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di Emilia Flocchini

Come si fa a giudicare la santità in tribunale?

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Spesso sui mezzi di comunicazione, anche cattolici, c’è una certa confusione quando si parla di Cause di beatificazione e canonizzazione. In particolare, si assiste a un interesse più diffuso quando diventano beati o santi personaggi già famosi di per sé, come sta accadendo dopo l’annuncio delle canonizzazioni del 14 ottobre prossimo. Per conoscere più nel dettaglio le ragioni e le strade che la Chiesa percorre per presentare come esempio riconosciuto la vita di uno o più dei suoi figli, abbiamo deciso di contattare la dottoressa Lodovica Maria Zanet.

Milanese di nascita, ha alle spalle una laurea in Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, completata da un dottorato presso la Scuola Superiore di Alti Studi del San Carlo di Modena. Già Borsista del Centro Universitario Cattolico della CEI, oggi collabora con l’Università Cattolica ed è docente alla sezione torinese della Pontificia Università Salesiana. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, in ambito filosofico e di spiritualità. I temi della nostra conversazione hanno trattato i contenuti di due sue monografie: «La santità dimostrabile – Antropologia e prassi della canonizzazione» e «Martirio – Scandalo, profezia e comunione», entrambe recentemente edite dalle Edizioni Dehoniane di Bologna. Esse sono anche il frutto della collaborazione della dottoressa Zanet con la Postulazione Generale dei Salesiani per la quale, in particolare, ella è incaricata di redigere le “Positiones” (plurale di “Positio”, la presentazione argomentata delle prove) sulle virtù eroiche o il martirio dei candidati agli onori degli altari. Nel 2014, ha conseguito il Diploma di Postulatore rilasciato dalla Congregazione delle Cause dei Santi.

Cominciamo dalla forma di santità più eclatante, quella del martirio. Lei afferma che non si può parlare di martirio se mancano specifici requisiti. Può spiegarci meglio? Soprattutto, ci aiuta a chiarire il ruolo del persecutore?

Il martirio, per poter essere riconosciuto tale, necessita di tre elementi, che ricordo brevemente: un aspetto materiale, cioè la morte violenta, o per azione diretta di un persecutore o per le conseguenze delle torture o dei deprivamenti subiti; il dono della vita, a difesa della fede, da parte del presunto o dei presunti martiri; l’odio alla fede da parte del persecutore. Perciò, perché venga riconosciuto il martirio, serve poter dimostrare che il persecutore, sia esso una persona singola, sia esso in qualche modo una struttura che agisce attraverso alcuni – un conto è Alessandro che uccide Maria Goretti, un altro la mafia che, attraverso individui concreti, uccide padre Pino Puglisi – agisca motivato dall’odio della fede.

Si può perciò parlare di martirio solo se il persecutore colpisce la fede in una o più persone, non se qualcuno muore in un contesto di ritorsione o rivalità personali. Ci sono contesti, come per esempio i regimi totalitari, dove alcune persone sono state uccise non in odio alla fede, ma per un dissenso di natura politico-sociale o in una retata o in un frangente che metteva a rischio la vita dei civili. Anche se queste persone fossero state animate da un intento di testimonianza di fede, ma nel persecutore mancasse tale coscienza di colpire la Chiesa e la fede, il loro non potrebbe essere riconosciuto martirio. Naturalmente, il persecutore non sempre ha chiara coscienza del contenuto di fede: è inverosimile pensare, per esempio per i martiri sotto il comunismo, che il regime conoscesse alla perfezione i contenuti della fede che odiava nella persona dei perseguitati. Tuttavia è essenziale che la Chiesa possa dimostrare che l’agire del martire viene percepito come un agire animato dalla fede. Quindi, contrastando quell’agire, il persecutore contrasta la fede. D’altra parte, l’agire del martire, ispirato al Vangelo, sempre contrasta i piani del persecutore, perché si oppone al male.

Ogni martirio dunque è martirio per la fede. Però la fede è viva attraverso le opere, come ci spiega la Scrittura. Essa inoltre si annuncia in particolar modo in un impegno forte a favore della carità e della giustizia. Padre Kolbe ha incarnato la fede testimoniandola meravigliosamente nel dono della vita per amore, che è poi innestato sul dono supremo di Cristo: «Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Mons. Romero o Padre Pino Puglisi hanno testimoniato la fede sacrificandosi per la giustizia… Quindi, tecnicamente parlando, il martirio è sempre e solo per la fede, però per una fede vera, reale: cioè viva attraverso le opere e intrecciata a ciascuna delle altre virtù.

