Chiesa

di Claudia Cirami

Il Rosario che ha avvolto le isole britanniche

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Due nazioni ci hanno colpito in questi giorni in cui la storia di Alfie Evans ha commosso e indignato, fatto discutere e spinto all’azione l’opinione pubblica. Stiamo parlando dell’Inghilterra e della Polonia. Per motivi ovviamente differenti: se la prima, infatti, ci ha mostrato – per lo meno nel suo sistema sanitario e giudiziario – una “durezza di cuore” al momento difficile da piegare (ma i credenti sanno che nella selva del finto-compassionevole best interest si può trovare una via d’uscita a colpi di… preghiere), la Polonia, invece, ci è stata sorella nella battaglia per la vita del piccolo inglese, purtroppo terminata nel modo peggiore. Corretto sottolineare che molti inglesi sono stati delusi e arrabbiati per l’agire del proprio sistema sanitario e giudiziario: perciò non ne facciamo una questione di discriminazione nei confronti di un popolo. Sappiamo, infatti, che qualcosa si è mosso e ora si è aperto un dibattito e voci si sono levate per invocare una legge che possa evitare nuovi casi come quello di Alfie. Chissà che in un futuro, speriamo non lontano, anche tutto il popolo inglese possa essere al fianco dell’Italia e della Polonia nella difesa della vita, dal suo concepimento fino al termine naturale. Il sacrificio di Alfie, in un modo misterioso, potrebbe non essere stato vano.

Del resto, una recente iniziativa – quella del Rosary on the Coast – che si è svolta Domenica 29 Aprile lascia ben sperare. Tante località della Gran Bretagna, a cui l’Inghilterra appartiene, hanno aderito all’iniziativa di recitare un Rosario per la fede, la vita e la pace in terra britannica. Soprattutto i pastori scozzesi e del Galles hanno incoraggiato l’iniziativa, come si può leggere nel sito dedicato all’evento. Alcuni di essi hanno anche partecipato. L’iniziativa è stata lodata anche da Papa Francesco. Ancora una volta, quando i tempi si fanno bui, il ricorso alla Madre come Avvocata Nostra appare inevitabile. È un buon segno che molti nel Regno Unito sentano la necessità di far rivivere e rifiorire il cattolicesimo e di chiedere, attraverso la preghiera, quello che è più essenziale: fede, vita, pace.

Questa iniziativa ha ricordato il noto (e molto discusso) Rozaniec do Granic, che fu recitato il 7 Ottobre del 2017 lungo i confini della Polonia. Un numero considerevole di persone, dopo essersi riunito in 319 chiese, si è diretto in alcuni punti specifici lungo i confini e lì ha pregato il Rosario, con la benedizione dei vescovi. Le accuse ai polacchi in preghiera – soprattutto sulla stampa occidentale – furono di conservatorismo, bigottismo, e soprattutto di prova di forza identitaria e chiusura nazionalistica. Soprattutto perché il 7 Ottobre è il giorno in cui si fa memoria della battaglia di Lepanto, quando l’Europa riuscì a fermare l’avanzata islamica. In realtà, accuse simili non tengono conto del popolo polacco e del singolare rapporto con la patria. Per capirlo, possiamo fare riferimento ad una lettera che è stata inviata in questi giorni, dalla Conferenza Episcopale Polacca ai connazionali all’estero. In occasione del 3 Maggio, in cui ricorre la solennità di Maria, Regina della Polonia, e in occasione del 100°mo anniversario dell’indipendenza della nazione, i pastori polacchi hanno sentito l’esigenza di scrivere ai loro connazionali che vivono all’estero. Ancora una volta, il riferimento di iniziative cattoliche alla Vergine testimonia come i fili segreti della storia passino anche per le mani amorevoli della “più tenera tra le madri”.

