Politica

di Mario Adinolfi

PERCHE’ IL PDF RIPARTE DA CAMALDOLI

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Da oggi e per i numeri a seguire pubblicheremo su La Croce il testo integrale di uno scritto fondamentale intitolato “Per la comunità cristiana. Principii dell’ordinamento sociale a cura di un gruppo di studiosi amici di Camaldoli”, diventato storicamente noto come Codice di Camaldoli, della cui riunione originaria cade nei prossimi giorni il settantacinquesimo anniversario. Per noi del Popolo della Famiglia questa rilettura è fondamentale, in vista della festa nazionale de La Croce che si terrà a settembre proprio all’eremo di Camaldoli ospiti dei monaci benedettini. Il PdF intende ripartire da Camaldoli, da quelle numerose proposizioni che all’inizio del codice lo incentrano sul ruolo della famiglia scrivendo, tra l’altro: “Nella concezione cristiana della famiglia, questa viene definita come istituzione naturale per la procreazione ed educazione della prole e come primo sussidio dato agli uomini per il perfezionamento del proprio essere”. Ma i cattolici italiani conoscono il Codice di Camaldoli? Lo hanno mai letto? Sanno quando è stato scritto? Hanno contezza di quanto sia stato fondamentale per la successiva scrittura della Costituzione italiana e per lo svilupparsi di un pensiero del cattolicesimo politico davvero egemone in quell’epoca? Probabilmente le risposte saranno molti “no”. La radice profonda della crisi del cattolicesimo politico in Italia risiede nel fatto che in pochissimi ne studiano la grandezza, proprio tra i cattolici, in pochissimi sanno quanta pazienza c’è voluta per costruire davvero in un secolo una cattedrale, dall’appello ai Liberi e Forti di don Luigi Sturzo, passando proprio per il Codice di Camaldoli e arrivando fino ai giorni nostri, al Popolo della Famiglia appunto. Sarà bene allora ricapitolare alcune brevi informazioni storiche sul Codice di Camaldoli, prima di ritrovarci tutti insieme su all’eremo.

Tre quarti di secolo fa, in un tempo davvero davvero difficile e se leggete le date seriamente coraggioso, cioè dal 18 al 24 luglio 1943, un gruppo di intellettuali (laici e religiosi) cattolici si riunì, presso il monastero benedettino di Camaldoli, sotto la guida di mons. Adriano Bernareggi, assistente ecclesiastico dei laureati dell’Azione Cattolica, con l’intento di confrontarsi e riflettere sulla dottrina sociale della Chiesa e sui problemi della società, sui rapporti tra individuo e stato, tra bene comune e libertà individuale.

Il progetto era quello di elaborare un testo di cultura sociale che aggiornasse il Codice di Malines, primo tentativo di dottrina sociale cattolica organica e “politica” fatto dall’Unione internazionale di studi sociali di Malines, in Belgio, nel 1927 a partire appunto dai contributi emersi nella settimana del seminario, al quale partecipò attivamente anche il venerabile prossimo beato Giorgio La Pira, vero e proprio animatore della riunione nell’eremo toscano. Secondo Norberto Bobbio, la Rerum Novarum e la Quadragesimo Anno, insieme al Codice di Malines, costituiscono il nucleo centrale dei testi base del cattolicesimo politico. Per la nascita della Democrazia cristiana, erede del Partito popolare italiano di don Luigi Sturzo, fondamentale è stata la conseguente elaborazione del Codice di Camaldoli. Basta leggere il testo per comprendere come sia “di rottura”, profondamente identitario, dunque capace di essere posto a radice del germogliare di un soggetto politico autonomo di chiara e non equivocabile ispirazione cristiana, esperienza anomala e innovative rispetto al panorama europeo e non solo.

Il 25 luglio 1943 e i successivi avvenimenti modificarono il piano di lavoro della riunione di Camaldoli, che prevedeva una ampia partecipazione; la stesura fu allora affidata a un nucleo ristretto di quindici persone guidate da Sergio Paronetto, Pasquale Saraceno, Ezio Vanoni, Giuseppe Capograssi, comprendente anche i giovanissimi Aldo Moro e Giulio Andreotti, che la completarono nel 1944; l’opera fu pubblicata nel 1944 e ha la seguente articolazione che necessita una nostra approfondita lettura per comprendere perché il PdF non può che ripartire da Camaldoli.

