Società

di Mario Adinolfi

GENDER X, FOLLIE DA SUICIDIO

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Il primo elemento che ci viene assegnato e contribuisce a definire la nostra identità, di fatto la nostra prima consistenza basata su una verità evidente, è il sesso. Silvia come sapete è incinta e la prima cosa che le chiedono quando la incontrano è: “E’ maschio o femmina?”. Semplice, spontaneo, ovvio. Quando la piccola nascerà (è femmina) le guarderanno tra le gambe e confermeranno, scriveranno: data di nascita, sesso, nome della madre. Sono i tre elementi identificativi immediati di un essere umano, vengono persino prima del proprio nome che verrà solo poi. Dagli Stati Uniti, precisamente dal consiglio comunale di New York, arriva l’ultimo delirio all’americana di una società che sembra volersi consegnare tutta intera alla fragilità perenne dell’inconsistenza: i genitori potranno assegnare il “gender X” ai propri figli neonati, senza definirli maschio o femmina. Così, a capocchia. Di più, sulle carte d’identità newyorkesi ci si potrà definire maschio e femmina sempre a capocchia, senza più necessità di fornire prove mediche a sostegno della propria definizione. Su tutti, ma proprio tutti i giornali, troverete solo frasi esaltanti “l’inclusività” della decisione del consiglio comunale della Grande Mela. Non troverete manco mezza riga di dissenso, manco un dubbio. Solo dichiarazioni di giubilo della comunità Lgbt e delle associazioni transgender. Ovviamente non c’è un giornale che non riporti la notizia.

Assai minore pubblicità sui giornali ha avuto invece il recentissimo studio della American Academy of Pediatrics condotto su un numero enorme di adolescenti americani tra gli 11 e i 19 anni, addirittura 120.617. I risultati sono agghiaccianti. Il 50.8% dei ragazzi che si definiscono “transgender” ha tentato il suicidio prima dei vent’anni almeno una volta (la percentuale tra gli “straight” è un comunque allarmante 9.8%). Lo studio serve ovviamente alla solita associazione della lobby Lgbt, in questo caso si tratta della fondazione Hrc che fa parlare la sua direttrice Ellen Kahn, a battere cassa: “Queste statistiche mettono a nudo l’urgenza di costruire comunità accoglienti e sicure per i giovani LGBTQ, in particolare per i giovani transgender. Le scuole, i leader politici e le comunità non possono non prendere provvedimenti concreti per combattere questa epidemia”. Epidemia. Parola giusta.

Improvvisamente, dopo l’11 settembre 2001, negli Stati Uniti l’ideologia transgender si è sviluppata vorticosamente. Il contributo fondamentale è arrivato dalla presidenza Obama. Il primo presidente afroamericano è arrivato alla Casa Bianca nel 2008 con una piattaforma politica esplicitamente contraria al matrimonio omosessuale, ma la lobby ha agito prepotentemente e con il suo secondo mandato Obama ha virato diventato un sostenitore della piattaforma Lgbt, scelta politica culminata nel 2015 con la sentenza della Corte Suprema a favore del matrimonio gay, ora legale in tutti gli Stati Uniti. Nei quattordici anni in cui si è sviluppato questo percorso, si è scelto di puntare sui transgender come icone mediatiche dell’idea di “inclusività” adottata dalla cultura liberal americana e nel 2015 la rivista maschile GQ assegnava il premio “Donna dell’Anno” con relativa copertina a Bruce Jenner, un superman medaglia d’oro alle Olimpiadi di Montreal nel decathlon sposato tre volte e con sei figli, che all’improvviso si era trasformato tra gli applausi in donna, evitando ovviamente l’operazione ma facendosi chiamare Caitlyn Jenner, con tanto di reality show appositamente costruito per lui: giro d’affari di tutta l’operazione, dietro cui si cela il clan Kardashian a cui Jenner appartiene, quantificato in almeno cinquecento milioni di dollari. Nel frattempo il National Geographic, storica rivista oltre che canale televisivo americano, varava un’inchiesta da copertina e un programma tv intitolato Gender Revolution con le interviste a ottanta tra bambine e bambini (uno dei quali raffigurato proprio in copertina con posa e abito femminili) di cui venivano esaltate appunto le caratteristiche “transgender” e le “cure” a base di triptorelina (farmaco da duemila dollari a fiala) che servono a bloccare la pubertà dei bambini cui viene diagnosticata la “disforia di genere”. Con decisione del Comitato nazionale di bioetica del luglio scorso, non impugnata dal governo, la triptorelina è diventata prescrivibile anche in Italia.

