Società

di Lucia Scozzoli

VEGETALI TERMINABILI, ADESSO NEL REGNO UNITO I MEDICI SARANNO ANCHE GIUDICI

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Dal sito NHS inglese leggiamo:

«Uno stato vegetativo si ha quando una persona è sveglia ma non mostra segni di consapevolezza.

Una persona in stato vegetativo può aprire gli occhi, svegliarsi e addormentarsi ad intervalli regolari ed avere riflessi di base, come battere le palpebre quando viene spaventata da un forte rumore, o ritirare la mano quando è stretta con forza. È anche in grado di regolare il battito cardiaco e la respirazione senza assistenza.

Tuttavia, una persona in stato vegetativo non mostra alcuna risposta significativa, come seguire un oggetto con gli occhi o rispondere alle voci. Inoltre non mostra segni di provare emozioni.

Se una persona è in uno stato vegetativo per un lungo periodo, può essere considerata come:

• uno stato vegetativo continuo - quando sono trascorse più di quattro settimane;

• uno stato vegetativo permanente - quando sono trascorsi più di sei mesi se causato da una lesione cerebrale non traumatica, o più di 12 mesi se causato da una lesione cerebrale traumatica.

Se ad una persona viene diagnosticata uno stato vegetativo permanente, il recupero è estremamente improbabile ma non impossibile».

Dal sito del nostro ministero della salute leggiamo però anche:

«Studi recenti di neuroimaging funzionale e di neurofisiologia clinica mostrano che in alcuni di questi pazienti è possibile evocare risposte che testimoniano una residua possibilità, più o meno elementare, di percepire stimoli provenienti dall’ambiente con successiva analisi e discriminazione delle informazioni. Giova qui ricordare che allo stato attuale delle conoscenze, le precise basi anatomiche e fisiologiche della coscienza non sono conosciute, mentre sono sempre maggiori le evidenze che collocano alcune delle attività della coscienza anche in sedi del sistema nervoso centrale diverse dalla corteccia cerebrale (principale sede del danno nello stato vegetativo).

Non vi è certezza assoluta neanche sul fatto che il paziente in stato vegetativo non possa provare qualche forma di sofferenza».

Ma, si sa, il sistema sanitario inglese si ritiene al top nel mondo e quindi non ha perplessità sui giudizi medici tranchant formulati su malati in stato vegetativo. A sancirlo in modo definitivo è stata la Corte Suprema Inglese che ha decretato giusto ieri che non sarà più necessario richiedere l’autorizzazione alla Corte di Protezione per sospendere alimentazione e idratazione dei malati in stato vegetativo permanente, se il personale medico e la famiglia del malato saranno d’accordo.

Lady Black (in nomine omen) ha affermato che non esiste in tale procedura alcuna violazione della Convenzione sui diritti umani, e anzi essa va incontro alle esigenze delle famiglie, abbreviando la loro angosciosa attesa di avere il permesso da parte dei giudici di terminare il proprio congiunto: si stima che nel Regno Unito ci siano 24.000 persone in stato vegetativo persistente o in stato di minima coscienza (che non è la stessa cosa, ma si può facilmente camuffare la seconda categoria nella prima, soprattutto se medici e parenti sono concordi).

Oltre al motivo “umanitario”, non manchiamo di rilevare il movente economico: la Corte di protezione si è pronunciata negli ultimi 25 anni su una marea di casi, in processi che hanno richiesto mesi, a volte anni, costando alle autorità sanitarie circa £ 50.000 in spese legali per presentare ricorso (quando i giudici, probabilmente con più onestà dei medici, opponevano qualche dubbio di liceità).

Già adesso i medici possono sospendere ogni forma di trattamento salvavita, in accordo coi parenti, su persone in stato di minima coscienza o in stato vegetativo, come ad esempio smettere di fornire la dialisi a chi ne ha bisogno. Tuttavia la sospensione di alimentazione e idratazione, requisiti basilari per sopravvivere, non poteva essere applicata senza il benestare di un giudice, che decideva secondo il best interest del paziente. Questa eccezione era dovuta al seccante significato emotivo e psicologico che si attribuisce alla rimozione del sostentamento di una persona e, a causa di ciò, alcuni esperti hanno stimato che gli ospedali hanno speso un bel po’ di soldi ad occuparsi di persone in stato vegetativo (un paziente che resta in stato vegetativo 7 anni costa 1,15 milioni di sterline), per non imbarcarsi nella seccatura di chiamare in causa il tribunale, mentre avrebbero potuto sbarazzarsi in fretta dei malati irrecuperabili e liberare posti letto e risorse.

Il dott. Peter Saunders, direttore del gruppo “Care Not Killing”, ha detto di essere «molto preoccupato e deluso dalla sentenza della Corte Suprema» sulla cessazione delle cure per i pazienti vegetativi, i quali «stanno per essere effettivamente affamati e disidratati fino alla morte».

Ha affermato che è stato rimosso un «ulteriore strato» di protezione per i vulnerabili, e che «le preoccupazioni finanziarie sulla cura dei pazienti vegetativi potrebbero portare a prendere decisioni per le ragioni sbagliate».

Come per gli aborti, tanto più quelli tardivi, nei quali nessuno si preoccupa del dolore fetale, tanto è già stato deciso che quell’essere umano deve morire, così anche qui si sceglie di far uscire i malati in stato vegetativo dal genere umano, derubricando il loro lento omicidio per fame e sete ad atto pietoso verso i familiari, del tutto indifferenti alla sofferenza che si provoca, oltre che alla soppressione definitiva del vero fondamentale diritto alla vita che queste persone mantengono inalterato, per natura ontologica intrinseca.

Il movente economico - il risparmio di stato per una suddivisione più equa delle risorse - ha una luciferina logica, che depenna con nettezza e senza rimorsi i più deboli dall’elenco dei soggetti di diritto.

In Italia ci siamo indignati (o esaltati, comunque agitati) per il caso Englaro, che tutto sommato è rimasto un’eccezione nel panorama medico, ma in Inghilterra è già stato ampiamente metabolizzato il concetto che “vegetare” in un letto non sia più vita e che chi si trova in simili condizioni, al di là del suo effettivo stato di coscienza più o meno minima, vada terminato il più in fretta possibile. Per questo non interessano minimamente nemmeno gli studi che in molti stanno conducendo sul cervello, per captare segni di comunicazione mediante l’attivazione di diverse aree del cervello: il problema palese non è se questi malati hanno o no uno stato di coscienza, ma quale qualità della vita possono avere per il futuro. L’attacco è dunque diretto e palese alla disabilità, non c’entra nulla la libertà di disporre della propria vita in modo estremo, fino alla scelta di morire (la foglia di fico dell’autodeterminazione è definitivamente crollata in questa sentenza), né possiamo credere all’argomento pietoso verso il malato, visto che si decide di lasciar morire di fame e sete nell’indeterminazione circa la sua capacità di percepire dolore.

Tanto varrebbe concludere il passo sospeso e approvare l’eutanasia attiva: che questi condannati a morte abbiano diritto davvero alla pietà almeno nella morte. Ma che si dica, senza ipocrisie e nauseanti finti buonismi, che la società inglese sceglie, per motivi economici, di uccidere i suoi membri più deboli, perché i conti valgono più delle persone. Non cittadini, bensì schiavi dello stato, padrone della loro vita.

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31/07/2018
1610/2018
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