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Società

di Emiliano Fumaneri

Sul tema delle armi

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Il 18 luglio è cominciato in Commissione Giustizia al Senato l’iter per riformare la normativa sulla legittima difesa. In tutto ci sono cinque disegni di legge (uno della Lega, due di Forza Italia, uno di Fratelli d’Italia e uno di iniziativa popolare) che hanno nel presidente della commissione, il leghista Andrea Ostellari, lo stesso relatore. Tutti i ddl mirano allo stesso obiettivo: allargare le maglie della legittima difesa regolata dall’articolo 52 del codice penale (già modificato peraltro nel 2006 dal ministro leghista Roberto Castelli).

È scoppiata una polemica aspra quando Repubblica ha riportato la notizia di un documento di otto punti, sottoscritto da Matteo Salvini in campagna elettorale, col quale l’attuale vicepremier e ministro degli Interni si impegna pubblicamente a «coinvolgere e consultare il Comitato Direttiva 477 e le altre associazioni di comparto ogni qual volta siano in discussione provvedimenti che possano influire sul loro ambito di attività».

Ma quali realtà e soprattutto quali interessi rappresenta il Comitato Direttiva 477? Lo spiega al portale evangelico Riforma.it l’analista dell’OPAL (Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa) Giorgio Beretta. Il Comitato Direttiva 477 rappresenta per l’Italia l’equivalente della National Rifle Association (Nra), la potente lobby degli armaioli Usa. Questo comitato nasce inizialmente dall’unione di associazioni di appassionati d’armi con associazioni venatorie e di sportivi. A questi si sono poi affiancati i produttori di armi e le corrispondenti associazioni di categoria, a cominciare dalla Anpam (Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni Sportive e Civili), di cui fanno parte le principali industrie italiane di armi come la Beretta, la Tanfoglio, la Fiocchi.

Anche il Comitato Direttiva 477 lavora, come altri comitati, per fare pressioni sulla politica. Il primo marzo ha rilasciato un comunicato intitolato “4 marzo: la battaglia per i nostri Diritti si combatte nelle urne”. Il documento esordisce enfatizzando la Lega salviniana come il partito “gun-friendly” per eccellenza: «Sappiano gli armigeri italiani che, alla prova dei fatti, abbiamo dovuto riscontrare disponibilità e serietà da parte di un solo partito: la Lega».

Segue un elenco di politici votabili (tutti di centrodestra) e la classifica dei partiti stilata in base alla loro vicinanza ai “valori” degli armigeri italiani, in primis la riforma dell’istituto della legittima difesa. In testa naturalmente c’è la Lega, nuovamente esaltata come «il partito più sensibile ed attento, molto attivo e collaborativo anche in periodi lontani dalle elezioni. Il segretario Salvini si è impegnato a nome di tutto il partito in difesa dei detentori legali di armi».

In buona sostanza: anche il Comitato Direttiva 477, come altri comitati, ha un debole per il partito di Salvini. Ma deve avere argomenti e valori ben più forti di altri comitati, visto che la Lega – che ha messo in quarantena i temi etici del comparto famiglia & vita per governare coi pentastellati – considera invece la modifica delle norme sulla legittima difesa una delle priorità della sua azione di governo, tanto da averla inserita anche nel Contratto sottoscritto coi Cinque Stelle.

E così sono arrivati non uno, ma cinque disegni di legge per rimodulare il concetto di legittima difesa.

Allo stato attuale, se una persona che detiene legalmente un’arma compie un omicidio anche per legittima difesa, questa viene giudicata dal giudice in base al fatto se è stata aggredita, se c’era soprattutto una minaccia nei suoi confronti e, inoltre, se c’era proporzionalità tra l’aggressione e la difesa.

Perché si vuole togliere – o comunque limitare – il principio della proporzionalità nella legittima difesa? Giorgio Beretta (l’analista, non il patron della fabbrica di armi) ha un’idea piuttosto precisa al riguardo: «Togliendo questo criterio e introducendo la presunzione di innocenza e mantenendo questa legge sul porto d’armi, di fatto si spalanca la strada affinché qualsiasi persona prenda il porto d’armi e prenda in casa delle armi».

