Politica

di Paul Freeman

Le ragioni di un popolo che si è messo in cammino

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Il coordinatore dell’Associazione Culturale Cattolica Zammeru Maskil, proprietaria del sito ilcattolico.it discute ed intervista con il Presidente del Popolo della Famiglia.

Un lungo squarcio sulle motivazioni, le motivazioni e le bellezze del Popolo della Famiglia nel panorama culturale e politico dell’Italia

Paul Freeman: Gentile Mario Adinolfi ci può dire in maniera sintetica e chiara come è nato il Popolo della Famiglia? Ad opera di chi e come?

Mario Adinolfi: Il Popolo della Famiglia nasce a seguito della sconfitta subita dal movimento del Family Day sulla legge Cirinnà. Alcuni degli organizzatori degli eventi del Circo Massimo e di Piazza San Giovanni che ebbero luogo a gennaio 2016 e giugno 2015 diedero una spiegazione chiara di quella sconfitta: aver affidato la rappresentanza dei nostri interessi a politici cattolici eletti nel centrodestra che detenevano il ministero dell’Interno e quello della Famiglia. Facendo prevalere i vincoli coalizionali e di governo agli impegni presi con la mobilitazione delle famiglie. Quei politici votarono addirittura a favore della legge Cirinnà, come per la verità avevano votato a favore del divorzio breve prima e come avrebbero votato a favore del biotestamento dopo. Gianfranco Amato, Nicola Di Matteo e il sottoscritto (tre tra gli organizzatori più visibili dei due Family Day) convocarono per l’11 marzo 2016 al Palazzetto delle Carte Geografiche l’assemblea costituente di un soggetto politico autonomo, laico ma cristianamente ispirato e programmaticamente fondato sulla dottrina sociale della Chiesa, che si è chiamato Popolo della Famiglia. Trecento delegati da tutta Italia parteciparono alla fondazione del PdF ed elessero per il quadriennio successivo Amato segretario nazionale, Di Matteo coordinatore nazionale e il sottoscritto presidente, statutariamente depositario del simbolo. I trecento dell’11 marzo 2016 sono diventati i duecentoventimila del 4 marzo 2018, esordio assoluto del PdF alle elezioni politiche, in posizione autonoma e alternativa alle coalizioni esistenti, secondo la linea votata dagli iscritti in cinque successive assemblee nazionali del movimento. Oggi questo siamo: un movimento con duecentoventimila militanti (il voto al PdF può essere solo un voto militante, per una serie di fattori ostativi che vanno dal fuoco amico alla retorica del voto utile, passando per l’assenza di mezzi economici e per il silenziamento mediatico) composto dai figli dei figli dei figli di coloro che un secolo fa diedero il via al filone del cattolicesimo politico in Italia, fondando coraggiosamente il Partito popolare italiano prima e la Democrazia cristiana poi. Una secolare storia sempre segnata da estreme difficoltà di contesto storico e ambientale: don Luigi Sturzo fu mandato in esilio per vent’anni, Alcide De Gasperi arrestato con la moglie, Aldo Moro addirittura ucciso come molti altri dirigenti Dc (cito per tutti Vittorio Bachelet, Roberto Ruffilli, Michele Reina, Pino Amato, Piersanti Mattarella, Raffaele Delcogliano, Giuseppe Insalaco). Oggi alcuni dicono che il cattolicesimo politico non ha più diritto a un suo soggetto politico autonomo. Questo diritto ce l’hanno gli eredi della storia del comunismo, del fascismo, del secessionismo, del liberalismo, persino del pannellismo, ma i cattolici no, non devono osare più presentarsi alle elezioni, devono tornare a rifugiarsi in un generico ambito “pre-politico”, come ai tempi del non expedit. L’esperienza dei Family Day dimostra però che senza un soggetto politico che rappresenti pienamente gli interessi, ogni mobilitazione, anche la più straordinaria, diventa inefficace. Per questo è nato il Popolo della Famiglia: per rappresentare gli interessi di chi crede che la necessità di un soggetto politico autonomo, cristianamente ispirato, posto a presidio dei principi essenziali e perciò non negoziabili (vita, famiglia, libertà nella verità) sia più che evidente. Non solo il Popolo della Famiglia è necessario insomma, oggi è necessario più che mai e aggiungo un “purtroppo”. La verità è che io non avrei voluto trovarmi coinvolto di nuovo in un’esperienza di natura partitica, dopo quella molto deludente fatta come parlamentare del Pd. Credevo sinceramente che la mobilitazione dal basso di natura più sociale, quasi “sindacale”, potesse sortire gli effetti sperati. Quando riempimmo il Circo Massimo nel gennaio 2016 pensai davvero che eravamo diventati più forti della Cgil, potevamo rappresentare gli interessi di chi ancora crede nei principi non negoziabili prescindendo da un nostro soggetto politico. Quando Renzi, il cattolico Renzi, disse che anche se avessimo portato cinque milioni di persone in piazza lui la legge Cirinnà l’avrebbe varata lo stesso, perché lui aveva giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo, ho capito che, nella politica, che è misurazione dei rapporti di forza, non si poteva prescindere dall’organizzare faticosamente un soggetto politico capace di raccogliere consensi da far pesare nella dialettica tra forze. In quel marzo 2016 allora mi apprestai riluttante a farlo. Riluttante perché sapevo già quanto avrei pagato tutto questo in termini personali, senza riceverne alcun vantaggio, anzi dovendo subire molto sia dai nemici che dagli amici. Ma da allora ripeto sempre ai pidieffini e a me stesso una sola frase: se non l’avessimo fatto noi, non l’avrebbe fatto nessun altro, perché bisogna anche saperlo fare. E la storia del cattolicesimo politico in Italia si sarebbe esaurita con le elezioni del 4 marzo 2018, le prime che non hanno consentito la formazione di un gruppo parlamentare di esplicita ispirazione cristiana alla Camera o al Senato. Dopo cento anni di storia non poteva finire tutto così. Il Popolo della Famiglia ha raccolto il testimone: non ha eletto parlamentari, ma ha tenuto accesa la lampada, con essa la speranza.

