Società

di Claudia Cirami

Il primo diritto è quello a NON emigrare

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Superare la paura per entrare in relazione. Arriva alle comunità cristiane una lettera che la Conferenza Episcopale Italiana ha scritto per trattare il tema delle migrazioni e le questioni conseguenti. La firma al termine della missiva è quella della CEMi, la Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI, il cui presidente è Mons. Guerino Di Tora, vescovo ausiliare di Roma. Il titolo della missiva è “Comunità accoglienti, uscire dalla paura” e, fin dal titolo, l’indirizzo della Chiesa italiana è chiarissimo. L’occasione per la pubblicazione del testo è il 25° anniversario del documento precedente “Ero forestiero e mi avete ospitato” (1993). Leggendo la lettera emergono alcune considerazioni. La prima è che i vescovi italiani danno rilievo al loro collocarsi all’interno di uno specifico percorso, iniziato dalla Chiesa in Italia già negli anni novanta, quando il fenomeno delle migrazioni non aveva conosciuto i picchi degli ultimi anni ma già chiedeva attenzione. L’azione ecclesiale odierna non è dunque una concessione estemporanea in risposta all’urgenza dell’ultima ora, ma è un orientamento che arriva da lontano. Questo è forgiato dalla premura e dalla cura con cui la Chiesa italiana da tempo guarda alle migrazioni ed esplicitato in uno stile di accoglienza ispirato al Vangelo. Questo percorso – altra sottolineatura dello scritto – è in sintonia non soltanto con il Magistero di Papa Francesco nei confronti dei migranti, ma anche con quello di chi lo ha preceduto sul soglio petrino, Benedetto XVI e, prima ancora, San Giovanni Paolo II. In tal modo, risalta subito agli occhi come la scelta della Chiesa non risponda a calcoli politici dell’ultima o della penultima ora, a parzialità a favore di questo o quel pontefice, a interessi per ottenere questo o quel riconoscimento, ma ad una logica che trascende gli accadimenti, quella di Dio che si fa prossimo all’uomo e che ci invita a fare altrettanto con i nostri fratelli che hanno lasciato tutto. Particolarmente opportuna è la lettura del fenomeno delle migrazioni come «luogo frequentato da Dio, che chiede al credente di “osare” la solidarietà, la giustizia e la pace». Se l’espressione “segno dei tempi” – di cui la lettera parla ampiamente – è forse la più adatta ad inquadrare il fenomeno perché, nei fatti, è una delle sfide maggiori che ha posto la contemporaneità, il richiamo alla presenza di Dio all’interno di una situazione che per tanti versi può apparire faticosa, complicata, disagiata è quanto mai efficace. I vescovi italiani non si nascondono (e non ci nascondono) le difficoltà che nascono dall’incontro con l’altro, ma invitano le comunità cristiane a non alzare muri. Pur riconoscendo che esistono dei limiti all’accoglienza, esortano a vivere in «mutua conoscenza, dialogo e collaborazione», come hanno già fatto nel passato prossimo. La CEI sceglie di partire dunque dalla realtà. E la realtà – come spiega ottimamente la missiva – è quella di due paure che si incontrano: due paure speculari, quella di chi, costretto a spostarsi, si trova a doversi confrontare con un’assoluta novità di vita e quella di chi si sente minacciato dall’ingresso di uno straniero nel proprio spazio. Con linguaggio di padri, i vescovi ci dicono che questo non è un peccato perché la paura è un sentimento umano. Il problema, invece, nasce quando lasciamo vincere la paura sull’apertura agli altri, chiudendoci come forzieri per evitare che il prossimo che viene da lontano entri in relazione con noi. Importante è anche il riconoscimento che alla base di un certo rifiuto non c’è però solo la paura, ma anche una chiusura legata all’individualismo, vera piaga della contemporaneità. L’invito è di superare sia la prima che il secondo. Tuttavia, la visione che i vescovi propongono non è più quella di un’accoglienza acritica, che, in parte, era stata respinta anche da alcuni ambienti cattolici (come si può notare anche dalla “presa” sull’elettorato cattolico di partiti che pongono un freno all’immigrazione). Scorrendo questa lettera, si ricava invece la netta impressione di un’accoglienza che si costruisce sulla realtà. Le comunità non vengono prese di petto per eventuali chiusure, ma invitate ad aprirsi all’accoglienza nonostante le difficoltà. La lettera annuncia anche un meeting sulle realtà di accoglienza nei primi mesi del 2019. Importante è poi sottolineare – come fa lo scritto – che esiste anche un diritto a non emigrare. Su questo diritto possiamo leggere anche Benedetto XVI che, in un messaggio del 2013, così si era espresso, richiamando anche Giovanni Paolo II: «Nel contesto socio-politico attuale, però, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra, ripetendo con il Beato (adesso Santo, n.d.R.) Giovanni Paolo II che “diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione” (Discorso al IV Congresso mondiale delle Migrazioni, 1998)». Questo diritto mette in guardia dal pericolo di vedere il migrante esclusivamente come una risorsa: si tratta di persone, non possiamo valutarle unicamente come risposte ai nostri problemi economici, sociali e demografici (ed è purtroppo quasi palpabile come in certi interventi politici ci sia una considerazione meramente utilitaristica dello straniero che arriva dai paesi più poveri a quelli del benestante Occidente). Anche nel documento a firma CEMi si parla del migrante come una risorsa per il paese che lo ospita, ma è anche vero che mettendo a fuoco questo diritto, i vescovi italiani ci indirizzano verso una considerazione globale del fenomeno delle migrazioni. I flussi migratori, troppo spesso, sono stati letti soltanto attraverso l’ottica dell’alternativa “accoglienza sì, accoglienza no” e non attraverso un’altra prospettiva: aiutare i paesi da cui le persone vanno via. L’ultima considerazione ha a che fare con il consistente apparato numerico con cui ci si imbatte immediatamente. Le migrazioni e i migranti non sono un mito: sono una realtà da leggere anche attraverso le cifre reali. Per capire quanti sono i migranti e da dove provengono. Perché se una certa lettura ideologica ha cristallizzato nel termine migrante solo gli uomini di pelle scura che sbarcano a Lampedusa o in altri porti nazionali, le cifre – relative ad un rapporto della Caritas che è stato pubblicato nel 2017 – ci danno una lettura parzialmente differente. I numeri servono a capire, a non farsi prendere da ansie immotivate, a non diventare preda di facili populismi. Bene anche ricordare che noi italiani – e lo dicono le cifre – non siamo esenti dal fenomeno migratorio, quando siamo costretti a migrare altrove alla ricerca di un lavoro o di possibilità di vita più corrispondenti ai nostri percorsi di studio. Se ci si può permettere di dirlo, però, inserire fin dall’inizio le cifre non sembra la più felice delle scelte quando si tratta di una lettera e non di un rapporto: se Paolo avesse riempito di cifre l’inizio delle sue missive, Corinzi, Romani e gli altri avrebbero rispedito al mittente i suoi scritti. Ma è l’unica pecca del testo. Perché, per il resto, le parole del documento offrono – pur nella brevità di una lettera – notevole materiale su cui riflettere e di questo possiamo solo essere grati ai nostri pastori.

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16/05/2018
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