Diversi tipi di porto d’armi (ad esempio quelli per uso sportivo o per la caccia) sono già piuttosto facili da ottenere. È di immediata evidenza che lo stralcio del criterio di proporzionalità apre lucrose prospettive di mercato alle industrie di armi, andando ad alimentare un business già parecchio florido, senza una seria considerazione dei costi sociali collegati a una tale operazione.

L’Italia risulta essere il principale esportatore mondiale di “armi comuni” (pistole, carabine, fucili e relative munizioni), superando Stati Uniti e Germania nel periodo 2003-2015. L’export italiano copre il 15,9 per cento di tutto il commercio internazionale di armi leggere. Dai dati raccolti dal 1991 fino al 2015 emerge che l’Italia ha esportato armi comuni per un totale di quasi 7,5 miliardi di euro, con un andamento che, seppure altalenante, mostra una costante tendenza alla crescita. Nel quadriennio 2012-2015 i valori sono sempre stati superiori ai 350 milioni di euro. Nel 2016 poi è esploso l’export di rivoltelle e pistole, giunto alla cifra record di oltre 76 milioni di euro. I principali acquirenti sono gli Stati Uniti (40,5 milioni di euro), ma anche diversi paesi del Medio Oriente (con più di 17 milioni di euro, altra cifra record) e dell’America Latina.

A chi sottovaluta l’incidenza delle armi leggere nei conflitti (circa una settantina) che divampano nel mondo, ricordiamo alcuni dati: nei cosiddetti “conflitti dimenticati” che insanguinano il continente africano le armi leggere rappresentano le vere armi di distruzione di massa. Come nel genocidio del Darfur, con le famigerate milizie filogovernative janjaweed a imperversare a cavallo per decimare la popolazione. Oppure in Congo, dove la sovrabbondanza di armi leggere ha avuto un impatto devastante sulla popolazione.

Un altro dato che dovrebbe stare a cuore a chi si dice pro Life: nelle guerre moderne oltre il 90 per cento delle vittime sono civili. Per la metà si tratta di bambini, spesso trucidati con armi prodotte in Europa, Italia inclusa.

C’è anche da dire che l’export delle armi leggere è facilitato dallo sconcertante strabismo legislativo italiano che prevede due distinte regolamentazioni per le armi pesanti destinate a usi militari e per quelle leggere, con le seconde esentate dalle identificazioni e dalle limitazioni richieste alle prime dalla legge 185 (anche se di fatto aggirate da una modifica normativa fatta approvare dal governo Berlusconi, grande sponsor delle imprese belliche italiane, come del resto i governi di ogni colore, incluso quello del “tecnico” Monti).

In Italia l’industria delle armi leggere è rappresentata da una plurisecolare azienda lombarda: la Fabbrica d’armi Pietro Beretta Spa, detta più semplicemente Beretta. È una storia iniziata nel lontano 1526 a Gardone Val Trompia, a una ventina di chilometri da Brescia e a pochi passi dal lago d’Iseo. La stragrande maggioranza della sua produzione è destinata ai mercati esteri, primo fra tutti quello americano. Il patron Ugo Gussali Beretta, che tre anni fa ha ceduto il timone dell’azienda ai figli Franco e Pietro, ha sempre avuto ottimi rapporti col mondo repubblicano, in particolare con la famiglia Bush. Tanto che nel 2002 Silvio Berlusconi aveva pensato a lui per il delicato incarico di ambasciatore italiano negli Usa. Tuttavia, anche se lusingato, il capostipite della Beretta si era chiamato fuori.

Non è un mistero che la Beretta non abbia mai fatto mancare gli appoggi alla politica. Negli Usa sostiene la National Rifle Association, mentre in Italia, apprendiamo da “Armi, un affare di stato” dei giornalisti Duccio Facchini, Michele Sasso e Francesco Vignarca, ha «un feeling indiscutibile con il centrodestra». Ugo Gussali Beretta, che pure non apprezza particolarmente il secessionismo della Lega (un tema tuttavia scomparso dall’agenda leghista con l’ascesa di Salvini), ha però «sempre visto di buon occhio le riforme sulla legittima difesa volute dal Carroccio».