Paul Freeman: Una cosa che notai, assieme ad altri, nella lettura della Costituzione più di 30 anni fa è la formulazione dell’art. 1 che fonda la Repubblica sul Lavoro. La composizione eterogenea della Costituente, il trovare un punto di incontro, avrà sicuramente influito. Anche per il codice di Camaldoli abbiamo una presentazione che privilegia, discorsivamente, lo Stato e poi la Famiglia. Sia per i padri Costituenti che i “padri” di Camaldoli sembra che parlare della Famiglia fosse argomento sostanzialmente non intaccato ed intaccabile dal punto di vista del suo essere Istituzione Naturale. La funzione ineludibile di questa Istituzione che ri-equilibria l’Istituzione Stato e la “significa” è chiarissima per il Magistero della Chiesa. Forse in tempi meno ideologici tale dimensione e la sua realistica ragionevolezza non meritava riflessioni critiche. Successivamente l’identificazione della Famiglia con la “famiglia-borghese” e la critica al “familismo” ha sicuramente avviato il processo di critica radical-progressista. In questo le correnti femminilistiche del primo ‘900, ferite da ineludibili accenti maschilistici della società dell’epoca, hanno trovato terreno fertile nel ’68 per gettare via il “bambino con l’acqua sporca” entrando in un tunnel al ribasso ed oscuro tutt’altro che aperto al progresso. Se volessimo definire in maniera sintetica il Popolo della Famiglia, entrare nel cuore delle sue fondamenta, come lo definiremmo visto che ha proprio la Famiglia nel nome e nel simbolo?

Mario Adinolfi: Il cuore del Popolo della Famiglia è la famiglia, il simbolo del Popolo della Famiglia è la famiglia, la ragion d’essere del Popolo della Famiglia è la famiglia. Non dobbiamo faticare a trovarne la definizione, perché è bella e scritta nella Costituzione repubblicana all’articolo 29: “Società naturale fondata sul matrimonio”. Il PdF, ancora, ha la sua mission al sostegno alla famiglia naturale: papà, mamma, figli. Abbiamo fatto pure un disegnino e l’abbiamo messo nel simbolo, affinché fosse tutto chiaro senza bisogno neanche di dover leggere il nostro nome. Vero, la Costituzione sarebbe stata più bella se all’articolo 1 avesse recitato: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla famiglia”. Sarebbe stata più bella e più vera. In Italia, nonostante tutte le leggi contro la famiglia, nonostante questa non goda di nessun sostegno, ancora oggi nel 2018 ventinove milioni di persone sono regolarmente unite in matrimonio, allevano quindici milioni di figli minorenni o maggiorenni non autosufficienti, sostengono quasi quattro milioni di disabili. L’Italia, ancora oggi, è questo: un reticolato composto da decine di milioni di nodi, ogni nodo è una famiglia. In Gran Bretagna qualche settimana fa il premier Theresa May ha dovuto istituire il ministero per la Solitudine. La nazione del melting pot dove la “tradizione familista” è stata presa a colpi d’accetta dall’individualismo tipico di marca anglosassone, si sono accorti che massacrando la famiglia come istituzione si finisce per ritrovarsi tutti soli.

Ecco, il Popolo della Famiglia esiste per evitare che tutto questo accada anche in Italia.

Noi vogliamo davvero rimettere al centro della discussione politica la famiglia, in termini etici e in termini di investimenti economici, si tratta della nostra assoluta priorità. La centralità della famiglia è peraltro il dato che caratterizza i soggetti del cattolicesimo politico italiano, dal Partito popolare di don Sturzo alla Democrazia cristiana di De Gasperi e Moro. Comunisti e post-comunisti hanno al centro hanno come parola chiave identificativa il lavoro, le destre hanno invece tradizionalmente scelto la nazione, i liberali sono fissati con l’individuo e alcuni con il capitale, i populisti contemporanei giocano con immigrazione e onestà. Per il cattolicesimo politico da cento anni il dato identificativo è l’impegno per la famiglia, tanto da essere diventato persino un cliché. Il Popolo della Famiglia si considera in continuità con questa tradizione politica e deve affrontare la sfida determinante su questo terreno: l’attacco alla cultura della vita, al rispetto della fragilità umana, ai diritti elementari dei più deboli, quelli che appunto solo la famiglia tutela e lo Stato neomalthusiano sognato da alcuni punta a smantellare. Per questo c’è più bisogno che mai del Popolo della Famiglia in questo frangente storico. Per dare l’assalto con l’aborto illimitato, l’eutanasia generalizzata, la trasformazione delle persone in cose con la pratica criminale dell’utero in affitto, devono prima riuscire a frantumare la “tradizione familista” in Italia. Devono rendere l’istituto del matrimonio sempre più fragile, il divorzio sempre più breve, teorizzare che tutto è famiglia affinché niente più lo sia, spiegare che la genitorialità può essere omo e derivante dalla locazione del corpo di una donna in stato di bisogno, da una transazione di tipo commerciale.

