cristo. Un giorno il Crocifisso accettò, ma a un patto. Il Signore Gesù gli disse: “Che tu stia zitto!”. Serafino, essendo monaco, abituato al rigore, all’osservanza del silenzio, promise immediatamente. Il Cristo scese allora dalla croce, che era in chiesa, e vi salì invece il monaco Serafino. Entrò un uomo ricco a pregare e, mentre pregava, gli scivolò giù il sacchetto dei soldi. Si alzò per andarsene e Serafino, che aveva visto, avrebbe voluto dirgli che gli era caduto il sacchetto, però si era impegnato a tacere e quindi tacque. Subito dopo entrò un uomo povero, cominciò a pregare, ma gli caddero subito gli occhi su quel sacchetto di soldi; si guardò intorno, non c’era nessuno che lo vedesse, prese il sacchetto, se lo mise in tasca e scappò. Serafino avrebbe voluto dirgli che non doveva prenderli, perché non erano suoi, ma si era impegnato a star zitto e dunque tacque. Poi entrò un giovanotto che si mise devotamente in ginocchio ai piedi del crocifisso chiedendo aiuto e protezione perché stava per mettersi in viaggio per mare. In quel mentre entrò l’uomo ricco con i gendarmi dicendo che aveva lasciato in chiesa il sacchetto dei soldi. L’unica persona presente era quel giovanotto, i gendarmi lo presero e lo arrestarono. A quel punto Serafino non riuscì più a stare zitto e gridò: “È innocente”. Figuratevi! Il crocifisso parlante salvò quel giovane dalla galera, perché in forza di quella voce fecero meglio le indagini, lasciarono andare il giovanotto che si imbarcò, e arrestarono il povero che aveva preso i soldi, ed il sacchetto coi denari fu restituito al ricco. Alla sera il Cristo tornò con la faccia scura e rimproverò severamente Serafino: “Così non va proprio bene!”. “Ma come, Signore?”. “Ti avevo detto di stare zitto”. “Ma ho rimesso a posto le cose, ho fatto giustizia”. Disse allora il Signore: “No, Serafino, tu hai sbagliato tutto; il tuo impegno era quello di tacere; me lo avevi promesso. Invece, parlando, tu hai rovinato la mia azione. Quel ricco stava per fare un’opera cattiva con quei soldi e io glieli ho fatti perdere; quel povero ne aveva bisogno e io glieli ho fatti trovare; quel giovanotto ora sta naufragando in mare, e mi aveva chiesto aiuto: se fosse andato in prigione, almeno per un giorno, avrebbe perso la nave e non sarebbe morto. Hai rovinato tutto, non sei in grado di metterti al mio posto, caro Serafino! Anche se sei un monaco, e ti consideri avanti nella vita spirituale, la Mia Provvidenza guida le cose meglio di voi, anche quando sembrano andare per storto”.

Cito l’apologo di Serafino per ricordare, prima di tutto a me stesso: Dio c’è e non sei tu. Io non so perché il male accada, perché nei primi trecento anni di cristianesimo i cristiani siano stati brutalmente perseguitati, perché ci sia stato il nazismo, perché è morto Alfie senza che Dio ascoltasse le nostre preghiere e lo salvasse. So che, come uomo, devo battermi per proclamare la verità nella sua ovvietà: che la vita deve vincere sulla morte, che ogni persona è depositaria di una sua profonda dignità anche nella fragilità e che più è fragile più la sua vita va difesa, che se vedo accanimento nel procurare morte ai fragili io con analogo accanimento devo difendere il loro diritto alla vita, che i bambini non si toccano e i loro diritti meno che mai, che dare l’assalto alla famiglia in nome di una sorta di diritto di “proprietà” degli adulti sui bambini che in determinate situazioni viene consegnato allo Stato che si fa canaglia è qualcosa che necessità il nostro organizzarci e dare battaglia, per vincere però e dunque con efficacia.

Ci vorranno secoli? Non lo so. So che quattro giorni di respiro libero e resistenziale di Alfie hanno reso chiaro credo a noi tutti che l’ingranaggio esiste. Si sono manifestati i meccanismi di funzionamento, le rotelle che lo fanno marciare inarrestabile, i punti dove gli addentellati possono essere colpiti per fare male. Noi ci stiamo organizzando in Italia, ci organizzeremo in Europa, schiereremo con capacità l’organizzazione nelle prossime battaglie. Giornalisti, uomini di scienza, medici, magistrati, politici, attori e cantanti che vogliono stare in questo coro mortifero sappiano che lavoreremo da giornalisti (avete visto che lavoro hanno fatto Benedetta Frigerio e Giovanni Marcotullio per citarne solo due), uomini di scienza, medici, magistrati, politici, attori e cantanti per contrastare l’ingranaggio di cui forse non sanno neanche di far parte. Chiediamo poi alla Chiesa, umilmente, di essere unita in tutte le sue componenti e soprattutto nella gerarchia a difesa della vita offesa contro la cultura dello scarto, secondo il magistero fecondo anche di Papa Francesco, senza ipocrisie e trucchetti che nel caso di Alfie hanno contribuito a causarne la repentina morte.

Ma tutto quanto lo faremo affidandoci a Dio perché noi Dio serviamo e non Mammona. Tra qualche giorno uscirà un mio nuovo libro, la Storia del Terrorismo in Italia, che raconta il massacro dei cattolici ad opera dei comunisti nel trentennio che va dal 1972 al 2002. Magistrati, servitori dello Stato, politici, giornalisti cattolici sono stati uccisi perché volevano un’Italia migliore e non ideologizzata da una cultura di morte. Perché i cristiani sono stati perseguitati non solo nei primi trecento anni, ma in tutti i due millenni della loro storia. Il libro si apre con una citazione della lettera di Paolo VI “agli uomini delle Brigate Rosse” in occasione del sequestro Moro ed è la parte finale della lettera che non viene mai citata nelle ricostruzioni storiche e giornalistiche di quei tragici giorni: “E tutti dobbiamo temere Iddio vindice dei morti senza causa e senza colpa”.

Alfie ha fatto vedere come muore un (bimbo) italiano. Resistendo oltre ogni umana previsione. Noi lo affidiamo ora con le nostre preghiere a Iddio vindice dei morti senza colpa. Che ci guidi nei prossimi passi, necessari a fermare questi nazisti della vita “futile”, più pericolosi dei nazisti di allora che almeno firmavano le lettere in cui annunciavano la morte dei bambini assumendosene la responsabilità, non chiedendo la tutela della propria privacy. Tanto Dio la verità la sa e noi, come il monaco Serafino, abbiamo capito che sarà lui a fare giustizia. Noi, però, intanto ci organizziamo per battere la vecchia. Questa è la missione a cui è chiamata la nostra generazione, se non per noi, almeno per i nostri figli.

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03/05/2018
1312/2018
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