In generale, è universalmente noto che i rappresentanti dell’industria degli armamenti, colossi che in alcuni casi sopravanzano per fatturato il Pil di stati di media dimensione, sono in grado di esercitare forti pressioni sui propri governi. È un intreccio spesso opaco – per dire il meno – quello tra politica, finanza e industria delle armi, come mostrano gli scandali che hanno coinvolto negli ultimi anni i vertici della ex Finmeccanica (ora Leonardo Spa), la potente holding a partecipazione statale leader nel settore dell’industria bellica.

È un mondo che certo ha dei valori. Che però, con altrettanta certezza, non sono quelli evangelici. San Giovanni Paolo II nel 1999 (Messaggio per la XXXII Giornata mondiale della pace) ha ricordato con chiarezza le direttrici di una politica autenticamente pro-vita, che deve includere il «rigetto di ogni forma di violenza». Naturalmente, bisogna rigettare senza indugi la violenza dell’aborto e della manipolazione bioingegneristica. Ma anche, aggiungeva il Papa, «quella della povertà e della fame, che colpisce tanti esseri umani; quella dei conflitti armati; quella della diffusione criminale delle droghe e del traffico delle armi; quella degli sconsiderati danneggiamenti dell’ambiente naturale».

Per entrare nel merito delle proposte di abolizione della riforma della legittima difesa, la loro natura demagogica risulta evidente.

In primo luogo non c’è alcuna emergenza omicidi. In corso non c’è un assedio tale da richiedere l’autodifesa del cittadino. In meno di un secolo, il numero degli omicidi volontari in Italia è crollato, passando dai 3.195 del 1926 ai 400 del 2016.

Giorgio Beretta ha calcolato che nel 2017 ci sono stati 41 omicidi con armi legalmente detenute. Un dato più che doppio rispetto alle uccisioni per furti o rapine e quasi pari a quello degli omicidi mafiosi (48 nel 2016). A questi vanno aggiunti 64 suicidi, sempre con armi legalmente possedute. Se oggi c’è un’emergenza, fa osservare l’analista dell’Opal, non è quella delle uccisioni per le rapine o i furti, bensì per l’uso di armi detenute in maniera legale. Facilmente l’arma da fuoco si trasforma nella variabile impazzita che fa degenerare un litigio familiare (per esempio il marito che spara alla moglie e ai figli, al vicino di casa, a qualche persona molesta, ecc.).

C’è forse un’emergenza giudiziaria? Anche in questo caso, per nulla. Nel 2006 il governo Berlusconi, con il leghista Roberto Castelli alla Giustizia, ha modificato l’articolo del Codice in termini più vantaggiosi per chi spara. Il centrodestra mirava così arginare il fenomeno delle rapine nelle ville del Nordest, ma anche nelle gioiellerie, tabaccherie e stazioni di servizio. Da allora fioccano le assoluzioni. Nessuno dei casi mediatici più recenti si è concluso con la condanna di chi si è difeso con le armi.

Il senso comune suggerisce che laddove circolano più armi si alza anche il rischio che queste armi vengano usate per attentare alla vita del prossimo. In Italia questo rapporto è ben raccontato nel manuale “Sociologia della devianza”, scritto da Marzio Barbagli assieme ad altri autori.

Scopriamo così che il criminologo svizzero Martin Killias ha confrontato i dati statistici dei diciotto paesi più ricchi del mondo per appurare se davvero esiste una relazione tra la disponibilità di armi da fuoco e il tasso di omicidi. In quasi la metà della case americane c’è un’arma da fuoco. Subito dopo seguono, a distanza, la Norvegia (con un terzo di famiglie in possesso di armi da fuoco), il Canada e la Svizzera (col 29 per cento). L’Italia si trova a metà classifica, col 16 per cento (corrispondente a circa tre milioni e mezzo di famiglie).

I risultati collimano con quanto suggerisce il buon senso: dove pistole e fucili circolano con facilità è più probabile che vengano usate contro qualcuno. La ricerca mostra che in questi casi le prime vittime sono le donne, spesso uccise in casa, dove si tengono le armi da fuoco. Ma in generale avere a disposizione fucili o pistole aumenta la probabilità che un’azione violenta si trasformi in un brutale omicidio. Diverse ricerche infatti mostrano che, nei conflitti violenti, l’aggressore spesso non parte con l’intenzione di assassinare una persona. Ma la presenza di una pistola in casa, come è facilmente intuibile, può fare la differenza. Basta poco per trasformare una lite furibonda in un delitto passionale.

