Chiesa

di Lucia Scozzoli

Papa Francesco e la difesa del creato

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La difesa del creato è un tema molto caro a papa Francesco che però riscontra spesso una certa diffidenza da parte dei cosiddetti cattolici tradizionalisti, o, per meglio dire, coloro che conoscono le trappole della modernità con cui spesso buoni temi, zeppi di ottimi spunti e pie intenzioni, sono manipolati da ideologie che niente hanno di cristiano, a volte nemmeno di umano. Certo è facile effettuare una superficiale sovrapposizione tra il tema della tutela della natura come dono di Dio con l’ambientalismo, eppure ci sono alcune differenze sostanziali che è opportuno cogliere, non tanto per screditare ambientalisti e animalisti (cosa di per sé assai poco interessante nonché inutile), quanto piuttosto per poter cogliere l’autenticità del messaggio petrino e farne tesoro. Invece di addentrarci in sperequazioni filosofiche e teologiche, che non sono certo titolata a fare, preferisco invece parlarvi con le parole di un caro amico, Marco Rivalta, che lavora insieme al padre e ai fratelli nella bellissima fattoria didattica di famiglia, la fattoria Rivalta, nel forlivese, nella quale, oltre ad offrire percorsi per scuole e agriturismo culturale, coltiva 12 ettari di terreno a pesco, melo, vite, ortaggi, cereali con metodo biologico e alleva bovini da latte, suini, capre, pecore, asini e un pony. Nel cortile si trovano anatre, oche, faraone, polli, colombi, tacchini e conigli. Un paradiso di natura, dove si respira la competenza agronoma integrata ad un genuino amore per il creato, quello concreto, che passa attraverso la meraviglia per la bellezza della natura, ne sa godere con consapevolezza e sa insegnarlo agli altri con grande passione. Abbiamo dunque chiesto a Marco di parlarci dell’uso e abuso della chimica in agricoltura. «Sono passati venticinque anni da quella serata divulgativa organizzata da Coldiretti di Forlì, con l’intento di decolpevolizzare l’agricoltura da ogni accusa per l’eccessivo utilizzo di pesticidi chimici. Il salone del sindacato era pieno di centinaia di coltivatori contenti di essere finalmente compresi e non rimproverati per il loro lavoro. A sostenere le tesi buoniste era stato invitato il prof. oncologo Dino Amadori, che con l’aria di chi ha l’assoluto controllo su tutto, ribadiva l’estraneità dell’uso della chimica in agricoltura come possibile fattore/causa dello sviluppo di tumori sulla popolazione. Qualsiasi fitofarmaco veniva assolutamente definito come capace di degradarsi senza lasciare tracce preoccupanti. Io ero presente e molto perplesso su quello che si diceva, avevo da poco sostenuto la maturità con una tesi proprio su questo argomento: tutti gli studi ti spiegano come e in quanto tempo le molecole chimiche si degradano, ma nessuno valuta come queste possono con grande facilità comporsi con altre molecole e dare vita a composti chimici pericolosi. In agricoltura possono essere utilizzati migliaia di prodotti di varie case produttrici chiaramente in concorrenza e mai messi in precisa correlazionenei loro imprevedibili effetti di reazione reciproca. Non riuscii a resistere, feci la domanda al professore, proprio su questa tematica e lui mi guardò imbarazzato come se fossi un terribile guastafeste. Di fatto non mi fu data una risposta chiara. E anche oggi chiarezza non c’è, perché la chimica è stato il cavallo di battaglia dell’agricoltura moderna e non può essere messa in discussione, per nessun motivo. La situazione però ora ha superato la soglia di sopportazione: mentre per fortuna sono nate aziende dove si esclude l’uso della chimica (Bio), non si capisce perché l’utilizzo di fitofarmaci, concimi e diserbanti chimici sia aumentato, probabilmente forse perché la menzogna detta anni fa sta toccando il suo apice». Certo è forte l’impressione che l’agricoltura sia interpretata e vissuta come una lotta dell’uomo contro la natura cattiva che attenta alle belle colture, selezionate in laboratorio, piantate tutte in fila e irrorate da mille prodotti, non si avverte la contemplazione e il rispetto verso di essa. «Quando incontro ragazzi alla fattoria con uno sguardo curioso, li provoco dicendogli che quella curiosità verso il creato è un dono che va messo all’opera e che ti deve portare a scoprire che nulla è stato fatto a caso. Tutto è stato fatto da Lui per noi, e vivere nel creato con indifferenza o peggio ancora cercando di sfruttarlo a proprio vantaggio, ci porta verso la malvagità. Illudersi di vivere senza bisogno del Creatore non è una strada buona da seguire. Scoprire il creato e i suoi segreti invece ci porta a conoscere meglio Lui e a capire la grandiosità della sua opera. Ormai siamo arrivati al punto che non è più necessario coltivare, ossia non serve più la terra. Le piante vengono messe in strutture dove il clima è regolato artificialmente e le