Faccio un ulteriore esempio. Il martirio di Maria Goretti è un martirio per la castità, ma in realtà la difesa della castità è la forma con cui lei dà la propria attestazione di fede. Infatti dice ad Alessandro: «È peccato», perché ha coscienza che il corpo è tempio dello Spirito Santo, e che non si deve acconsentire al male.

Questa è una cosa che, quando si parla di Maria Goretti, emerge molto poco. Non è che lei abbia pronunciato un sermone sul corpo come tempio dello Spirito Santo…

Anche perché non c’era tempo…

Ha detto: «È peccato, se lo fai vai all’inferno», preoccupandosi non solo di sé quanto dell’altro; esce quindi da sé.

Io penso che ci sia anzitutto una custodia di sé: se avesse acconsentito, Maria Goretti avrebbe commesso peccato. Ma c’è anche – ed è molto bello, perché la fede non è mai un atto rivolto solo a se stessi – il mettere Alessandro davanti a un limite. Se Maria Goretti fosse riuscita a impedire quel gesto, quella violenza, ella avrebbe in qualche modo preservato Alessandro dalle conseguenze della violenza stessa. Dire “che è peccato” è inoltre esprimere, in maniera negativa, un contenuto positivo sottostante, ovvero le verità in materia di fede e di morale, di cui la Chiesa è maestra. Una donna che venisse aggredita e che morisse dopo aver tentato di difendersi non necessariamente è martire. L’istinto all’autoconservazione e all’autodifesa è naturale e di capitale importanza, ma insufficiente perché ci sia martirio. Alessandro ha colpito pur sapendo che la fede raccomandava di fermarsi.

Mi viene in mente che a settembre ci saranno le beatificazioni di altre due martiri della fede mediante la castità, Veronica Antal e Anna Kolesárová; guarda caso, entrambe dell’Europa dell’Est. Una, Anna, slovacca, uccisa da un soldato dell’Armata Rossa; l’altra, rumena, assalita da un ragazzo che voleva colpire – e ci risiamo – la Chiesa, le “suore”, come definiva Veronica e le sue amiche per la loro intensa vita di fede.

È evidente la bellezza della fede, della purezza di queste ragazze. Il persecutore in loro colpisce la limpidezza attraente della sequela, dopo avere tentato di irriderla e delegittimarla a parole. Se al posto di Veronica ci fossero state le sue compagne, forse il persecutore avrebbe colpito la Chiesa (anche) in loro.

Passando a un altro tema, ho una domanda che mi preme molto. Se uno «immagina in cielo» una persona e ricorre a lei nella preghiera privatamente, anticipa il giudizio ufficiale della Chiesa?

Anzitutto, è necessario distinguere tra venerazione privata e culto pubblico. Il culto pubblico consiste, per esempio (ma non solo!) in: la Messa e/o l’Ufficio dedicati a un beato o a un santo; invocare il loro nome nelle litanie dei beati o dei santi; raffigurarli con segni come l’aureola… Sono espressioni che, in quanto dotate di una loro ufficialità anche liturgica, suggeriscono – ecco dove sarebbe il culto indebito se si tentasse di attuarle prima o contro il giudizio della Chiesa – che ci sia stato, appunto, un giudizio della Chiesa stessa sulla fondatezza di tale santità.

Faccio un esempio: se un sacerdote decidesse (l’esempio è inverosimile, ma spero aiuti il lettore a capire) di celebrare una Messa come atto di culto pubblico verso un Servo di Dio (su cui dunque la Chiesa ancora sta indagando), compirebbe un atto di culto indebito, anche se è da solo e celebra questa Messa in assenza di popolo di Dio o alla presenza di pochissimo popolo di Dio. Se invece alla fine di una Messa si prega insieme per chiedere la beatificazione o la canonizzazione di un Servo di Dio, riferendosi alla preghiera approvata dalla gerarchia ecclesiastica, è venerazione privata. In presenza di atti di culto indebito, le Cause vengono bloccate.

Il culto pubblico, inoltre, viene concesso come culto solo locale con la beatificazione, prescritto in modo universale con la canonizzazione.