Effetti di questa ondata mediatica favorevole alla cultura trans? Spuntano come funghi in tutto il mondo le cliniche per bambini e adolescenti “transgender”, eserciti di psicologi e medici sono asserviti a queste teorie che puntano ora a rimuovere la “identità transgender” dalla Internation Classification of Diseases, dopo essere riusciti nel giugno del 2018 a spostarla dalla classificazione delle malattie mentali. Resta una malattia, ma non della psiche. Abbastanza surreale. Ma funziona così quando i media ti fanno diventare qualcosa che va di moda. E ovviamente ora i casi di genitori che denunciano lo status di “disforia di genere” dei loro figli sono passati da poche decine a decine di migliaia all’anno. Il business è nato, servito e costruito da una lobby precisa e da un sistema mediatico asservito. Chi paga?

Pagano, ovviamente, questi ragazzi. Consegna gli undicenni all’inconsistenza per una ragione ideologica, nega loro persino il sesso come elemento identitario, adesso persino fai scrivere una bella X alla nascita e ovviamente ecco che più di uno su due entro i vent’anni avrà tentato il suicidio. Del tutto ovvio, inevitabile, conseguenza della follia degli adulti e delle loro bramosie di potere, di denaro, di sogno malato di autodeterminazione in cui l’essere umano finito e limitato vuole farsi Dio ri-definendosi anche in spregio alla più evidente delle verità. E allora andiamo a rileggerci bene i dati di quello studio, condotto su oltre 120mila adolescenti americani proprio nel 2015, cioè nell’anno in cui il trionfo omosessualista dell’ideologia transgender era sancito dalla sentenza della Corte Suprema e dalla copertina di GQ, quindi certo non si può parlare di una società omofoba o non “trans friendly”. Ebbene i dati sono chiarissimi: ha tentato il suicidio almeno una volta prima dei vent’anni il 50.8% delle ragazzine trans che vogliono diventare maschi; il 41.8% dei teenager che non vogliono definirsi né maschi né femmine; il 29.9% dei maschi che si atteggiano a femmine, mentre i maschi che si sentono maschi vedono la percentuale di adolescenti aspiranti suicidi calare al 9.8%.

La decisione del consiglio comunale di New York di consentire ai genitori per motivi evidentemente ideologici di inventarsi figli di “gender X” equivale ad aver deciso per quel sfortunato bambino la consegna al tentativo di suicidio entro i vent’anni, con probabilità superiore a uno su due. Follia pura. Ancora più idiota l’idea di poter definire all’anagrafe il proprio genere senza documentazione medica. Siamo al totale delirio. Poche ore in Italia è morto un ragazzo neanche quarantenne, si tratta del primo morto italiano per Fentanyl, un oppiaceo sintetico pesantissimo che genera un sonno profondo che rischia di far sprofondare nella morte. Si tratta di una droga che negli Stati Uniti gira da decenni, nota perché ha provocato la morte sia di Michael Jackson che di Prince, due personalità dotate di una straordinaria sensibilità artistica. Ma il sonno della ragione genera mostri, anche se incartato nella luccicante carta arcobalenata che gli statunitensi sono mediaticamente bravissimi a produrre. Difendiamo i nostri bambini dalla follia e spieghiamolo chiaramente a ogni nostro figlio che voglia giocare con le bambole e a ogni nostra figlia che abbia la passione sfrenata per il calcio: ma quale disforia di genere, ma quali farmaci bloccanti, ma quale triptorelina. Solo una fase, passerà. Nessun figlio, nessuna figlia merita una X sulla sua carta d’identità. Conta e vale solo la verità, la più evidente tra le verità e anche la prima, che al momento della nascita si verifica facilmente dando uno sguardo tra le gambe. Tutto il resto è gioco perverso di adulti (fatte salve le note e rare eccezioni, che però sono note e rare, non decine di migliaia di casi l’anno).

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14/09/2018
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