Il Popolo della Famiglia nasce per impedire tutto questo e per ribaltare il piano, facendo rinascere l’Italia dall’investimento etico e conseguentemente economico sulla famiglia naturale, secondo il dettato dell’articolo 29 della Costituzione repubblicana.

Paul Freeman: Il Popolo della Famiglia nasce come Popolo. Certo ci sono figure fondanti e leaders ma assume in sé tanti carismi, tante specificità che necessitano di orchestrazione. Faticosissima orchestrazione per avere terreno comune, obiettivi di piccolo respiro e di ampio respiro che siano comuni, condivisi. La cura di queste sensibilità non sempre è semplice perché nell’umano si presentano limiti e ferite, sia dei leaders che degli appartenenti e dei militanti. Certamente la Vita Fraterna e, per chi condivide il cammino di fede, l’orazione, personale e comunitaria, sono due aspetti ineludibili per l’orchestrazione stessa. Ci può parlare di queste fatiche? Ci può aiutare a comprendere il delicato equilibrio nel non cadere ad essere un partito confessionale o da altra parte fatto da prassi solamente organizzative e pratiche?

Mario Adinolfi: La scelta dell’utilizzo della parola “popolo” per definirci, unica nella storia dei movimenti e dei partiti politici, è stata una scelta precisa e non casuale: in un tempo in cui alle elezioni nei simboli compare sempre il nome del leader (il 4 marzo si oscillava tra Salvini premier e Berlusconi presidente, con Meloni e Grasso, persino Bonino e Lorenzin con il loro nome stampato a caratteri cubitali nel simbolo), credo si comprenda come questa loro scelta sia indicativa anche di una certa insicurezza di fondo. Ai tempi di De Gasperi e Togliatti, di Moro e Berlinguer e Almirante, quando la politica e i partiti avevano il rispetto sostanziale del popolo, i leader non avevano bisogno di stampare il loro nome per deturpare i simboli. Fino al 1994 nessuno lo ha mai fatto, poi nella cosiddetta seconda Repubblica lo hanno fatto tutti, persino Marco Pannella e Mario Monti. Perché? Perché non ci sono più partiti o movimenti, ma solo liste e listarelle personali al servizio di un leader-padrone. Il Movimento Cinque Stelle fino al 4 marzo 2018 ha avuto addirittura nel simbolo l’indirizzo web del sito di Beppe Grillo, solo per quelle elezioni politiche l’ha cancellato, quando morto Gianroberto Casaleggio il figlio Davide ha deciso di affidarsi a Luigi Di Maio.

Il Popolo della Famiglia funziona diversamente, è un vero reticolato popolare e se non ci fosse davvero questo “popolo” sarebbe incomprensibile come siamo riusciti, ad esempio, a raccogliere sempre decine di migliaia di firme certificate in ogni angolo del Paese.

Tutti ricordano la manfrina di Emma Bonino per avere una norma ad hoc che le consentisse di non raccogliere le firme per le elezioni politiche, affermando che per lei altrimenti sarebbe stato “impossibile” farlo. Una lista nominativa tutta e solo legata alla leadership, infatti, non può farlo: così è stato per la Lorenzin, per Salvini, per la Meloni, per Berlusconi, per Grasso e per il Pd renziano. Tutti costoro non hanno dovuto raccogliere le firme. Noi siamo stati costretti a farlo e abbiamo risposto con la nostra presenza popolare e territoriale, riuscendoci a presentare ovunque, dalle valli piemontesi alla Sicilia profonda, dai lembi orientali della Venezia Giulia fino alla punta estrema della Calabria. Questo significa essere popolo. Poi ci sono dei ruoli di leadership, assolutamente necessari in un movimento politico: i leader sono direttori d’orchestra, devono tirare fuori un suono armonizzato da materiali che sarebbero altrimenti pezzi di legno e di ottone. La gestione di un movimento politico nazionale che dal nulla, senza risorse economiche e copertura mediatica, deve affrontare cinque campagne elettorali in meno di due anni è attività di una complessità assoluta. L’infinità di questioni e dettagli che vanno curati, l’inevitabile sorgere di conflitti, le complessità burocratiche da affrontare, la formazione, l’organizzazione degli eventi politici nazionali e della miriade di eventi locali a cui si è chiamati a partecipare, sono il lavoro che attende i leader di un movimento politico. Va svolto, senza lamentarsi, in silenzio e cercando di compiere meno errori possibile. Ovviamente se ci si espone in un ruolo di leadership si diventa bersagli: nel caso di un movimento come il Popolo della Famiglia, si diventa bersagli del fuoco nemico (in particolare la comunità Lgbt, per la quale siamo il male assoluto e attaccati molto più delle destre tradizionali) e soprattutto del fuoco amico, di un movimento pro-life italiano purtroppo estremamente frammentato che dichiara di essere “pre-politico” ma in realtà si rifugia nel sostegno acritico ai partiti tradizionali, nell’illusione (più dichiarata che realmente meditata) di “contaminarli”.