È interessante provare a capire come sia strutturata una preghiera per la devozione privata ben fatta: lì si potrà vedere che anzitutto non si prega un Servo di Dio, ecc. ma si prega Dio, interponendo la mediazione intercessoria di un Servo di Dio. Poi spesso si chiede: «Se è Tua volontà, o Signore…». Quindi non solo non si anticipa il giudizio della Chiesa, ma si chiede anzi luce attraverso la preghiera.

Mi è venuto in mente che, quando vado a visitare i miei parenti a Napoli, frequento la chiesa di una piccolissima congregazione religiosa di diritto diocesano, dove è sepolta la prima compagna della madre fondatrice: la Serva di Dio suor Teresina di Gesù Obbediente, delle Ancelle della Regina dei Gigli, che hanno case solo a San Giorgio a Cremano (Napoli) e a Roma. Hanno il ramo femminile, il ramo maschile e quello dei laici, sposati e non. Per suor Teresina ogni martedì viene celebrata la Messa, si chiede la sua intercessione con la preghiera apposita e poi, se uno vuole, va sulla sua tomba, che è dentro la chiesa.

Quello non è culto indebito. Sarebbe ancora meglio che la preghiera d’intercessione venisse letta alla fine della Messa, mai dall’ambone né dall’altare. Inoltre, la Messa, come lei opportunamente precisa, è per suor Teresina (cioè a suo suffragio, per ricordarla). Così non è culto indebito.

Nulla però vieta di rivolgersi con spontaneità e immediatezza a una persona di cui ancora non si sia aperta la Causa, per chiedere la sua intercessione: penso ai molti che da anni pregano Chiara Corbella Petrillo, questa giovane ragazza romana, sposa e mamma, morta di tumore nel 2012 dopo avere lottato per dare alla luce il figlio che portava in grembo, accompagnata da grande e persistente fama di santità. Ma questa è una preghiera personale, riservata, del cuore…

Nelle immaginette, invece, è sempre bene affidarsi a quelle con l’imprimatur del vescovo o l’autorizzazione ufficiale della Postulazione. Obbedienza e affidamento alla Chiesa in tutto e anzitutto!

Mi viene in mente il caso della beata Maria Candida dell’Eucaristia, carmelitana scalza. Il miracolo per beatificarla è avvenuto la notte stessa in cui lei è morta: una consorella è stata guarita grazie a lei da un eczema alla pelle, grave e incurabile; non l’avevano neanche sepolta!

Infatti, la fama di segni dev’essere già in vita, attenzione; poi al momento della morte e dalla morte fino ai nostri giorni. Ed è sempre Dio che opera, attraverso la mediazione intercessoria dei “santi”. Tuttavia, il miracolo valido per la beatificazione deve avvenire dopo (o immediatamente dopo) la morte del Servo di Dio. E quello per la canonizzazione, dopo la beatificazione.

Veniamo ora a una questione a cui pensavo relativamente al Servo di Carlo Acutis, adolescente della diocesi di Milano, esperto di informatica; la sua causa è ora in fase romana. M’interrogavo, tempo fa, sul ruolo e il peso delle nuove tecnologie nelle Cause di beatificazione e canonizzazione. Come si considerano quindi i messaggi di posta elettronica, le conversazioni via WhatsApp o Messenger, gli SMS e i profili sui social network?

Penso che occorrerà attendere qualche anno ancora prima di capire appieno l’utilizzo di tali mezzi di comunicazione in una Causa: WhatsApp e Facebook sono molto recenti. Oggi per lo più non si trattano Cause degli ultimissimi anni, perciò il problema delle tecnologie ancora non si pone o si pone poco. Carlo Acutis rappresenta un’eccezione perché è morto molto giovane e da poco si è introdotta la Causa. Inoltre egli faceva particolare uso dei supporti informatici ed era addirittura considerato un genio dell’informatica.