Enunciati

Vita civile

Origine della società civile

1. L’uomo è un essere essenzialmente socievole: le esigenze del suo spirito e i bisogni del suo corpo non possono essere soddisfatti che nella convivenza. Sennonché la convivenza familiare e la solidarietà dei gruppi intermedi sono insufficienti: perché l’essere umano abbia possibilità adeguate di vita e di sviluppo occorre che le famiglie si uniscano tra di loro a costituire la società civile. La quale perciò proviene direttamente dalla natura dell’uomo, remotamente da Dio che ha creato l’uomo socievole.

2. La società però non si può conservare ne sviluppare senza un principio cosciente e volitivo che ne precisi in concreto il fine e vi coordini le attività dei singoli: tale principio è la sovranità che si personifica nello Stato. Per cui lo Stato è pure una formazione dello spirito umano nel senso che mai sorgerebbe se l’uomo non fosse anche spirito, non è però una formazione arbitraria giacché l’uomo è determinante a trarlo all’esistenza da necessità imprescindibili di natura (S. Tomm. Politicorum I, 1).

Natura della società

3. La società non è una unità numerica o la semplice somma di individui che la compongono; è invece l’unione organica di uomini, famiglie e gruppi determinata dallo stesso fine, il bene comune e dall’effettiva convergenza delle volontà umane verso la sua attuazione, sotto la guida di un principio autoritario proprio.

4. La società organizzata a Stato non è neppure una unità naturale come sarebbe un organismo vivente; è invece una unità d’ordine: “unitas societatis civilis non est unitas naturalis sed ordinis” (S. Tomm. Eticorum I, 13); per cui i suoi componenti, gli esseri umani, conservano ciascuno una propria entitativa consistenza e rispettiva autonomia nell’operare.

5. La ragione per la quale l’uomo non può fungere soltanto da membro nell’organismo sociale è che egli, quale essere spirituale, è preordinato a un fine che trascende ogni umana istituzione, lo Stato compreso; e cioè preordinato a Dio: “homo non ordinatur ad communitatem politicam secundum se totum et secundum omnia sua.. sed totum quod homo est, et quod potest et habet ordinandum est ad Deum” (S. Tomm. I, II” XXI, 4, ad III). Per cui se risponde alla natura dell’uomo unirsi quale membro attivo nell’organismo sociale, risponde pure all’essenza della società non assorbire l’uomo fino ad annullarlo; ma la sua ragion d’essere sta nel creargli l’ambiente migliore per il suo perfezionamento integrale (Pio XI nella Mit brennender Sorge, 8).

Il fine e i doveri dello Stato

6. Fine dello Stato è la promozione del bene comune, cioè a cui possono partecipare tutti i cittadini in rispondenza alle loro attitudini e condizioni; bene che i singoli e le famiglie non sono in grado di attuare, giacché lo Stato non deve sostituirsi ai singoli e alle famiglie (Rer. Nov. 28); bene conforme alla natura dell’uomo, essere formato di corpo e di spirito e preordinato a Dio (Pio XI, Mit Brennender, 8).

Ma una direttiva generale (di giustizia sociale) deve essere sempre la protezione e l’elevazione delle classi meno dotate, salvi – ben inteso, i rapporti di giustizia distributiva e commutativa.

Nota: Bene comune = “quelle esterne condizioni le quali sono necessarie all’insieme dei cittadini per lo sviluppo della loro qualità e dei loro uffici, della loro vita materiale, intellettuale e religiosa, in quanto da un lato le forze e le energie della famiglia e di altri organismi, a cui spetta una naturale precedenza, non bastano, dall’altro la volontà salvifica di Dio non abbia determinato nella Chiesa un’alta universale società a servizio della persona umana e dell’attuazione dei suoi fini religiosi” (Mess. Nat. 1942, n. 102).

