Storie

di Mario Adinolfi

101 VERBI - COSE FATTE E SUGGERIMENTI (2)

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35. SOGNARE UNA VITA A PARIGI

L’ho amata Parigi. L’ho amata perché ci ho vissuto. L’ho amata perché ci ho studiato e ho pure preso un diplomino alla Sorbonne, avec mention. Parigi è stata il mio primo approdo una volta deciso d’andar via giovanissimo di casa, con una lettera lasciata ai miei genitori mentre erano in vacanza, tornarono e si trovarono accanto al telefono quella spiegazione con poesia di Trilussa (queste so’ scappatelle che costano la pelle / lo so ma prima de mori’ vedo le stelle), non fu facile per loro. Ma io avevo la testa imbottita di idee, passioni, cose da dire. Papà mi voleva bravo studente di giurisprudenza alla Luiss, io un anno l’avevo pure fatto, tutti gli esami, voti brillanti, ma non faceva per me quella vita e lo sviluppo che ne sarebbe seguito. Dovevo sacrificare qualcosa al caos per veder nascere una stella danzante (è bella ma non è mia, è di Nietzsche). E caos fu e dolore per i miei poveri genitori e, per me, Parigi. Sognavo Place Vendome, in verità dormivo su un tavolaccio con materasso in gommapiuma senza bagno, cesso e docce in comune, alla Fondation Victor Lyon della città universitaria. Dieci franchi dormire, dieci franchi la mensa per uova o hambuger, se eri fortunato con le patatine. Campavo con le traduzioni, m’ero messo in testa di tradurre l’opera omnia di Samuel Beckett pubblicata dalle Editions de Minuit, non avevo un soldo ma ne possedevo tutti i volumi. La vita bohémienne in realtà è finita presto, c’era un altro letto-tavolaccio ad aspettarmi in via Traversari a Monteverde, da lì poi la Radio Vaticana e l’inizio di una carriera nel giornalismo. Non ho mai più dormito una sera a casa dei miei genitori, non sono mai veramente “tornato” da quell’inizio di vita sognata a Parigi. C’era un arabo che mi preparava una baguette con salsa di maionese stranamente arancione, steak haché e patatine in unico paninazzo zozzo ipercalorico. Sarò tornato mille volte a Parigi, mai più ritrovato. Era la mia petite madeleine.

36. ESSERE E NON SEMBRARE
C’è questa maledetta ossessione dell’apparire, che ho rifiutato fin da piccolo, ma che oggi è diventata malattia mentale raffigurata dall’esplosione della parola “selfie”: una foto che ti fai da solo (“self”, appunto) per rappresentare al mondo quanto sei figo e quanto gli altri dovrebbero invidiarti. Quindi sorridi anche se la tua vita è una merda, ti inquadri dall’alto perché così non si vede il grasso e il viso è sfinato, fai quella boccuccia nota come “boccuccia da selfie” specialmente femminile, di sfondo sempre qualche contesto invidiabile tipo mare cristallino tanto ci sono i filtri quindi può sembrare caraibico pure l’Adriatico sotto Rimini quando è pieno di alghe. Ci vuole tanta fatica per scegliere di essere e ormai tale scelta consiste nel ribaltare le regole dell’apparire. Io personalmente mi ci sono applicato: tutti ti vogliono ossessivamente magro? Io sono platealmente grasso. Bisogna usare il linguaggio del politically correct? Io lo scardino. Tutti obbligatoriamente gay friendly? Io “omofobo”. Ci si sposa in tight pure se sei un camionista di Montecompatri? Io in pantaloni della tuta, maglietta a righe rigorosamente orizzontali, panama e scarpe da ginnastica giallo fluorescente. Tutto per costringere a una riflessione che vada oltre le apparenze. Bisogna stare attenti anche al conformismo dell’anticonformismo e il rischio vero è che trasgredire i canoni imposti dalla società dell’apparire possa diventare un’altra divisa dell’apparire. Per questo bisogna concentrarsi ad essere e far coincidere sempre di più il proprio essere con il proprio voler essere. Chi vogliamo essere, insomma, ce lo chiediamo più? La domanda che più ci mette in crisi, l’ho sperimentata rivolgendola a molte persone, è: chi sei? Tendiamo a qualificarci con il nostro lavoro (“sono un giornalista”) o con le nostre relazioni (“sono il marito di Silvia”) o persino con la esoticità di un segno zodiacale (“sono un Leone”). In realtà per trovare l’essere bisogna andare alla radice: sono Mario, da sempre cerco e in parte trovo, amo e faccio figlie, scrivo e lotto, del tuo giudizio me ne fotto ma se vuoi parliamo. Scattami tu una foto, da solo non sono capace.