Chi svolge ruoli di leadership in un movimento come il Popolo della Famiglia deve dunque attendersi un costante assalto che ha intenti demolitori, che viene quotidianamente apportato sul piano personale.

Nei momenti particolarmente intensi, l’assalto assume contorni paradossali e parossistici. I sostenitori e i candidati nelle liste guidate dal pluridivorziato e convivente non sposato Matteo Salvini, tanto per stare al caso personale, mi rimproveravano il mio divorzio di vent’anni fa. Ed era gente che in passato si era affidata a Silvio Berlusconi e lì basta il cognome, non serve elencare il curriculum “sentimentale”. Lo chiamavano “il federatore”, gli assegnarono un ruolo da nuovo Napoleone. Penso alle menti che hanno guidato ad esempio Alleanza Cattolica, prima di finire in età senile ad abbandonare la moglie per convivere con l’amante. Ecco, quando ti senti rimproverare le zoppie personali da questi “sciancati”, bisogna mantenere calma e lucidità. Per farlo il primo passaggio è rifugiarsi nel silenzio e nella preghiera. Pochi lo notano ma ci sono giornate intere in cui sparisco completamente dai “radar” pubblici. Non lo dichiaro, non lo proclamo. Semplicemente, lo faccio. Creo il necessario silenzio attorno a me. Poi ragiono sulle argomentazioni, anche le più malevole, portate dagli avversari. E in cuor mio li ringrazio, perché mi aiutano a prendere costante coscienza delle mie insufficienze, delle mie zoppie, dei miei errori. Poi nella preghiera si recupera il coraggio di andare avanti. Perché al leader alla fine è richiesto soprattutto questo: coraggio e direzione di marcia. Da solo, non me li saprei dare. Con l’aiuto di Dio e di un popolo affettuoso che mi sorreggono, sì.

Paul Freeman: Spinto da una datata locuzione del Santo Padre sulla presenza cattolica in politica scrissi personalmente diversi interventi dal 2015 al 2018, alcuni riportati anche su La Croce (Fondamenti e principi della presenza dei cattolici in politica) con cinque punti proposti che ora rimetto qui parzialmente e su cui Le chiedo una riflessione e, se ritiene, un impegno.

1 – Non basta ispirarsi al Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa. Occorre formarsi nella Dottrina Sociale della Chiesa per proporre nella realtà partitica una dimensione ravvivata dei fondamenti archetipici di cui abbiamo accennato.

2 – L’umiltà è fondamentale. Se altri fanno a gara per avere uno spazio noi dobbiamo fare una gara per dare spazio al vero, al bello e buono presente nel cuore dell’uomo per la costruzione del Bene Comune… perché altri possano avere spazio e servizio, con la logica della scopa. Un giorno ti usano ed un altro ti mettono dietro la porta dove nessuno ti vede.

3 – Il desiderata è che “Il Popolo della Famiglia” rimanga sempre più “movimento” che “partito” dando luogo a centri di formazione sia sulla Dottrina Sociale della Chiesa sia sulla Morale Naturale che possano illuminare la dimensione partitica ed operativa ma anche essere una primavera formativa per il Bene Comune della Polis. Questo aiuterebbe a conservare e tenere sempre viva la dimensione da “stato nascente”, per dirla con il linguaggio di Alberoni, che è stata consegnata.

4 – I credenti ne “Il Popolo della Famiglia” devono potere avere un cuore formativo di esercizi spirituali annuali. È vero che il movimento–partito non deve essere confessionale ma i credenti al suo interno devono poter eccitare, responsabilmente, la dimensione sociale e politica con una robusta vita mistica. Anche all’interno del movimento-partito. Perché mistica e politica sono spesso legate con profonda sinergia e feconda utilità… Questo in ordine non solo alla santificazione personale ma anche in ordine al Bene della Polis.

5 – Un invito ai pastori, ai Vescovi ed ai sacerdoti, loro collaboratori, che possano avere a cuore questo movimento-partito non come una costola ecclesiale ma come un luogo dove portare una luce ravvivante di Bene che forma e promuove il Bene Comune. Guai se la Chiesa forma un “partito cattolico” ma anche guai se disperde il seme di bene che germoglia nei laici, con sana autonomia, senza fornire formazione sui contenuti archetipici e sulla dimensione politica della Dottrina Sociale della Chiesa…

Mario Adinolfi: Sì, ricordo quegli scritti e ne abbiamo già parlato, non ho difficoltà ad assumere gli impegni necessari per tutti e cinque i punti, ricordando che il nostro movimento è consacrato al Cuore Immacolato di Maria fin dal suo principio, con la cerimonia di consacrazione tenuta a Santa Maria Maggiore a Roma nel maggio 2016. Certamente formazione politica e spirituale vanno di pari passo in un movimento come il nostro, che comunque è aperto anche a non credenti e a tutte le persone di buone volontà (mi è capitato di incontrare nel mio infinito tour in Italia molti soi-disants atei che hanno dichiarato di voler votare o aver votato per il Popolo della Famiglia). Mi interessa in particolare, in questa fase, l’ultimo punto, il rapporto con vescovi e pastori. Nello straordinario intervento tenuto da don Salvatore Vitiello alla Sala Umberto a febbraio e anche in quello di don Ottorino Baronio tenutosi alla nostra assemblea post-elettorale di aprile, due sacerdoti hanno ripetuto con nettezza che quando un popolo chiede ai suoi pastori di essere ascoltato, questi devono ascoltare.

