Politica

di Mario Adinolfi

Il disegno politico di Salvini

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Viaggio verso Varese per incontrare il locale circolo del PdF e ricordo che sto andando anche verso la culla della Lega, la città dove l’intuizione di Umberto Bossi e Roberto Maroni si trasformò nel 1987 nel primo parlamentare eletto, proprio nella circoscrizione Como-Varese-Sondrio grazie a una percentuale di voti inferiore allo 0.5% nazionale. Trentuno anni dopo, Matteo Salvini è a capo del primo partito politico italiano secondo tutti i sondaggi, con un disegno politico che troverà compimento alle elezioni europee del 26 maggio 2019: superare il 40% dei voti da solo, risultato centrato finora solo da Alcide De Gasperi con la Dc alle elezioni politiche del 1948 e da Matteo Renzi alla guida del Pd alle elezioni europee del 2014. Curiosamente sia De Gasperi che Renzi non sono sopravvissuti molto ai loro trionfi, il primo fisicamente (morì nel 1954 dopo aver “perso” le elezioni politiche successive del 1953) e il secondo politicamente (sconfitto pesantemente alle elezioni politiche del 2018). I politici devono sempre ricordarsi che la gloria non è imperitura, anzi per moltissimi è compagna fugace.

Salvini pensa che governerà “per un trentennio” e in effetti l’assenza di opposizioni oltre che la debolezza del suo alleato nell’esecutivo lo autorizza a queste rosee previsioni. In più è andato ad Arcore da Berlusconi per accertarsi che a Berlusconi interessa sempre e solo una cosa, cioè la sua “roba”, i tetti pubblicitari e quelle faccende lì, sul resto via libera a tutto a partire da Foa presidente della Rai che, poverino, è a bagnomaria a viale Mazzini da due mesi. Ora faranno il vertice in cui inviteranno anche la tapina Giorgia Meloni che, non avendo venti miliardi di euro di patrimonio personale oltre che tre reti televisive generaliste nazionali sarebbe interessata a sopravvivere politicamente, ma non sa che inventarsi visto che Salvini dice e fa le cose che direbbe e farebbe lei, solo che lei sta all’opposizione quindi siamo alla schizofrenia. In più Salvini le sta saccheggiando la classe dirigente locale, partendo dai più giovani e più dotati di pacchetti di voti, quindi alla Meloni resta solo da implorare pietà. Oppure cedere a quel Toti che le propone la lista unitaria alle europee nel partito satellite che orbiterà attorno al pianeta leghista, per stabilizzarsi ben oltre il 40% dei consensi.

Chiaro che se vuoi fare un rassemblement che prenda quasi un voto su due tra otto mesi, devi fare campagne che attirino consensi e silenziare qualsiasi tema divisivo. Perfetto l’attacco a migranti e rom, ci si può solo guadagnare. Perfetta la storia della legittima difesa, in più così si paga pure la cambiale ai produttori di armi. Splendido andare da Vespa e dire che si può andare in pensione a 62 anni. Meglio ancora andare dalla D’Urso e annunciare la riduzione delle tasse. Tutto perfetto. La strategia è chiara: fare il Partito della Nazione ed è paradossale che a costruirlo sia uno che fino a cinque anni fa era secessionista duro. Provò Renzi dopo le europee a fare il Partito della Nazione, ma si segò da solo i rami dell’albero su cui era seduto litigando con i cattolici sulla legge Cirinnà e con i sindacati abolendo l’articolo 18 con il Jobs Act, poi andò borioso al referendum del 4 dicembre 2016 dicendo che avrebbe lasciato la politica se avesse perso, perdette e restò, giusto per farsi seppellire da Banca Etruria e dal legame con la Boschi (e anche lei aveva detto che si sarebbe ritirata).