Uno studio come il Global study on homicide, pubblicato nel 2013 dall’ufficio Onu contro le droghe e il crimine dimostra il ruolo giocato dalle armi da fuoco negli omicidi: a livello globale, quattro omicidi su dieci sono commessi con pistole e fucili. Ciò è particolarmente vero per il continente americano, dove due terzi degli omicidi sono perpetrati con armi da fuoco.

Un luogo comune smentito invece dalle ricerche è lo slogan secondo cui quando qualcuno ha deciso di togliersi di mezzo lo farà comunque, con qualunque mezzo. Se non può usare la pistola, si dice, si sposterà ad un altro mezzo per uccidersi.

Ma la teoria dello spostamento non tiene in conto che la scelta del mezzo suicidario dipende soprattutto dalla sua accessibilità. Se gli americani si uccidono spesso con la pistola e le donne delle campagne cinesi si avvelenano coi pesticidi è anche perché si tratta di mezzi facilmente accessibili.

In Gran Bretagna fino al 1960 ci si uccideva col gas. Per farla finita bastava lasciare aperti i rubinetti della propria abitazione. Il metodo del gas era popolare per ragioni di immediata comprensione. Il gas era disponibile in quasi ogni casa, chiunque sapeva come servirsene e, inoltre, uccidersi col gas richiedeva meno coraggio di altri mezzi (era indolore, incruento, non deturpava il volto). Ma alla fine degli anni ‘50 le cose cambiarono. Il gas da carbone venne lentamente sostituito – per ragioni di pura convenienza economica – dal gas naturale, molto meno tossico. Ebbene, il numero di suicidi col gas crollò dai 2.500 nel 1960 ai 50 nel 1975. Ci si sarebbe potuti aspettare uno spostamento verso altri mezzi, ossia che, non potendo più suicidarsi col gas, gli inglesi avrebbero usato di più altri mezzi. Ma ciò non avvenne se non in minima parte e anche il numero totale dei suicidi calò notevolmente: da 5.600 nel 1962 a 3.700 nel 1972.

Tutto questo mostra che il suicidio non è prodotto soltanto da una irresistibile spinta all’autodistruzione. E i Kirillov, grazie al cielo, sono assai rari… Per arrivare a commettere un suicidio è necessaria anche la disponibilità di mezzi facilmente accessibili e non troppo ripugnanti da usare. Lo sapeva bene Santa Teresa di Lisieux, che consigliava di non lasciare alla portata dei malati particolarmente sofferenti medicine velenose per uso esterno. Una misura preventiva di cui anche i governanti dovrebbero fare tesoro.

C’è da chiedersi allora come si possano indicare quali depositari di “forti valori cattolici” i partiti di riferimento delle lobby degli armaioli. E come possa farlo chi si presenta come pro Life. Come si può canonizzare la destra che specula sulle paure collettive e inneggia ai pistoleros all’americana, per i quali nel dubbio chi spara ha sempre ragione? In un paese come il nostro, poi: la terra delle fazioni e delle bande armate che ha già una sua tradizione di “autodifesa all’italiana”, ben diversa da quella a stelle e strisce ma per nulla rassicurante. In Italia non c’è il mito del pioniere solitario e della conquista della frontiera. C’è invece una solida tradizione di autodifesa di gruppo, di antagonismo in termini di contro-stato che conosciamo con nomi bene impressi nella coscienza collettiva: banditismo, brigantismo, mafia, camorra, squadrismo rosso o nero, terrorismo di destra o di sinistra, ecc. Una cultura, se così la vogliamo chiamare, che sarebbe bene lasciarsi alle spalle il prima possibile. Attenzione dunque perché qui si gioca, letteralmente, col fuoco.

Sono interrogativi che, come altri che abbiamo posto in questi anni, sono destinati a rimanere senza risposta, temiamo. Speriamo per una volta di essere smentiti.

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24/07/2018
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