37. RESISTERE AGLI INSULTI SUI DIFETTI FISICI

Essere obesi. Problema. Mi rendo conto che nel tempo del politically correct che impedisce la battuta contro precise categorie protette, lo sfogo popolare finisca sui non protetti dai santuari dell’intellighenzia: dunque sul giornale di Marco Travaglio giustamente non troverete mai insulti contro un nero o un ebreo o un omosessuale, ma se si può mettere alla berlina un Brunetta per la statura certamente lo si farà. Contro l’obeso, lo sciancato, il nano, il “brutto” (penso alle cose terribili scritte contro la povera Sardoni del La7, forse la migliore giornalista televisiva che io abbia mai incontrato quanto a preparazione politica) tutto è consentito. La pagina buia della società dell’apparire, è l’odio verso chi non vi si piega, perché non vuole o perché non può. Per quanto mi riguarda non passerà giorno sui social senza che uno, dieci, mille (a seconda del grado di interesse suscitato dai miei post) non attacchi usando l’insulto nei riguardi del difetto fisico. Ora, pensare che la cosa non mi ferisca è da stupidi: Giuliano Ferrara dice che ogni volta che ti gridano “ciccione” vuoi sparare o sparire. Non resti indifferente. Prova a farlo sembrare, ma ancora una volta è un comportamento dettato dalla società dell’apparenza. Per evitare conseguenze peggiori, devi apparire indifferente, la permalosità è un lusso che un difettato non può permettersi. Indubbiamente ci si fa una specie di callo, ma penso sempre alla liceale quindicenne che tende a ingrassare o che è davvero obesa, a quanto siano capaci di farla soffrire i commenti delle coetanee sempre tirate. Bisogna imparare a resistere agli insulti. Una lezione fondamentale, fin da piccoli. Perché questo è un tempo diventato spietato: guai a dare un calcio a un cane, ma nessun problema se spingi un’adolescente al suicidio perché è grassa. Insegnare a resistere è il primo dovere di un genitore.

38. CANTARE CON PAOLO CONTE O GLI U2
Mi piaceva molto andare ai concerti. Ho smesso, sono nell’età in cui non mi va più di stare nella calca. Gli ultimi due: a Torino con Livia a vedere gli U2, al Rex di Parigi con Silvia a vedere Paolo Conte. Finale con il botto insomma. Mi piaceva andare ai concerti perché mi piace fare il coro, cantare insieme al beniamino di turno: Mark Knopfler dei Dire Straits, Tony Hadley degli Spandau Ballet, Francesco Guccini, Vinicio Capossela, Francesco De Gregori, Fabrizio De André, Ligabue, Franco Battiato, Giorgio Gaber. Mi piace l’idea di essere stato corista pagante di tutti costoro. Mi piace quando Conte fa partire la sua Hemingway e trasformarmi nel barista che gli chiede: “Et alors, monsieur Hemingway, ça va mieux?”, oppure cantare a squarciagola che sì, ancora non ho trovato del tutto quel che vo cercando (I still haven’t found what I’m looking for). Nei tre minutini di ogni canzone suonata dal vivo c’è un potere liberatorio e per certi versi interrogatorio, alla fine devi spiegare a te stesso perché la sai a memoria Cirano di Guccini o Telegraph Road dei Dire Straits, cosa hanno rappresentato da essere così importanti, da conoscerne ogni parola. Hanno questo potere, le canzoni cantate in concerto tutti insieme: ognuno con il suo diverso motivo, ma davvero ciascuno con uno, leghiamo a quelle parole e quei soliti semplici accordi una memoria e una ragione, alla fine un’idea di noi stessi trasmessa da altri. Non è una magia da poco.