Mi piace dire che il Popolo della Famiglia, quando è nato nel marzo 2016, era contornato da una speciale diffidenza che riguardava sacerdoti, consacrati e consacrate, gerarchie ecclesiastiche. In appena due anni di lavoro abbiamo convinto persino vescovi a firmare per la presentazione delle nostre liste, ho incontrato personalmente prelati di grande rilevanza gerarchica e tutto senza mai operare alcuna pressione. Semplicemente, ora vogliono conoscerci. Dopo il 4 marzo ancora di più, anche perché non esiste alcuna organizzazione di area cattolica capace di mobilitare 220mila persone in ogni angolo del paese. Questo popolo ha bisogno dei suoi pastori e, mi spingo a dire, i pastori hanno bisogno di questo popolo.

Papa Francesco ha con grande nettezza chiuso la stagione dei “vescovi-pilota” e Dio sa quanto lo ringrazio per questo. Ma di certo anche a livello dei vertici della Conferenza episcopale italiana ci si sta rendendo conto che l’assenza di un soggetto politico cristianamente ispirato che, affidato ai laici responsabili, sia frutto maturo e pieno del Concilio Vaticano II, è un vulnus per la Chiesa italiana stessa. Dopo un quarto di secolo trascorso nell’illusione di poter “fare da sé”, rappresentare cioè direttamente i propri interessi presso il potere politico, la Chiesa italiana si è resa conto che l’assenza di un soggetto politico che indichi una tensione unitiva per i cattolici produce di fatto l’irrilevanza dei cattolici in politica.

Si moltiplicano così i richiami anche del cardinale Bassetti nei suoi interventi pubblici a don Luigi Sturzo. Mi pare una indicazione di marcia importante. Certo, ricordo bene che il povero don Sturzo fu osteggiato in tutte le maniere dalla gerarchia ecclesiastica e ci mise tredici anni a passare dalla teorizzazione del soggetto politico avvenuta nel discorso di Caltagirone del 24 dicembre 1905 alla pratica realizzazione del Partito popolare italiano, concretizzatasi nell’appello ai liberi e forti del 18 gennaio 1919. Quando finalmente il Ppi nacque, sempre le gerarchie contribuirono a spaccarlo attorno alla questione della collaborazione con il fascismo (con Mussolini che chiamava don Luigi “il sinistro prete”) e furono le gerarchie a spedire don Luigi Sturzo nel 1924 in esilio per vent’anni, dopo averlo costretto a lasciare tutte le cariche nel Ppi da lui ideato e fondato. I popolari filofascisti si candidarono nel listone mussoliniano, nel 1925 il Partito popolare fu sciolto e nel 1927 anche Alcide De Gasperi fu arrestato con la moglie e condannato al carcere, perché c’erano da firmare i Patti Lateranensi.

Insomma, il rapporto tra politici cattolici e pastori è sempre complesso, qualche volta ho l’impressione che la gerarchia ecclesiastica italiana non comprenda fino in fondo la stagione tragica che stiamo vivendo, come la produzione di norme contro la vita e contro la famiglia stia devastando i costumi del nostro Paese, perché la legge fa costume. Credo che servirà un “assalto alla roba”, un attacco all’otto per mille o alle esenzioni Imu, per far mobilitare definitivamente la Chiesa italiana a favore di un soggetto politico cristianamente ispirato che tuteli anche i suoi concreti interessi. Potrebbe però essere troppo tardi.

Per ora in Cei si vagheggia di questo soggetto politico necessario. Ricordo che quando lavoravo ad Avvenire, ormai un quarto di secolo fa, mi facevano scrivere un articolo al giorno sulla nascita di un possibile e agognato “Grande Centro” che non sarebbe dispiaciuto al cardinale Ruini. Ma era una sorta di tela di Penelope, di mattina teorizzata nei miei articoli (finii anche citato nei libri di Natale di Bruno Vespa per la mia insistenza sull’argomento), di sera smontata da chi voleva nei palazzi ecclesiastici rappresentare direttamente i propri interessi confidando in Silvio Berlusconi. ll Grande Centro non si è mai fatto, in compenso il cattolicesimo politico si è sfaldato in mille sigle dopo il 1993, dopo la fine della Dc: prima Ppi e Ccd, poi Popolari, Cdu, Udc, Udeur, Ncd, Ap, fino a scomparire, fino a condannarsi all’irrilevanza.

Ora il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, evidenzia il rischio dell’irrilevanza dei cattolici nella politica italiana (rischio per la verità già pienamente realizzato) e evoca don Luigi Sturzo e un soggetto politico.