Nessuno però sottrae a forza o prova a violare oggetti riservati come il PC [ride, ndr]! Si chiede eventualmente alla famiglia o alla Congregazione di appartenenza se vogliano metterli a disposizione, e sempre con estremo rispetto! Io piuttosto mi chiedo quanto le nuove tecnologie possano aiutare. Un conto sono i file contenuti nel computer: ci possono essere dei diari spirituali, anche di grande rilievo. Facebook, WhatsApp o altro danno una comunicazione in qualche modo molto estemporanea, quindi ignoro in che misura servano a dimostrare l’eroicità delle virtù, che emerge da atteggiamenti ricorrenti e da un “fare” più che da un “dire”. Ipotizzo tali mezzi possano essere più utili – ma questo lo capiremo solo nei decenni a venire – per quelle persone che per esempio hanno preso posizione con un certo coraggio su questioni di fede e di morale. Il loro uso dei mezzi di comunicazione (articoli pubblicati sul Web, rilancio di notizie, ecc.) potrebbe comprovare una certa fortezza. Poi senz’altro i mezzi di comunicazione rivestono una certa importanza per attestare la fama di santità e di martirio già in atto. Ogni Causa esige comunque una Commissione storica che ricerca le fonti inedite. Per quelle edite, il problema non si pone perché sono facilmente accessibili.

Una questione molto delicata è quella dei fenomeni mistici. Ne «La santità dimostrabile», lei afferma che possono spesso rallentare il percorso di una Causa. Se nel corso delle indagini si appura che i fenomeni erano artificiosamente procurati, ma il candidato in questione ha avuto ugualmente una vita bella, può ugualmente essere riconosciuto santo?

Non può esserci vita bella dove mancava la verità, dove si è vissuto di menzogna e inganno. Tutto viene subito bloccato. Non è il fenomeno mistico che conta (i fenomeni mistici non servono per essere santi né per venire riconosciuti tali!). Non si diventa santi per i fenomeni mistici, ma per le virtù eroiche, soprattutto la carità. Se il fenomeno mistico venisse procurato artificiosamente e con inganno, è ovvio che non sussisterebbe nessuna virtù, nemmeno in grado minimale.

Io penso che in questo ci sia anche una grande prudenza della Chiesa, che in via ordinaria esige per esempio nella normativa che si aspettino cinque anni dalla morte di una persona per introdurre una Causa, ma non più di trenta.

Giovanni Paolo II e alcuni altri possono rappresentare delle eccezioni, ma la loro era una santità ampiamente riconosciuta già in vita. Non solo, ma erano anche figure molto note, che godevano di una rilevanza pubblica. La Chiesa chiede di attendere cinque anni per non confondere l’emozione o la gratitudine del momento con la fama di santità; non più di trent’anni perché potrebbero scomparire testimoni di cose scomode, persone contrarie. Poi può essere che ci siano delle Cause storiche nella Chiesa, cioè Cause dove mancano i testimoni oculari e si procede sulle sole fonti documentali. Immaginiamo una persona morta agli inizi di un regime totalitario durato poi svariati decenni (ho in mente alcuni casi legati al regime comunista): e in tempo di persecuzione, con la Chiesa sofferente e i pastori e i loro fedeli dispersi, come seguire una Causa? Allora si dovrà sempre giustificare in modo convincente le ragioni del ritardo. Va anche detto, però, che se le figure sono belle, c’è come tutta un’attività che viene fatta in sordina: c’è una conservazione degli scritti; vengono rilasciate testimonianze ufficiose poi recepite dai tribunali… E la memoria grata di queste figure è coltivata in modo silenzioso, ma spesso eroico dalle comunità cristiane.

Per tornare ai fenomeni mistici…

Nella vulgata talvolta si ritiene che, quanti più presunti fenomeni mistici una persona abbia, tanto più sia santa, ma non è così. Un presunto fenomeno mistico può avere molte cause. Il parere dei teologi e di altri esperti diventa fondamentale. La Chiesa procede con i piedi di piombo nell’accertamento della verità di tali fenomeni che, se sono reali, vengono sempre e solo concessi da Dio per il bene della persona che li riceve e di quelle che la circondano.

«Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente», scrive papa Francesco nella Esortazione apostolica «Gaudete et exsultate». Quindi il popolo di Dio produce spontaneamente frutti di santità. Come mai alle volte succede che non ce ne accorgiamo subito? Come facciamo, mi conceda l’espressione, a fiutare il «buon profumo di Cristo» in queste persone?

