Politica

di Mario Adinolfi

Cosa accade realmente nel Popolo della Famiglia

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Devo ai nostri lettori una disamina il più possibile puntuale e fattuale di quello che è accaduto nel Popolo della Famiglia negli scorsi giorni, a partire dalle dimissioni del segretario nazionale Gianfranco Amato datate 28 giugno e comunicate tramite un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità, in assoluto il più antipatizzante nei confronti del PdF. Amato ha invitato a sostenere il “governo di tregua per i cattolici”, in particolare la componente leghista, dichiarando inutile il proseguimento dell’esperienza politica del Popolo della Famiglia. Poiché dalla campagna elettorale fino ai suo commenti post-elettorali datati 11 marzo 2018 aveva invece sostenuto il contrario, invitato alla “pazienza del contadino”, ricordato che per costruire cattedrali ci vogliono secoli, addirittura affermato che “chi vota Lega è immorale”, Amato stesso ha sentito la necessità di giustificarsi affermando genericamente che “il quadro politico è cambiato”.

L’articolo del 28 giugno ha suscitato molto sconcerto nel popolo pidieffino, il voltafaccia del “generale” è stato vissuto come un oltraggio grave allo sforzo di una comunità e in pochi hanno sentito la necessità di seguire Amato nel suo transumare verso Salvini. Nella settimana a seguire il gruppo che ha prodotto l’uscita di Amato, prevalentemente quello veronese dopo contatti diretti con il veronese ministro Lorenzo Fontana, ha tentato di attirare qualche consenso in più all’opzione cattoleghista ponendo una serie di questioni di democrazia interna al Popolo della Famiglia, che correttamente il nostro quotidiano oggi pubblica, nella versione “ostile con ultimatum” dei veronesi e nella versione più conciliante degli umbri.

A Claudio Iacono coordinatore umbro ho subito risposto personalmente assicurando la massima disponibilità ad affrontare tutti i nodi da lui posti, dirò tra poco come. A Andrea Cona che per conto di altri veronesi pone un ultimatum in cui si chiedono le dimissioni del sottoscritto e di Nicola Di Matteo, la cessione a loro della proprietà del simbolo e altre fantasiose pretese da compiere entro il 10 luglio, simpaticamente rispondo da qui che non si accettano lettere contenenti ultimatum. Qualche spiegazione in più però voglio fornirla, affinché i nostri lettori possano comprendere cosa sta realmente accadendo.

Il comparire improvvisamente sulla scena di una Lega salviniana data oltre il trenta per cento ha ovviamente prodotto l’inevitabile e italianissimo fenomeno della corsa sul carro del vincitore. La questione non riguarda evidentemente solo il PdF, abbiamo dato conto su questo giornale della vera e propria cannibalizzazione in corso di Fratelli d’Italia da parte della Lega, abbiamo raccontato la trasmigrazione ad esempio armi e bagagli del gruppo di Federico Iadicicco dalla Meloni a Salvini. Nel PdF il fascino di un ministro della Famiglia veronese come Lorenzo Fontana si è esercitato in particolare sul gruppo veronese. Così a Verona il 23 giugno scorso si sono riuniti Gianfranco Amato, il gruppo dei veronesi e una ventina di altri esponenti del PdF per decidere di incamminarsi verso la Lega. La riunione era stata anticipata prima delle amministrative in un articolo di Francesco Agnoli su Libertà e Persona, blog apertamente ostile al PdF, dunque l’idea è stata covata per qualche settimana.

La strategia leghista è chiara: crescere occupando anche lo spazio politico in cui di solito si muove un soggetto del cattolicesimo politico. Mettendo insieme Gandolfini, Pillon, le altre varie schegge che si sono mosse insieme a Iadicicco, altri esponenti cattolici di Fratelli d’Italia, l’obiettivo di Salvini è di prosciugare lo spazio a qualsiasi ruolo di un soggetto politico cristianamente ispirato a presidio dei principi non negoziabili. A chiacchiere, li difenderà lui. Pazienza se intanto il sottosegretario Spadafora va ai Gay Pride in rappresentanza del governo e se i grillini nei comuni legittimano le trascrizioni anagrafiche dei “figli” di lesbiche e dell’utero in affitto. L’obiettivo politico di occupare tutto lo spazio si può raggiungere, a patto che il Popolo della Famiglia che lo sta presidiando con i suoi 220mila voti venga annientato.