7. In concreto lo Stato deve riconoscere e rispettare i diritti inalienabili della persona umana, della famiglia, dei gruppi minori, degli altri Stati, della Chiesa.

a) Persona umana. “Origine e scopo essenziale della vita sociale vuoi essere la conservazione, lo sviluppo e il perfezionamento della persona umana, aiutandola ad attuare rettamente le norme e i valori della religione e della cultura, segnati dal Creatore a ciascun uomo e a tutta l’umanità, sia nel suo insieme sia nelle sue naturali ramificazioni” (Mess. Nat. 1942, n. 98).

b) Famiglia. Lo Stato organizzando giuridicamente la vita civile deve non solo rispettare la famiglia, ma darvi riconoscimento come parte fondamentale costitutiva di esso; assisterla nell’affermazione e nello sviluppo della propria unità economica giuridica morale e spirituale (Mess. Nat. 1942, n. 124); fare di essa il centro di molta parte delle sue funzioni culturali, assistenziali, ecc.

e) Gruppi minori. Lo Stato deve rispettare e promuovere entro i limiti fissati dal bene comune il formarsi di gruppi e comunità minori quali corpi con ordinamento autonomo dotati di propria personalità e funzione nell’ambito della società civile.

Nota: Quadr. Anno: “Le cose si trovano ridotte a tal punto che abbattuta e quasi estinta l’antica ricca forma di vita sociale, svoltasi un tempo mediante un complesso di associazioni diverse, restano ora di fronte quasi soli gli individui e lo Stato. Nello Stato vengono a ricadere i pesi che quelle distrutte corporazioni non possono più portare… Perciò è necessario che l’autorità suprema dello Stato rimetta ad associazioni minori e inferiori il disbrigo degli affari e delle cure di minor momento, dalle quali essa del resto sarebbe più che mai distratta”.

Autorità e libertà

8. La sovranità statale proviene da Dio, il quale, creando l’uomo socievole, non può non volere che nella società vi siano gli indispensabili poteri sovrani; in ciò la ragione è confermata dalla Rivelazione: “Ogni uomo sia soggetto alle potestà superiori: perché non è potestà se non da Dio; e quelle che sono, sono da Dio ordinate” (S. Paolo, Rom, XII 1).

9. La sovranità statale non è illimitata; i suoi confini sono segnati dalla sua ragione di essere che è la promozione del bene comune. Oltre quei limiti, i suoi atti sono illegittimi e perciò privi di forza obbligatoria in ordine ai sudditi (Leone XIII, Sapientiae Christianae).

10. Derivando la sovranità da Dio, i sudditi sono tenuti a obbedire in coscienza ai poteri legittimi: “Per la qual cosa siate soggetti, come è necessario, non solo per timore dell’ira, ma anche per riguardo alla coscienza” (S. Paolo, Rom. XIII, 5). Ciò però non menoma la dignità personale del suddito, anzi la riafferma e la esalta, giacché ” obbedire a Dio è regnare”. In Dio pertanto la libertà genuina del suddito si concilia con la sovranità legittima del superiore e, nonché elidersi, l’una afferma l’altra.

11. Un’autorità la quale voglia provvedere direttamente a ciò che meglio può essere compiuto per opera individuale, familiare o di gruppi minori, usurpa compiti e diritti che non ha. Da ciò nasce il concetto e l’esigenza di una sana libertà, come autonomia in tutto ciò che promuove e non lede il bene comune.

12. Per alcuni diritti di libertà civica, in determinate circostanze, il bene comune può effettivamente richiedere limitazioni e rinunce.

13. Essendo il bene comune di persone, cioè di individui, di natura razionale ed essendo primi per esse i beni di natura spirituale, deve tenersi presente che condizione fondamentale per un perfezionamento intellettuale e morale è la possibilità di aderire spontaneamente alla verità e che merito morale v’è solo per l’azione coerente con la verità personalmente raggiunta. Le libertà delle coscienze sono quindi una esigenza da tutelare fino all’estremo limite della compatibilità col bene comune (enc. Non abbiamo bisogno. Pio, XI, 1931).

14. Qualora lo Stato emani una legge ingiusta, i sudditi non sono tenuti a obbedire, ma possono essere tenuti ad attuare quanto la legge dispone per motivi superiori. Se l’oggetto della legge è immorale, cioè lede la dignità umana o è in aperto confitto con la legge di Dio, ciascuno è obbligato in coscienza a non obbedire (Atti Ap. IV, 20).

La legge promulgata dall’autorità legittima si presume conforme a ragione.

(Puntata 1. - Continua)

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11/07/2018
1902/2019
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