La mossa di Salvini è più ragionata e basata sugli errori di Renzi, già oggi i sondaggi danno la Lega ben oltre il 30%, ma se dovesse riuscire davvero ad abbassare di cinque anni di colpo l’età pensionabile e magari a dare una limatina alle tasse con in più un bel condono (pardon, va chiamato pace fiscale) la Lega volerà certamente oltre il 40% dei voti. Non c’è dubbio alcuno. Per questo il Capitano non tollera chi porta avanti argomenti “divisivi”. Fontana si è messo a parlare male dei gay e delle “famiglie arcobaleno”? Malissimo, “non fa parte del contratto di governo”. Pillon addirittura dà un’intervista in cui dice che vuole togliere alle donne il diritto di abortire? Ancora peggio, gli viene intimato di non farlo mai più e Pillon capisce bene chi gli ha dato i voti per la poltrona quindi pure se torturato in un’intervista radiofonica si rifiuta di dire di essere contrario all’aborto e piuttosto si fa cacciare dalla trasmissione affermando in maniera surreale che lui risponde solo a domande concordate. A Salvini non si disobbedisce: ha un disegno politico e non può permettersi gente indisciplinata che gli fa perdere il voto delle donne. A Salvini dell’aborto non gliene frega niente, delle famiglie arcobaleno meno che mai, se Spadafora va con la Cirinnà sotto il santuario della Madonna di Pompei al gay pride “a nome del governo” non dice una parola, non fa cose che non sono utili ai suoi assolutamente precisi calcoli.

Salvini ha in testa un disegno politico. Quella forza nata a Varese con un solo parlamentare oltre trent’anni fa, tra otto mesi può diventare il partito nettamente più forte del Paese, inventarsi poi uno screzio per andare a elezioni politiche anticipate e da lì ritrovarsi con cinquecento tra deputato e senatori eletti. Il gioco senza dubbio vale la candela. E Salvini governerà questa fase con il pugno di ferro in modo che nessuno possa anche solo provare a creargli problemi. Sistemato Berlusconi con rassicurazioni su aziende e denari, il resto sono piccoli ostacoli. Il leader di Forza Italia ha chiamato Tajani al vertice di Arcore, in modo che anche il presidente dell’Europarlamento giurasse fedeltà al nuovo capo. La lista FI-Fdi se dovesse nascere sarà alle europee ancella della lista leghista. Altrimenti entrambi rischieranno seriamente di non centrare lo sbarramento del 4%. La Meloni è già ampiamente sotto secondo tutti i sondaggi, Forza Italia può resistere solo se Tajani riuscirà a convincere Berlusconi a candidarsi, altrimenti i risultati sono quelli di Forza Italia a Roma, oscillante tra il 4% e il 5% nelle comunali 2016 come nelle municipali 2018.

Lo schema di Salvini prevede l’idea di proporsi come leader non solo italiano, a quel punto, ma dell’intero ribaltone europeo. Tajani ha provato ad accreditarsi come pontiere tra passato e futuro, difficilmente Salvini gli avrà detto di no davanti a Berlusconi. Tanto poi si vedrà, Tajani potrebbe faticare addirittura ad essere rieletto il 26 maggio.

In questo quadro che è politicamente in frenetico movimento a Camaldoli discuteremo il ruolo del Popolo della Famiglia, che terrà fede alla linea politica nazionale che ha raccolto i consensi di 220mila persone il 4 marzo scorso. Noi abbiamo ragioni di distanza irriducibile dal Pd come dal M5S, ma l’approccio avaloriale rende in questa fase incompatibile il lavoro del PdF con quella della Lega, siamo naturalmente in competizione. Come con tutti coloro che sono in competizione, il lavoro di Salvini è tentare di svuotarci: prendere alcuni nostri temi, sbandierarli, citarli a parole, magari persino trasformarli in slogan. Ma alla fine il reddito di maternità non si fa, il quoziente familiare neanche, non si fa un decreto per bloccare la triptorelina e neanche si vietano i negozi di cannabis light, pure se il Comitato superiore di sanità dice che la sostanza venduta può essere molto dannosa. Semplicemente, non si prendono provvedimenti che rischiano di aizzare polemiche che fanno perdere consensi. Figuriamoci poi anche solo accennare all’abolizione della legge Cirinnà, del divorzio breve, del testamento biologico, della 194: mai e poi mai entreranno anche solo a far parte di un abbozzo di intenzione politica.