radici assorbono le sostanze nutrienti da componenti chimiche disciolte in vasche. È la nuova agricoltura che apre a prospettive inquietanti sull’assoluta dipendenza dalla chimica. Ma c’è chi lo crede un progresso… Già ora le potenze farmaceutiche hanno il monopolio di intere catene di produzione: dal seme alla raccolta. L’agricoltore non può neanche più autoprodursi i semi ma deve dipendere dalle ditte sementiere che ovviamente si fanno pagare molto bene. Le nuove varietà da loro proposte, poi, sono molto delicate e così è necessario un utilizzo sempre maggiore della chimica per curarle. Questa dipendenza può essere eliminata solo da un agricoltore che riveda il proprio modo di coltivare attraverso un’ottica diversa, slegata dai discorsi economici e di mercato, e che interpreti il proprio lavoro come quello di custode. Sì perché custodire per le generazioni a venire non è una cosa da poco, soprattutto se si parla di produzione di cibo». Quindi esiste un meccanismo di dipendenza dalla chimica che è stato volutamente innescato e per il quale ormai siamo convinti che per ogni problema o malattia delle piante ci debba essere una soluzione chimica, la quale è ovviamente nelle mani di pochi potenti, come i proprietari dei colossi Bayer e Monsanto, per fare due nomi di peso, che possono influenzare le sorti del mondo perché controllano indirettamente la produzione di una percentuale molto rilevante dell’agricoltura del pianeta. Ma senza la chimica, che armi abbiamo per rendere i nostri campi fruttuosi? «Occorre superare la superficialità e approfondire la conoscenza della natura. Non tutti sanno che dietro creature apparentemente un po’ particolari per l’aspetto, per non dire ripugnanti per molti, si nascondono fantastici alleati dell’ecosistema agrario: forbicine, mantidi, ragni, bisce, rospi ecc… A chi non verrebbe un po’ di paura nel veder scivolar via vicino ai piedi, mentre cammina, un bel biacco (biscia dal color nero) lungo più di un metro… ma questa creatura un po’ spaventosa in realtà mangia topi e arvicole (veri nemici per le nostre coltivazioni). Gli alleati nella lotta biologica sono spesso strani, ma sono meglio di quello che ti aspetti. Il nostro istinto ci porta sempre a percepire ciò che è sconosciuto come pericoloso. Succede così che, spesso, vengono scambiate creature “buone” per pericolose o addirittura dannose. Cosa veramente ci può far capire che a volte l’apparenza inganna? Lo studio approfondito, appassionato e continuativo del bene e del male. Quanta conoscenza serve per non cadere nella superficialità? La superficialità ci rende tutti più deboli e preda dei colti del mondo». E non si parla solo di agricoltura, mi pare… «Tutto il creato, compreso l’uomo, dovrebbe concorrere al Bene, cioè alla realizzazione di un progetto di Amore di Dio per tutti noi. Ma sembra così complicato da capire… Alla fine il nemico da combattere siamo purtroppo sempre noi stessi con la nostra indifferenza, che tende a non distinguere più cosa può nuocere dal resto, come se tutto fosse in realtà poi di facile gestione. Invece il creato è tremendamente delicato e complicato; tutto è un equilibrio che si può rovinare e rendere le cose come un inferno. Siamo troppo superficiali e la risolviamo sempre con quello che fa più comodo… Utilizzare diserbanti chimici, ad esempio, per eliminare le cosiddette malerbe è più facile, veloce e meno costoso dell’impiego di attrezzature meccaniche, ma non ha ovviamente gli stessi effetti sul terreno. L’utilizzo massiccio dei seccatutto ha ormai fatto sparire dai nostri terreni i lombrichi, che invece sarebbero stati fondamentali per ridare al suolo quella qualità di nutrienti di origine organica (il lombrico ha fantastiche capacità nel decomporre i substrati vegetali), ma a chi interessa questo? Il problema viene risolto con un bel concime chimico ben dosato e così si va avanti senza approfondire, senza uno studio appropriato di ciò che è bene o di ciò che è male per il campo. Il giorno in cui vinceremo la nostra superficialità a favore di un Bene per tutti, avremo finalmente scoperto anche ciò che è Vero; forse riusciremo anche a vivere diversamente, in un mondo che non è di proprietà dell’uomo, ma un dono che ci è affidato per compiere il percorso della vita come Lui ci chiede». Insomma, spesso la logica del profitto motiva l’atteggiamento assolutorio di chi dovrebbe supervisionare e controllare certe pratiche che violentano il creato, ma anche la superficialità con cui affrontiamo gli argomenti che riguardano l’uso e l’abuso del creato ci rende colpevoli, come anche la disattenzione verso il cibo che scegliamo di comprare: il bene comune passa inevitabilmente per la strettoia della fatica e della pazienza e la verità è figlia dell’approfondimento, in tutti gli ambiti.

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12/07/2018
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