Ecco, desidero dire chiaramente, al Cardinal Bassetti, che il soggetto politico c’è già e se non si vuole finire, come negli Anni Venti, a dover orbitare attorno al salvinismo che mira addirittura a governare per un Trentennio (il Ventennio non gli basta), occorre davvero che i pastori ascoltino il Popolo della Famiglia e che siano dal Popolo della Famiglia ascoltati. Uno scambio fecondo ora è più che mai necessario e alla festa nazionale di Camaldoli dunque ho invitato più di un vescovo a partecipare ai lavori. Poi chiederò loro di portare in Cei l’esperienza compiuta in due giorni di incontro con il nostro popolo. Infine vorrò vedere il cardinale Bassetti per parlare direttamente con lui di quel che occorre fare. Sono stato già ricevuto da Bassetti a Perugia prima che diventasse presidente della Cei. Ora però è davvero necessario costruire una connessione tra il PdF ed ognuno dei 250 vescovi italiani che governano altrettante diocesi. I nostri pastori sappiano che i cattolici organizzati in politica ancora ci sono e sono organizzati, concretamente pronti ad affrontare nuove sfide, nel Popolo della Famiglia.

La lampada è ancora accesa, un secolo dopo, nonostante tutte le difficoltà. Ci sono 220mila persone che necessitano una guida spirituale più intensa e anche di respirare la fiducia dei pastori nel loro operato. Credo siamo prossimi all’apertura di una stagione del tutto nuova in questo senso.

Paul Freeman: Se nel paese non si torna a discutere sul “perché”, non per mero esercizio retorico ma per “significare” le scelte, si oscilla tra due opposti che celano il malgoverno: la olocrazia e l’oligarchia. Con terribili punti di contatto fra queste due correnti apparentemente distanti. Entrambe non fanno il bene della democrazia perché non la nutrono, non la informano, non la fanno crescere nell’ottica del Bene Comune. Entrambe le visioni hanno il veleno dell’individualismo ed una cattiva risposta al medesimo. E si apre al fazionismo in un continuo e mai finito alternarsi di giochi di forza dispendiosi. La fortunata ri-formulazione di Emiliano Fumaneri che parla di “popolarismo” Sturziano, piuttosto che di populismo, apre scenari necessari. Da altra parte la dimensione statalistica della politica e della cosa pubblica è radicalmente presente nel territorio nazionale. Nella Scuola, nella Salute, nei Comuni, le Regioni e le Provincie. Non parliamo nel trattare le questioni etiche e dei veri diritti, come la questione delle persone con disabilità che, come Lei sa, a me stanno particolarmente a cuore. Sembra che Ciriaco De Mita fece questo mea culpa: «La Dc ha un grande peccato. Il suo retroterra culturale è il popolarismo sturziano, ma la nostra gestione del potere è in contraddizione con questo insegnamento» e d’altronde il cardinale Oscar Andrés Bordíguez Maradiaga ricordando Sturzo citò: «La politica senza etica non è politica, ma sopraffazione, mentre l’economia senza etica è diseconomia e prima o poi è destinata a fallire».

Infine, per realismo e realismo cristiano, non si può non considerare che la “ferita originale” (Gn. 3,1ss), che non è pessimismo ma, appunto, realismo ed evidenza, tocca anche ogni prospettiva sociale e politica, persino quella insuperata come lo è, per certi versi, del popolarismo ed ovviamente la famiglia, come cellula primordiale originaria di ogni tessuto sociale. La coscienza disincantata della “ferita” anima la critica che la Chiesa, da sempre, e poi in maniera più strutturata con la Rerum Novarum, pone verso le “costruzioni” mondane e l’assolutismo che si pone in esse. Assolutismo che ha, a volte, carattere settario e dogmatico.

Insomma caro Adinolfi, la democrazia popolare è il sistema migliore che abbiamo ma necessita di formazione per rendere questa intima natura democratica feconda e trascendente. Necessita, inoltre, visto la ferita, anche di guarigione.

Le chiedo, dunque, di cosa c’è bisogno oggi in politica e che cosa può dare di unico ed ineludibile il PDF?

Mario Adinolfi: Questa è forse la domanda più semplice, in un tempo in cui davvero la politica è senza etica ed è dunque sopraffazione e guerra tra bande. L’unicità del Popolo della Famiglia sta nella definizione iniziale: soggetto politico autonomo di ispirazione cristiana, fondato sulla cornice programmatica della dottrina sociale della Chiesa, posto a presidio dei principi non negoziabili.

Ci sono altri movimenti politici che dicono di voler svolgere questo compito almeno in parte e certamente ogni partito politico ha la sua componente “catto”: i cattolici in Forza Italia, i cattodem, i cattoleghisti, la maggioranza dei cattolici praticanti (cioè che vanno a Messa tutte le domeniche) il 4 marzo 2018 ha votato M5S. Che spazio può esserci per il Popolo della Famiglia in questo panorama così affollato? Molto semplice: il PdF riporta concretamente la dimensione etica dentro la vicenda politica, è un movimento impregnato di tensione etica, afferma semplicemente che non c’è libertà senza verità.

