Chiesa

di Claudia Cirami

A 25 anni dal primo duro anatema alla mafia

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La diocesi di Agrigento avrebbe ricordato quella visita storica, 25 anni fa, anche se non fosse accaduto nulla di particolare. Era la prima volta di un Papa nella bistrattata e martoriata terra di San Calogero e San Gerlando, di Pirandello e Sciascia, di Rosario Livatino e Antonino Saetta, arsa dal sole in estate e assetata di pace e giustizia per tutto l’anno. «Sapevamo che era un’ora straordinaria di grazia», ha commentato in questi giorni Mons. Carmelo Ferraro, arcivescovo di Agrigento all’epoca della visita. Chi è stato testimone oculare di quei giorni eccezionali ricorda quella sensazione di gioia interiore, che faceva superare qualsiasi difficoltà organizzativa e logistica. Conserva l’ebbrezza di un presentimento di benedizione nell’aria, fin dai giorni precedenti. Accarezza mentalmente quell’incontrarsi, per strada, mentre ci si recava nei luoghi della visita, felici di poter abbracciare, non solo idealmente, quell’uomo vestito di bianco, dal sorriso aperto e dalla parola disarmante. Per Agrigento anche soltanto quel volto e quello sguardo, quella figura e quel passo sarebbero stati una benedizione. Ma quello che è accaduto può essere espresso con l’espressione di Paolo: «dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia». Perché Dio non si risparmia in generosità.

Non era possibile prevedere, invece, che, in un pontificato che ha avuto per estremità i 4 angoli della terra, anche tanti altri, in diverse parti d’Italia e del mondo, avrebbero conservato nella memoria il ricordo di quella visita. Per quel grido e quell’indice sollevato che incendiò il Piano San Gregorio e tutta la Valle dei Templi. Per quella forza emotiva che, proveniente dall’interno, si irradiò in tutta la persona del pontefice. Per quelle parole, scolpite, gravi, sicure, che a distanza di tempo non hanno perso una virgola del loro valore in tutti i luoghi del pianeta in cui la vita umana è minacciata, calpestata, distrutta dai locali signori della morte. Per quel discorso, al tempo stesso così profondamente permeato di riferimenti all’humus siciliano, che perde la sua connotazione generica per divenire “carne e sangue” in una terra percossa dalle frustate della mafia. Per quel Papa – in un ben determinato momento della storia – così pienamente umano e, al tempo stesso, così intimamente ricolmo di Spirito Santo.

La Chiesa agrigentina, insieme a tutta la Chiesa siciliana, oggi fa memoria del 25°mo anniversario della visita di San Giovanni Paolo II. Arrivò e rimase nella Valle dei Templi l’8 e il 9 Maggio del 1993 e, per ricordare quei due giorni in cui il Signore ha benedetto la terra siciliana proprio attraverso la persona del pontefice, tutti i vescovi siciliani si ritroveranno oggi, alle 18:00, a concelebrare una Santa Messa al Tempio della Concordia. Sarà anche possibile seguire l’evento in diretta televisiva su Tv2000. Una lettera dei vescovi siciliani sigillerà il ricordo di questo venticinquesimo anniversario. Il luogo della celebrazione eucaristica ovviamente non è scelto a caso. Nell’indimenticabile passaggio conclusivo della S. Messa a Piano San Gregorio, Giovanni Paolo II citò anche quel tempio (una delle più belle testimonianze della grecità in terra agrigentina), il cui nome, “Concordia”, meritava una più attenta considerazione proprio in relazione agli eventi luttuosi che stavano funestando l’isola. «Sia questo nome profetico. Vi sia concordia in questa vostra terra – tuonò il santo polacco – Una concordia senza morti, senza assassinati, senza paure, senza minacce, senza vittime. Che sia concordia. Sia la pace a cui aspira ogni popolo, ogni persona umana, ogni famiglia».

Il 2 Maggio la diocesi di Agrigento ha già vissuto un momento di riflessione su questo avvenimento. Nella Chiesa dedicata a San Pietro è stato tenuto un incontro che ha visto la partecipazione sia del Cardinale Francesco Montenegro, sia di mons. Ferraro. Nell’occasione è stata ricordata anche la visita che Papa Francesco ha compiuto a Lampedusa, l’8 Luglio del 2013, rinnovando l’attenzione dei Vicari di Cristo per terre spesso dimenticate dalle cronache, se non quando salgono alla ribalta per situazioni problematiche o drammatiche. Anche altre parrocchie di Agrigento, negli stessi giorni, hanno preparato momenti di riflessione e di preghiera. Perché questa data di oggi non trascorresse invano.

La mafia in Sicilia esiste ancora come un filone sotterraneo di cattivo metallo. Meno violenta ma non meno pervasiva. Di fronte all’ennesimo arresto o ad un’inchiesta, siamo tentati di richiamare alla memoria un’altra parola: “Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”. Gesù nel Vangelo fa il suo lamento su Gerusalemme, mettendola davanti, dolorosamente, alle conseguenze di questo mancato riconoscimento. Potremmo dire: Agrigento e Sicilia tutta – come Gerusalemme – non sei riuscita a far tesoro della Grazia che hai avuto in dono. Non hai colto il passaggio di Dio in mezzo al suo popolo, non hai compreso la necessità di un cambiamento. Ma questa non sarebbe tutta la verità.

Chi ha vissuto e respirato in quegli anni e in quelle contrade siciliane ricorda quel senso di sgomento e di sfiducia, quella mestizia profonda, nutrita dall’ennesimo omicidio, quel sentimento di sottomissione al corso degli eventi, che permeava persino il cuore dei giovanissimi. Giovanni Paolo II non pronunciò parole magiche ma rinnovatrici e latrici di speranza. Capaci di trapassare l’oggi dell’uomo – che spesso vede solo problemi e drammi, delusioni e fallimenti – per indicare il giorno di Dio. Per sottolineare che la presunta invincibilità di alcuni aveva i giorni contati perché il giudizio divino sarebbe arrivato prima o poi. Per orientare verso l’unica possibilità che abbiamo di riportare una vita rovinata e perniciosa alla bellezza originaria di quel “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”: la conversione. Il suo “Convertitevi”, scandito senza lentezza e con una precisione straordinaria, maturato nell’incontro con una mater dolorosa, la madre di Rosario Livatino, esplode in un preciso momento e si consolida nel tempo come un invito a tutti gli uomini apparentemente perduti perché cambino il loro sguardo sulla vita. Perché tornino a quel Dio Amore che non li ha creati per delinquere, uccidere, spezzare i sogni degli altri. Se oggi nell’isola si spera ancora, è anche grazie a quel grido che si levò potente dalla Valle dei Templi. Se l’oggi siciliano può credere ancora in un domani migliore, ignorando la sua fatica quotidiana, la stasi, gli intoppi e le brutture, è per quelle parole che hanno aperto una fenditura in un muro di rassegnazione, da cui è passato – finalmente – il raggio della speranza. In un modo difficile da definire per la pochezza di qualsiasi vocabolario, qualsiasi iniziativa di bene in questi 25 anni ha trovato la sua forza, il suo input proprio nel breve ma penetrante discorso di San Giovanni Paolo II. Ricordando quei giorni, mons. Ferraro ha detto: «Ci ha parlato col cuore». In una terra che non riusciva più a percepire i battiti del suo è stato come rinascere.

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09/05/2018
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