Ai cittadini polacchi che si trovano sparsi in varie parti del mondo, la richiesta che arriva dai vescovi è innanzitutto quella di offrire una testimonianza di fede e di coltivare l’amore per il prossimo, curando le relazioni coniugali e familiari, ma anche i rapporti con il paese che ospita, supportando anche le Chiese locali. Ma poiché l’occasione dell’indipendenza suggerisce anche una riflessione legata al rapporto con la patria, la conferenza episcopale polacca non perde l’opportunità per fare una riflessione a più ampio raggio. «Ringraziando Dio per il dono dell’indipendenza – scrivono – comprendiamo il dovere di rispettare e trasmettere alle generazioni future il patrimonio da cui ci siamo formati».

Nel testo risplende l’amore verso la patria lontana, e viene citato non solo Giovanni Paolo II, grande patriota polacco nel senso più alto e inclusivo del termine, ma anche il discorso di un altro immigrato polacco, Julian Niemcewic. Le sue parole, sebbene datate, per i vescovi polacchi hanno ancora una loro validità perché offrono consigli sul modo in cui integrarsi e far vivere il ricordo della patria. Il legame con la patria passa ovviamente anche dalla cura per la lingua e la cultura polacca. Tutta l’attenzione alla Polonia, però, non deve mettere in ombra la nuova condizione di uomini e donne che vivono in un altro paese, con altre lingue, culture e abitudini. Così i vescovi polacchi si affrettano a sottolineare che «il patriottismo maturo non ha nulla a che fare con il nazionalismo e la chiusura nei confronti di altre culture e tradizioni». Qui sembra esserci un’eco della profonda convinzione che animava San Giovanni Paolo II, per il quale l’amore patrio non è mai stato disgiunto dall’afflato universale, cattolico, verso l’umanità intera, ovunque localizzata. Ma i vescovi tornano subito ad insistere sul fatto che l’internazionalismo – di contro – annullando le differenze, non rende alcun servizio all’identità di un popolo.

Per chi ha difficoltà ad entrare in questa tensione tra patriottismo e apertura agli altri popoli, la Polonia rimarrà sempre una terra misteriosa e le sue decisioni e iniziative, tanto più se cattoliche, saranno sempre fonte di equivoci. Mettersi in equilibrio su un filo così significativo, che dà consapevolezza di appartenere realmente ad una patria, ma al tempo stesso di non chiudersi in se stessi, costa fatica ed è più semplice porre un’etichetta stereotipata piuttosto che fermarsi a riflettere. Per questo motivo, all’epoca della recita collettiva del Rosario, i giudizi furono taglienti. Ma il portavoce della Conferenza Episcopale Polacca, intervistato da Avvenire, chiarì che si trattava solo di strumentalizzazioni attribuite ad un evento che, in se stesso, era di preghiera per la pace (Avvenire, 10 Ottobre 2017)

Tornando alla lettera, lo scritto dei vescovi polacchi è ovviamente segnato da riferimenti mariani, e non poteva essere altrimenti perché la Polonia è una terra fortemente legata a Maria. In particolare all’immagine della Madonna nera di Jasna Góra, e la lettera ricorda il gesto della Madre che indica Gesù: questo diviene segno di quella relazione che ogni credente è chiamato a stabilire con lui. Anche i credenti britannici che il 29 Aprile hanno accettato di pregare il Rosario lungo le coste della loro terra sanno che il rapporto con la Madre è via che porta a Cristo. La vicenda di Alfie ci ha lasciato l’amaro in bocca: avremmo sperato in una conclusione diversa, con un trionfo, non parziale – com’è stato, per l’inaspettata resistenza del bambino – ma completo, della vita sulla morte. Eppure un Rosario in riva al mare ci dice che la vita spirituale pulsa ancora (e anzi al Cielo è arrivata una richiesta perché cresca ulteriormente): questo, perciò, ci suggerisce che dove c’è una vita spirituale prima o poi si arriverà alla sconfitta delle ideologie e prassi mortifere in favore della vita.

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04/05/2018
1610/2018
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