39. DISERTARE IL RICEVIMENTO REGALE A OSLO
Non sono a mio agio nelle occasioni ufficiali, quelle in cui ti bardi in giacca e cravatta. Ricordo che quando venni eletto deputato dopo la proclamazione salii al mio posto che peraltro era l’ultimo in alto e, credendomi al riparo, sotto al banco mi tolsi le scarpe. Subito arrivarono i commessi a redarguire i miei poveri piedi che volevano fare a meno di quei mocassini così stringenti. In questo esce la mia radice australiana, un popolo che vive scalzo sempre a ridosso di qualche spiaggia e in ufficio ci va in bermuda. Ricevuto al Quirinale o obbligato da qualche altra cerimonia di Stato, alla fine però ho sempre ottemperato ai miei doveri pubblici quando sono stati connessi al ruolo che svolgevo, per rispetto allo stesso. A una sola cosa ho sempre resistito: al rapporto con i monarchi. Ecco, i ricevimenti presso le teste coronate, tutte le chiacchiere che le contornano, persino i gossip più popolari o le annuali “nozze del secolo” di qualche principe, mi hanno provocato l’orticaria. Ai tempi in cui lavoravo come dirigente pubblico all’internazionalizzazione delle imprese italiane, in occasione di una fiera mondiale organizzata in Norvegia, avrei dovuto far parte di una delegazione in onore della quale il Harald V re di Norvegia aveva organizzato un ricevimento. Toccava mettersi pure il farfallino e io, letteralmente, fuggii. Non mi presentai al ricevimento, che peraltro poteva benissimo tenersi senza di me. Mi feci in compenso una splendida passeggiata al parco di Vigeland. Esperienza che consiglio, sculture impressionanti. Il resto di Oslo non vale granché.

40. ATTRAVERSARE IL CONFINE E TROVARSI A COLONIA
Ah, Sudamerica, Sudamerica, Sudamerica. Così canta Paolo Conte e io mi sono sempre sentito un po’ in quei posti “l’uomo che è venuto da lontano” della canzone (“ha la genialità di uno Schiaffino / ma religiosamente tocca il pane / e guarda le sue stelle uruguaiane”), in una sorta di contrappasso mentale da eterno migrante. In Uruguay dovete entrarci dalla porta ignota, non l’enorme Montevideo, non la ricca e modaiola Punta del Este: vi consiglio di farvi trovare sul fiume che fa da confine, il Rio della Plata, di là Buenos Aires. Di qua, Colonia del Sacramento, un cavolo di borgo portoghese del Seicento tenuto oggi nelle vie centrali come fosse allora. Nel 1742 gli indios Guaranì attaccarono lì i portoghesi (guerriglia che fa da sfondo al film Mission), ma delle vestigia storiche vi disinteresserete presto, basta sedersi in uno dei bar accanto alla Casa del Viceré e assaggiare una torta a tre strati al duche de leche, per cadere in un deliquio semimistisco dovuto probabilmente all’incipiente coma diabetico. Ecco, se mi chiedete cosa viene in mente pensando all’Uruguay, io vi dico che viene in mente l’aggettivo: dolce. Una nazione piccola, dimenticata, in fondo lontana e mentalmente lontanissima, dove però non ti sentirai mai straniero.

41. AMOREGGIARE IN PISCINA A TRIESTE E BUENOS AIRES
Posso eludere in 101 verbi il tema del sesso? Non posso e non voglio. Questa geniale invenzione di Dio per cui per riprodurci non è che si preme un tasto o si pianta per terra un dito, ma ci si ama perché presi da un istinto potentissimo e irrazionali, ci si compenetra fino a “essere una carne sola”, credo sia la prova più evidente dell’esistenza divina. Mi sono venuti in mente gli scoppi di passione avuto in piscina, all’hotel Sheraton di Buenos Aires o al Duchi d’Aosta di Trieste, perché ho letto articoli insistiti recenti su quanto faccia male farlo in piscina (rischio infezioni, dicono). E poi fa male farlo senza preservativo, ovviamente, mai contestare la nuova religione del “farlo protetti”, come se la determinante difesa dai mali sessuali non fosse la conoscenza profonda della persona con cui lo si fa, ma un esile paramento in lattice. Mah. Mai usato il preservativo, da decenni. Giusto un paio di volte da ragazzo ho ceduto a questo diktat, ai tempi in cui ti facevano vedere in tv il partner contornato di viola per via dell’Aids. Poi ho capito che erano tutte stupidaggini, che semplicemente il sesso può esplodere davvero come pura gioia solo nel compimento di un viaggio attorno alla persona. Mi stupiscono davvero quelli che non capiscono che aver puntato tutta l’educazione sessuale (anche a scuola, anche ai giovanissimi) sulla questione delle malattie sessualmente trasmissibili e sulle meccaniche per “proteggersi”, senza mai centrare la riflessione sul dono del rapporto pieno con una persona (e quant’è bello quando quella persona è unica), è il cuore degli errori formativi che affliggono la contemporaneità. Il sesso come gioia che non ha paragoni e si trasforma in piacere che obnubila, ha così evidentemente a che fare con Dio, ci avvicina così platealmente al suo atto creativo, che i corsi di educazione sessuale dovrebbero essere inseriti nell’ora di religione. Anche se poi si finirà per metterli al meglio in pratica in piscina a Buenos Aires e a Trieste (e non fa male, è bellissimo, davvero, ma quali infezioni…).

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04/09/2018
1511/2018
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