Provo a rispondere con un esempio, che è quello (già accennato nella prima parte dell’intervista) di Chiara Corbella Petrillo, a Roma. Lei muore a ventotto anni. È legata ai Francescani, è andata a Medjugorje, ma senza essere vincolata strettamente a una realtà di Chiesa come laica, come mamma, come sposa; una vita molto semplice. Noi vediamo che in realtà già il giorno dei funerali il Cardinal Agostino Vallini, allora Cardinal Vicario del Papa per la Diocesi di Roma, la definisce «una seconda Gianna Beretta Molla». Poi il primo libro su Chiara, scritto da una coppia di amici, una cosa molto semplice che nasce come condivisione e testimonianza. Ebbene, la fama di santità di Chiara trova da subito ampia eco in Italia e in altri paesi. Stupore, gioia, esito inimmaginabile, che coglie di sorpresa, per primi, coloro che l’hanno conosciuta! Questo è importante: quando la fama è autentica c’è sempre sproporzione tra – uso un’espressione molto brutta, ma spero efficace – l’investimento di risorse e di energie nel far conoscere una determinata figura, e gli ampi esiti che ne conseguono. La vera fama è proprio un’opera dello Spirito Santo: noi, si fatica a star dietro a tutto il bello che accade!

Un’altra cosa molto bella è che, in presenza della vera santità, da una parte c’è un profilo di coerenza, dall’altra inesauribili sorprese. C’è sempre una ricchezza e questo è tipico dell’essere uniti a Cristo. San Giovanni della Croce dice che Gesù Cristo è come una miniera: più ci si addentra, più si scoprono filoni nuovi. E la santità, piena conformazione a Cristo, partecipa di tale dinamismo. Le cose vere non sono mai piatte, ripetitive, rigide: sono vive! Altre volte, invece, capita di fare discernimento (per introdurre eventualmente una Causa) su figure magari note per benemerenze ecclesiali, sociali… Però, a un certo punto – non è un’espressione tecnica, ma rende l’idea – ci si accorge di “girare in tondo”: si dicono sempre le stesse cose, si ricordano solo gli anniversari…: manca spontaneità, manca la creatività e l’imprevedibilità dello Spirito Santo, che soffia dove vuole. E poi i segni: una vera santità è sempre accompagnata dalle grazie che vengono attribuite all’intercessione di queste persone. La fama di segni aiuta a certificare l’autenticità della fama di santità. Dove si ricorda solo una benemerenza, la fama di segni tenderà sempre a mancare o a essere insoddisfacente. Se la santità è vera, le grazie invece piovono…

Anche se non sono materiali, ad esempio una pace nel cuore, un incoraggiamento che viene ripensando alle loro vite o a certe loro espressioni…

C’è come una grazia di fondo che è proprio l’esemplarità dei Santi: con la loro vita c’illuminano, ci guidano, c’ispirano. Poi invece, tra le grazie in senso stretto, rientrano grazie di guarigione o di scampato pericolo o di moltiplicazione, ecc.: inspiegabilità scientifica ed intercessione comprovabile concorrono a definire il miracolo.

Però sono tantissimi anche gli aiuti morali e spirituali: conversione del cuore, riunificazione delle famiglie, luci decisive sulla propria vocazione. Per certi versi, una guarigione spirituale è ancora più importante di una guarigione fisica, però le grazie di conversione morale e spirituale non possono essere fatte valere processualmente perché manca la certezza della loro definitività e perché si dovrebbe entrare nel foro interno della coscienza.

Poi ci sono anche i piccoli favori (ma quale favore è piccolo? Sempre l’agire di Dio è per il bene integrale dell’uomo!). Per esempio: «Ho pregato questo Servo di Dio e mio figlio ha trovato lavoro». Quindi molto è fama di segni, tutto è importante per la Causa, anche se non dispone dei requisiti tecnici per un processo sul miracolo. Questo è anche un messaggio bello, perché alcuni credono che o arriva il miracolo grandioso, oppure nulla serva. È falso: la piccola grazia, la piccola ma determinante pacificazione familiare, il posto di lavoro trovato, sono sempre rilevanti. Quindi la vera santità si riconosce anche dove fioriscono questi segni della vicinanza paterna di Dio.

Parlavamo di Chiara: so di quella ragazza, Mariachiara Mangiacavallo, che diceva di aver ritrovato la fede anche ripensando alla sua storia e ora a sua volta è un esempio. È un circolo virtuoso.