Fontana assegna ai suoi concittadini veronesi del PdF il compito di portare lo scalpo del Popolo della Famiglia. Si credeva che potesse bastare l’articolo di Amato, invece non è bastato, il PdF ancora lì. In tutta Italia ci si fida poco di un veronese che guida quella truppa ormai ex pidieffina, che ha fatto le ultime quattro campagne elettorali con quattro partiti diversi e che nel gennaio 2017 era ancora un esponente della lista di Flavio Tosi. Amato me lo presentò e io che vengo dipinto come un dittatore totalitario mi sono fidato e gli ho affidato tutto, sopendo il sospetto che chi ha tradito quattro volte tradirà anche la quinta e chi ha cambiato partito nel 2017 lo cambierà anche nel 2018.

Cosa è accaduto nel Popolo della Famiglia in questa settimana? Molto semplice. Alcuni nodi sono venuti al pettine. Alle elezioni del 4 marzo tutti i transfughi che oggi lamentano una gestione dittatoriale del movimento hanno chiesto e ottenuto capolisture e candidature di collegio, anche multiple. Credevano di diventare deputati o senatori al primo colpo. Non è accaduto, abbiamo preso lo 0.7% e abbiamo annunciato di voler compiere la “traversata del deserto”. Costa fatica, si fa in autonomia, l’approdo non è certo. Chi è rimasto frustrato nella sua ambizione personale se ne è andato e cerca riparo verso il nuovo padrone, quel Matteo Salvini che certamente gestisce molto democraticamente la Lega e non è per niente autoritario e tiene i bilanci sempre in ordine, solo che gli danno la caccia per 49 milioni di euro rubati. Vabbè, quisquilie.

Eppure non tutto il male viene per nuocere. La tenuta complessiva del Popolo della Famiglia dimostra che Lorenzo Fontana e i suoi nuovi amici veronesi dovranno impegnarsi molto di più per abbatterci. E che potremo andare verso la nostra festa settembrina di Camaldoli più leggeri, avendo sciolto le ambiguità. Chi resta nel PdF lo fa perché crede in un soggetto politico autonomo, distinto e distante da destra e sinistra, cristianamente ispirato, fondato programmaticamente sulla dottrina sociale della Chiesa e posto a presidio dei principi essenziali e dunque non negoziabili. A chi va verso la Lega, i nostri auguri, ma lì la difesa della vita e della famiglia si fa solo a chiacchiere, con gli slogan. Nel Decreto Dignità o nell’annunciata manovra di bilancio c’è mezzo euro per la famiglia? No, niente. Come al solito. Sui temi eticamente sensibili, poi, non ne parliamo: la musica la suonano i pentastellati e altro che “governo di tregua per i cattolici”.

Altro effetto benefico del voltafaccia improvviso ma annunciato di questi opportunisti, è un ripensamento complessivo della governance del Popolo della Famiglia. Ne discuteranno a settembre già prima di Camaldoli i 220 membri del coordinamento nazionale che, territorio per territorio in rappresentanza ognuno di mille elettori del PdF, proporranno le soluzioni più idonee per mettere in sicurezza il movimento in una logica di gestione collegiale ma ferma nella linea politica, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali: regionali d’autunno, europee di primavera.

Spero di aver fornito notizie, scena e retroscena utili a comprendere una settimana di qualche confusione nel Popolo della Famiglia, che considero fisiologica dopo risultati elettorali sorprendenti come quelli del 4 marzo scorso. Alle amministrative del 10 giugno abbiamo dimostrato capacità di tenuta e di crescita e continueremo su questa strada. Noi, davvero, con la pazienza del contadino, per il bene dell’Italia. Liberi e forti, come da cent’anni sono i cattolici impegnati in politica, anche in tempi difficili, anche davanti a nuovi potenti che (la storia recente ce lo insegna) sono spesso giganti dai piedi d’argilla.

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07/07/2018
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