Il Popolo della Famiglia ha un approccio popolare, si ritrova a Camaldoli perché ritiene che quel Codice di tre quarti di secoli fa avesse un senso perché indicava uno Stato presente che metteva la famiglia naturale al centro. Noi nel ventunesimo secolo guardiamo un paese che non cresce, in cui i giovani non si sposano, in cui di conseguenza non nascono figli. Citiamo un paese governato da un esponente del Ppe, Viktor Orban, che invece va in controtendenza rispetto all’Europa: ci sono più matrimoni anno dopo anno, più figli e di conseguenza l’economia cresce a ritmi quadrupli rispetto all’Italia. Forse la nostra ricetta popolare e sturziana ancora oggi, cento anni dopo l’appello ai liberi e forti, ha senso: investiamo sulla famiglia, sulla cultura della vita, sulla ricchezza che ne deriva anche in termini di impresa familiare, il cui reticolato forma il tradizionale tessuto connettivo dell’intera economia italiana. Limitiamo l’aborto, scoraggiamo il divorzio, abroghiamo la legge Cirinnà utilizzata dallo 0.02% della popolazione italiana e torniamo a scrivere leggi che favoriscano i 29 milioni di cittadini sposati, che sostengono 15 milioni di figli minori o maggiorenni non autosufficienti, che si occupano dei 3.8 milioni di disabili di questo paese, in prevalenza anziani ma non solo e investiamo à le risorse. Non per il reddito di cittadinanza, che è una follia.

Abbiamo una posizione alternativa a quella del governo un carica. E ovviamente a quella del Pd, che collassa mentre noi cresciamo. Alle elezioni comunali a Roma 2016, anno di esordio del Pdf, il candidato del Pd Roberto Giachetti prese 320.170 voti e il sottoscritto candidato del Pdf 7.791. Il rapporto era 1 a 41. Alle politiche del 4 marzo 2018 il Pd ha preso 6.161.896 voti e il PdF 219.633, il rapporto è sceso a 1 a 28. Il 10 giugno 2018 poi siamo tornati a Roma, nel municipio 8, un municipio rosso dove il Pd ha persino vinto ma il rapporto è arrivato a quota 1 a 13. La tendenza è questa. Si ripete anche nel rapporto con altri partiti. La Meloni aveva 25 volte i nostri voti nel 2016, 6 volte i nostri voti alle politiche, 4 volte alle municipali citate. Con Forza Italia il rapporto è ora 1 a 3 nel municipio-test citato (non un sondaggio, duecentomila aventi diritto al voto). Il PdF si radica e cresce. E la Lega da questo punto di vista, ma solo da questo, può essere un modello. Da quel 1987 in cui elesse un solo senatore e un solo deputato nel collegio Como-Sondrio-Varese con meno dello 0.5% dei voti, attraversando infinite traversie, scissioni, processi, rischi di scomparsa, accuse di aver rubato 49 milioni di euro, oggi è il partito più forte del Paese. Ma è un partito dove il potere prevale sui valori.

Il Popolo della Famiglia è un movimento dove la dinamica del presidio dei principi essenziali e dunque non negoziabili è motore dell’essenza stessa del nostro essere in politica. Con coraggio portiamo avanti la nostra competizione e puntiamo a crescere, sempre di più. Ripartendo da Varese, come è giusto che sia. E trovandoci tutti insieme a Camaldoli per lanciare la sfida che ci farà giungere forti e insieme, a testuggine, alle elezioni europee del 26 maggio 2019 dove contiamo di veder la nostra percentuale crescere nettamente anche grazie al sistema proporzionale di voto. Non ci saranno scuse e l’arma del voto utile tipica del fuoco amico sarà spuntata. Un cristiano che tiene a determinati valori e crede che la politica sia un territorio fondamentale dove concretamente difenderli avrà da compiere una scelta: o voterà Salvini o voterà Popolo della Famiglia. L’alternativa sarà secca e priva di ambiguità. Noi ci attrezzeremo per meritare ancora di più non solo il vostro voto ma il vostro impegno.

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17/09/2018
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