Cosa significa questo in concreto? Guardiamo alla presente esperienza di governo, quello dell’intesa tra Lega e M5S. La Lega ha certamente proclamato in campagna elettorale l’adesione ai principi non negoziabili, il suo leader ha sventolato rosari durante i comizi, nel governo ha nominato un ministro della Famiglia che ha meritoriamente dichiarato che “le famiglie arcobaleno non esistono” ricordandosi che la Costituzione ha una definizione precisa di famiglia, che ho già sottolineato. A parole, tutto bene. Poi, si governa. Salvini detiene una capacità egemonica sul governo stesso, oltre a una grande forza parlamentare che ne porta in mano i destini. E noi ci ritroviamo con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio che va al Gay Pride sotto il Santuario della Madonna di Pompei reggendo lo striscione al fianco di Monica Cirinnà “in rappresentanza del governo”, con il decreto dignità che non mette un euro a favore della famiglia o della disabilità, con il ministro degli Interni che fa gli accordi con la lobby delle armi sulla riforma della legittima difesa, con il ministro della Salute che rigetta il parere del Comitato Superiore di Sanità che consiglio di bloccare la vendita della cannabis light, con la presidenza del Consiglio che invece non batte ciglio quando il Comitato di Bioetica della presidenza del Consiglio stessa suggerisce di somministrare direttamente e gratuitamente ai bambini la triptorelina, affermando che si può essere affetti da “disforia di genere” già a tre anni, per bloccarne la pubertà e prepararli all’operazione di cambio di sesso. Tutto questo in poche settimane di governo. Ecco, in cosa consiste l’unicità del Popolo della Famiglia? Se avessimo ottenuto già il 4 marzo poche centinaia di migliaia voti in più (e lavoreremo per ottenerli), le nostre decine di parlamentari eletti sarebbero stati determinanti probabilmente per la formazione di una maggioranza di governo. Con noi al governo basterebbe uno sguardo, un solo sguardo, per rendere evidente che tutte quelle porcherie contro l’etica e contro l’uomo non possono essere commesse, pena l’immediata caduta del governo stesso. Il PdF farebbe la differenza, noi siamo la differenza, all’intersezione tra etica e politica, perché per noi vengono prima i principi al cui presidio ci sia predisposti, di qualsiasi ruolo di potere. Per altri quei principi sono semplicemente parole, leggono triptorelina e non sanno neanche cos’è, non brucia sulla loro pelle vedere Spadafora insultare de facto la Madonna di Pompei, il rosario sventolato è una recita per accalappiare voti. E davvero a Salvini basterebbe uno sguardo per impedire le oscenità. Semplicemente, è disinteressato, quei principi sono per lui utili in campagna elettorale per raccogliere il voto cattolico, marginali nella pratica di governo. Per noi, tutto il contrario. Possiamo essere inefficaci nella nostra campagna elettorale, per i limiti intrinseci di questa fase iniziale della nostra storia, ma nella pratica di governo sapremmo essere determinanti e alla fine su questi temi egemonici. Forse anche per questo molti hanno paura dell’affermarsi del Popolo della Famiglia.

Paul Freeman: Rispetto ai tempi di profondo rinnovamento dei primi anni 40, passati 70 anni dal Codice di Camaldoli, e con tanta delusione e depauperamento profondo della politica e di ciò che è oggi la politica si rimane interdetti da proposte chiare e serenamente identitarie e si cerca più logiche diverse, di diaspora, che purtroppo fagocitano non poco la presenza cattolica rendendola ininfluente. Eppure la Chiesa, negli appelli del Pontefice e del Card. Bassetti, senza proporre modalità, senza indicare il “come”, spingono per un rinnovamento della politica e della coscienza del Bene Comune. Alla luce di quanto sin qui detto e tenendo conto di quanto Lei dice su La Croce Quotidiano : “Il PdF intende ripartire da Camaldoli, da quelle numerose proposizioni che all’inizio del codice lo incentrano sul ruolo della famiglia.. “, ci spieghi perché è importante l’imminente evento di Camaldoli.

Mario Adinolfi: I cattolici italiani hanno un problema con la loro storia: non la conoscono, non la studiano, forse in fondo non la amano, se ne vergognano un po’. Eppure in particolare la storia del cattolicesimo politico è davvero istruttiva e per certi versi esaltante. Padroneggiarne i dettagli serve anche a scrutare soluzioni possibili per l’oggi.

I cinquanta intellettuali cattolici che si ritrovarono all’eremo di Camaldoli il dal 18 al 24 luglio del 1943, che poi delegarono a quindici tra loro la redazione del Codice uscito nel 1944, corsero un rischio colossale. Erano in piena seconda guerra mondiale, il fascismo era ancora al potere ma traballante, l’Italia era un campo di macerie. Mi fa sorridere chi dice al Popolo della Famiglia che oggi è impossibile pensare a un soggetto politico di ispirazione cristiana, perché mancano le condizioni storiche: Sturzo immaginò il Ppi con il discorso di Caltagirone del 1905 quando vigeva il non expedit e ai cattolici era semplicemente vietata anche la sola partecipazione da elettori alle votazioni; a Camaldoli si posero le basi della Dc quando l’Italia era sotto le bombe e la costituzione di partiti politici era vietata. Insomma, per i cattolici in politica è sempre stata durissima immaginarsi in un soggetto autonomo e organizzarlo. Ma, con l’aiuto di Dio, lo hanno fatto ed è stato il bene dell’Italia. Il testo del Codice di Camaldoli è dimenticato, ma rileggerlo e attualizzarlo può essere davvero fonte di ispirazione per il Popolo della Famiglia e il suo futuro, per la questo la festa nazionale de La Croce quest’anno la teniamo in quell’eremo. Tra i quindici estensori di quel prezioso testo ci sono il ventiquattrenne Giulio Andreotti, il ventiseienne Aldo Moro, era un under 40 anche Giorgio La Pira.

