Chiesa

di Giuseppe Brienza

La forza della parola dei vescovi toscani

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La Conferenza episcopale della Toscana ha appena pubblicato un documento firmato da tutti i presuli della regione nel cinquantenario della morte di Don Lorenzo Milani (1923-1967) e della pubblicazione della sua opera più conosciuta - ma meno felice - “Lettera a una professoressa” (1967). Tra i molti temi sui quali il sacerdote ed educatore fiorentino si è soffermato, infatti, c’è sicuramente quello dell’attenzione sul primato della comunicazione e sul valore della parola nel percorso di crescita civile e religiosa dei giovani. All’indomani della visita di Papa Francesco nel 50° anniversario della morte del priore di Barbiana (il Papa si è recato a pregare sulla tomba di don Milani il 20 giugno dello scorso anno), il documento “La forza della parola. Lettera su comunicazione e formazione a 50 anni dalla morte di don Lorenzo Milani” (EDB, Bologna 2018, pp. 88, € 4,50) è un importante appello a non dimenticare il lascito del sacerdote fiorentino nell’ambito del percorso educativo. Qui il ricorso alla parola e alla ricchezza del linguaggio costituiscono appunto alcuni dei principali strumenti che rendono possibile l’espressione della cultura e della comunicazione umana.

I 18 vescovi che hanno firmato la lettera, dal card. Giuseppe Betori, arcivescovo metropolita di Firenze all’abate benedettino di Monte Oliveto Maggiore Dom Diego Gualtiero Rosa, intendono prima di tutto rivolgere «un invito a cercare parole nuove – magari antiche, ma riscoperte nel loro senso più profondo e nascosto – che ci aiutino a illuminare il futuro verso il quale ci muoviamo». Il contributo di questi pastori vorrebbe essere persino provocatorio, per riuscire a spronare i protagonisti tanto della comunità ecclesiale quanto di quella civile «a un uso nuovamente coraggioso e libero della parola», e sia nei vari “pulpiti” nei quali sono chiamati a intervenire sia sui media e sulle cattedre d’insegnamento.

La lettera, appena pubblicata dalle Edizioni Dehoniane di Bologna, divisa in otto capitoli, si apre con tre «dediche» tutte particolarmente significative. La prima è tratta dal Vangelo di San Luca, ed è volta a ricordare il rapporto fra la “parola” di Cristo e la sua credibilità. «Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità», scrive l’evangelista-medico (cfr. Lc 4,32). La dedica è tratta da un testo di Don Milani che, in quattro parole fondamentali, sintetizza il suo pensiero sul valore liberante della parola: «La lingua fa eguali», tratta dal libro “Lettera a una professoressa”. Infine, l’ultima citazione è la lirica «Vola alta, parola», del poeta cattolico toscano Mario Luzi (1914-2005). Una sorta di “inno epigrafico” che, con la sua idealità eterea colpisce insieme l’obiettivo di evocare Assoluto, cultura e umanità nel percorso individuale di crescita personale e religiosa.

In definitiva, il documento dei Vescovi toscani appare opportuno e si fa leggere bene, se non altro anche per la sua stringatezza (non raggiunge nemmeno le ottanta pagine). In genere, possiamo dire che il suo maggior pregio consiste nelle varie citazioni selezionate, in primo luogo dal grande patrimonio di scritti di Don Milani. Emozionante per esempio è rileggere quanto che il “toscanaccio” Priore di Barbiana scriveva all’amico don Ezio Palombo sull’obbligo, per i preti, di «rendersi antipatici noiosi odiosi insopportabili a tutti quelli che non vogliono aprire gli occhi sulla luce». Un invito, diremmo oggi, “politicamente scorretto”, e scagliato verso tutti coloro che ipotizzano un unico linguaggio per la pastorale, quello “ecumenico”, tutta camomilla pace e “non divisività”. Chiari e ripetuti sono in effetti gli inviti rivolti in questo senso dai vescovi toscani. Inviti a «cercare parole nuove», a farlo con «coraggio» e «fantasia», a non farsi ingannare dalla «parola che distrae», a «non spegnere ogni scintilla che sprizzi», a «chiamare le cose con il loro nome», a «dominare le parole per capire il mondo», a «osare senza paura nuove forme espressive e nuove sintesi», a «non restare indifferenti al muro che l’ignoranza civile pone» e, infine, ad «assumere lo spirito libero dei grandi esploratori non spaventati dal mare aperto e dalle tempeste».

Rimane alla fine della lettura della lettera una importante responsabilità in capo a ciascuno di noi. Parlo in particolare a chi opera nel mondo dell’informazione e della formazione e, mi sia consentito, anche a chi collabora al o divulga il Magistero sociale della Chiesa. La responsabilità di cercare di risvegliare prima in noi, e poi nel cuore e nella testa di un popolo troppo spesso vittima e artefice a sua volta di «strategie di distrazione di massa» (su tutto veicolate sui social) il senso della Verità e della lotta per la Giustizia. Un tentativo da provare a fare con parole di amore e di fermezza insieme, evitando i toni predicatori, acidi e connotati da zelo amaro. Occorre ricorrere piuttosto ad una parola, come scrivono i Vescovi toscani, «che incanta, accarezza, guarisce», non una parola-clava, come tante volte ammonito da Papa Francesco. Un discorso cristiano e di verità che insomma ri-annunci, stimoli e sia “perforante” come scriveva Benedetto XVI, necessario specie per noi sempre connessi in un ambiente in cui domina la lamentela, la polemica a tutti costi e la battuta ad effetto. Un ambiente, quello internauta e mediatico, intriso di narcisismo, sensazionalismo e false verità. E per questo ben venga, nel testo della lettera “La forza della parola”, il rinnovato invito alla «pratica del silenzio», alla «purificazione del linguaggio», all’imparare a «pronunciare solo parole che nascono dal cuore, leggere e profonde, gentili e assorte, fragili e sincere, parole che fanno bene». Senza venir meno (anche con queste parole è possibile!), alla libertà e alla fortezza che ci chiede Papa Francesco. Quella di compiere, cioè, sempre azioni e scelte libere da «condizionamenti di scuderie, consorterie o egemonie», dotandoci piuttosto di “parresia” che, in greco, significa “libertà di dire tutto”. Don Milani ne è stato sicuramente dotato. E ne ha pagato le conseguenze. Ma oggi (anche nella Chiesa) continuiamo a parlare di lui…

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23/07/2018
2108/2018
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