Forse si può dire questo: che dove c’è santità vera, cambiano i contesti. La santità produce effetti di bene, un santo tira l’altro. Se anche pensiamo alla storia della Chiesa, che è in fondo la storia della santità, i santi stanno sempre insieme, spesso, peraltro, intrecciando una componente maschile e una femminile. Pensiamo al Cinquecento: san Giovanni d’Avila, santa Teresa d’Avila e san Giovanni della Croce; poi sant’Ignazio di Loyola, san Francesco Saverio e san Pietro Favre. E tutti gli altri. I santi si incontrano, si riconoscono, si aiutano nel cammino della santità. Dove invece la santità è più apparente che reale, tale presunta santità isola la persona, la spegne, mancano la gioia, l’unità e la fecondità, la pace che fiorisce anche nelle inevitabili prove, incomprensioni e sofferenze della vita. Se manca il frutto dello Spirito Santo, siamo autorizzati e anzi esortati a dubitare.

Un altro punto che mi ha procurato dei dubbi è quello in cui lei sostiene che esistono gradi maggiori o minori di santità tra i Santi, dimostrati o nascosti che siano. Non dovrebbero essere tutti sullo stesso piano?

Santa Teresa di Lisieux parlava dei santi (non dei soli santi canonizzati!) come dei fiori di un giardino: ci sono le rose e i gigli sublimi, ma anche l’umile violetta o la piccola margheritina… Sempre Teresa poi, citando Padre Pichon, allora direttore spirituale delle carmelitane scalze di Lisieux, sosteneva: «Tra le anime intercorrono ancora più differenze che tra i volti». Infatti, possiamo trovare delle persone-sosia, ma non troveremo mai delle anime-sosia. Familiarità e assonanza sì, mai copie o ripetizioni.

Ecco allora che, tra persona e persona, tra santo e santo (che si parli dei santi riconosciuti dalla Chiesa o di quanti sperimentano la piena comunione con Dio) esistono differenze abissali. Naturalmente, noi non sappiamo quali siano le reali differenze; lo sa Dio. E in cielo i beati si vedono nella verità di sé davanti a Lui.

Le Cause di canonizzazione, questo è importante precisarlo, dicono che qualcuno è santo; mai quanto è santo o se è più santo di un altro. Può essere che un’umile mamma di famiglia, per la quale non apriranno mai la Causa canonizzazione, sia santa come o più di un Dottore della Chiesa, davanti a Dio. Naturalmente, però, la santità riconosciuta dalla Chiesa esige specifici requisiti: virtù molto alte (per esempio) e una concreta rilevanza ecclesiale.

Ho poi alcune questioni di metodo da sottoporle. La prima: faccio bene, quando scrivo di martiri, a evitare espressioni di condanna contro i persecutori? Lei, nel suo secondo saggio, affronta anche il tema della valutazione del contesto persecutorio.

Noi possiamo e anzi dobbiamo dare un giudizio storico su determinati fenomeni, nell’esprimersi ci vuole una certa libertà di coscienza (a patto che sia una coscienza informata e non umorale!). Giudicare ciò che il persecutore rappresenta, si può e si deve fare: per esempio, la Chiesa ha sempre condannato le ideologie dei regimi totalitari, né si è certo astenuta dal giudicare con estremo rigore le motivazioni del loro agire anche in odium fidei. C’è un giudizio che può e talvolta deve essere anche molto severo.

Altra cosa è uno sguardo di intelligente sospensione del giudizio sulla persona che ha agito come persecutore: anche perché, nella coscienza del persecutore, comunque non si entra. C’è la libertà di quelle persone. Poi c’è Dio che «può trarre figli di Abramo anche dalle pietre» e che, con la sua Grazia, può illuminare persino i cuori più induriti. Gesù dall’alto della croce chiede al Padre di “perdonarli perché non sanno quello che fanno”: misericordia, perdono e speranza sono i veri atteggiamenti cristiani.

Né si deve dimenticare che, talvolta, il frutto del martirio è anche la conversione o almeno la riconciliazione del persecutore.

Un’altra domanda di metodo. Alle volte si sente dire: «Parte la Causa di Fratel Ettore: il 19 dicembre a Seveso l’Arcivescovo di Milano fa partire la Causa». Non mi sembra sia un termine corretto: una Causa parte, mi corregga se sbaglio, quando viene accettato il Supplice Libello (cioè la richiesta formale) dal vescovo competente…

Di per sé, la Causa viene accettata dal vescovo responsabile quando egli pubblica il relativo Editto. È anche chiaro, però, che c’è una pre-partenza della Causa quando l’attore (cioè chi è interessato a sostenerla, e agisce per il tramite di un postulatore) decide di assumerla. Quindi formalmente una Causa viene introdotta quando il vescovo accetta una richiesta, però prima c’è tutto un percorso di discernimento, sempre in comunione con la Chiesa.