Si incontrarono, immaginarono il futuro, lo misero per iscritto con una chiarezza disarmante pur nella lunghezza e complessità del testo, erano loro stessi il futuro. Credo che da Camaldoli anche noi usciremo con questa consapevolezza.

Paul Freeman: Come Lei be sa, come Associazione cattolica, abbiamo mobilitato discretamente una cordata di preghiera per l’evento di Camaldoli. San Giovanni Paolo II nel messaggio per la giornata mondiale della Pace del 2002 affermò chiaramente che “Non c’è giustizia senza pace e non pace senza perdono”; questo per ricordare che il mysterium iniquitatis (dentro e fuori di noi) non ha l’ultima parola sulle vicende umane e che il Perdono ricevuto da Dio è fonte di autenticità e di ricostruzione, solida, chiara, ferma. Magari in orizzonti che non si pensava. In vista dell’esperienza bella e rinnovante di Camaldoli cosa sente di dover dire in proposito sia agli amici che hanno fatto altre scelte nel cammino pro-life, sia ai militanti, agli amici ed ai simpatizzanti del Popolo della Famiglia?

Mario Adinolfi: C’è un piano intimo, personale, del tema del perdono in cui non voglio entrare. Guardo al dato pubblico e mi convinco che il movimento pro-life italiano può sopportare una scissione, ma non la frammentazione.

La scissione esiste tra chi considera necessario un soggetto politico autonomo posto a presidio dei principi non negoziabili e quindi deve misurarsi con la faticosa e ben organizzata ricerca del consenso elettorale, mentre altri dicono che si debba agire su un piano “pre-politico” di fatto sostenendo politicamente un preciso partito già strutturato che sta al governo.

Questa scissione è stata erroneamente descritta come uno scontro tra personalismi, in realtà ho sempre pensato che sia una legittima e forse inevitabile scissione tra posizioni entrambe legittime. Per questo non mi sono mai adoperato ad alimentare la divisione sul piano personale, anzi quando mi è capitato di incontrare il massimo rappresentante dell’altra posizione l’ho volentieri abbracciato, proprio per stare a significare che non ho alcun rancore di tipo personale.

Anche se il rappresentante dell’altra posizione, poi, ha fatto persino un comunicato stampa per via di quell’abbraccio dai suoi evidentemente considerato fonte di imbarazzo e questo credo faccia capire lo stato della situazione. Io, davvero, sul piano personale per mia costituzione, anche psicologica, sono incapace di portare rancore. Certo, trascinato in battaglia so prenderle come darle, ma davvero se qualche volta ho agito è stato solo per legittima difesa. Non è facile prendere ogni giorno qualche bastonata e non reagire mai. Ma la distinzione tra le due “fazioni” è a mio avviso non riducibile. L’ha vissuta Sturzo quando molti dei suoi popolari finirono per essere attratti dal fascismo montante e potente, l’ha vissuta De Gasperi nel suo dissidio profondo con Dossetti e con lo scontro che dovette avere persino con Pio XII per difendere l’unicità della Democrazia cristiana, il suo simbolo, la stessa esistenza in vita del partito. La politica è un territorio duro, composto inevitabilmente di conflitti e distinzioni. La frammentazione però no, la frammentazione ci ucciderà, ci renderà davvero totalmente irrilevanti, Mille sigle, sigline, siglette ci farebbero somigliare alla storia dei comunisti italiani, una volta grandi in un solo partito, ora presenti alle elezioni del 4 marzo 2018 con cinque simboli diversi, tre dei quali con la parola “comunista” e ovviamente non in grado di avvicinarsi allo sbarramento (tutti e tre sommati hanno preso meno voti del Popolo della Famiglia).

Se una dimensione personale deve essere ricercata fuori dall’inimicizia (e lo deve essere, altrimenti che cattolici saremmo) lo deve essere anche per questa ragione: scissi per una ragione profonda possiamo forse continuare a esistere, frammentati no.

Il Popolo della Famiglia ha comunque nel suo DNA una tensione unitiva. In un futuro che non vedo molto lontano saremo in grado di dimostrarci forza attrattiva e centripeta, dopo una stagione in cui si è tutti stati vittime di una energia centrifuga che ci ha spedito al confine con l’irrilevanza.

Ho cercato di tenere questa conversazione tutta fuori da una dimensione personale, lontana da quello che descrivono come il mio “caratteraccio”. In conclusione però un elemento personale voglio immetterlo. Pregherò anche io come voi affinché l’esperienza di Camaldoli sia un’esperienza bella e di rinnovamento. Pregherò per tutti i fratelli del movimento pro-life, qualsiasi siano le scelte che hanno compiuto, perché ho il cuore libero da ogni rancore e dunque non sarà una preghiera ipocrita. Spero di incontrarne molti nel cammino del Popolo della Famiglia, spero che il nostro realismo e la nostra concretezza, la nostra capacità organizzativa e la nostra tenacia, la nostra tensione etica e la nostra personale testimonianza siano tutti elementi attrattivi per procedere nella nostra traversata del deserto e aggiungere sempre più soldati alla nostra testuggine.

Maria protegga il nostro cammino, Cristo benedica il Popolo della Famiglia. Se così sarà, sarà dura ma ce la faremo, contro ogni condizione sfavorevole che dovesse profilarsi.

A noi la battaglia, a Dio la vittoria.

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27/07/2018
2310/2018
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