Relativamente invece ai termini: “Causa” e “processo” di beatificazione e canonizzazione non sono sinonimi?

No, anche se spesso vengono confusi: una Causa è fatta da molti processi. La Causa è di beatificazione e di canonizzazione è un articolato iter di discernimento affidato alla sapienza della Chiesa I processi sono gli strumenti con cui la Causa viene trattata. Per esempio, ci sarà il processo o sulle virtù eroiche, o sul dono della vita, o sul martirio; poi ci saranno i processi sui miracoli.

E tra “inchiesta diocesana” e “processo diocesano”, invece?

L’inchiesta diocesana è il processo o sulle virtù, sull’oblatio vitae o sul martirio, o sul miracolo. In fase diocesana si raccolgo le prove. In fase romana le si valutano.

Per concludere, torniamo alla «Gaudete et exsultate». In che senso, secondo lei, può esistere una «classe media della santità»? Se siamo tutti chiamati alla santità, perché porre distinzioni?

Provo a rispondere con un’immagine presa da un commentatore di Adrienne von Speyr, Patrick Catry. Se noi pensiamo a una cattedrale – o al Duomo di Milano visto che ora siamo a Milano – vediamo la facciata, ma sappiamo che la chiesa si sviluppa verso l’interno. Possiamo pensare ai beati e ai santi canonizzati, o comunque alla santità dimostrata, come alla facciata della chiesa: sono i santi visibili, quelli che sono definiti tali dall’autorità della Chiesa e che si “vedono da lontano”.

Poi c’è l’interno della cattedrale, l’interno del Duomo, cioè la santità di cui parla papa Francesco nella «Gaudete et exsultate»: una santità che non viene magari riconosciuta tale dalla Chiesa, ma che non di meno è profondamente vissuta. È interessante, anche se può sembrare un po’ tecnico, che la santità ha due tipi di requisiti: requisiti definiti necessari e requisiti contingenti. Noi sappiamo che una cosa necessaria “è e non può non essere”. Quindi, cosa sono i requisiti necessari della santità? Le virtù, il martirio o il dono della vita. Santi sono coloro che, nell’umiltà del loro vivere quotidiano, sono uniti a Cristo e alla Chiesa dalla retta fede e vivono una generosa carità. Se una persona non ha vere virtù…

... viene giù la cattedrale!

La santità dimostrabile, richiesta per una Causa, esige però altri requisiti: la fama di santità (o di martirio, ecc.) e la fama di segni. Sono requisiti “contingenti” (che ci possono essere o no) perché non servono per essere santi: le nostre mamme, i nostri papà, consacrate umilissime o missionari in zone disperse, difficilmente godranno di questi requisiti contingenti. Però, per i santi che si vogliono canonizzare, anche i requisiti contingenti diventano necessari: serve la fama, come abbiamo visto. Cioè, tali requisiti non servono per essere santi (ovvero realmente uniti a Dio), ma per essere proclamati tali dalla Chiesa.

Ebbene, generazione per generazione, Dio stesso permette che, tra i molti santi, per lo più nascosti allo sguardo umano, alcuni godano di maggior rilevanza, e sono i santi oggetto delle Cause. Questa santità non viene riconosciuta solo o tanto a titolo di merito loro, ma per dare gloria a Dio e aiutare chi ancora è in statu viae, la Chiesa militante. È molto bello precisare che il vero fine delle Cause è la gloria di Dio e il bene delle anime. Magari leggere la vita di un santo mi aiuta a convertire lo sguardo e convertire il cuore in una particolare situazione di vita. Quindi loro aiutano noi, potremmo dire. La cosa splendida della «Gaudete et exsultate» è che ricorda che la santità che conta non è la santità canonizzata dalla Chiesa, ma una vita buona, una vita bella, una vita di unione a Dio e di amore al prossimo: quello è importante. Poi, tra le migliaia e migliaia di persone che generazione per generazione vivono la santità, vivono unite a Dio e in comunione con il prossimo, solo alcune verranno scelte come esempi e come intercessori.

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24/05/2018
1809/2018
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