Società

di Lucia Scozzoli

Carceri e madri, nodo da risolvere

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Nel carcere di Rebibbia una detenuta di nazionalità tedesca, Alice S., di 33 anni, ha spinto giù dalle scale della sezione “nido” all’interno del carcere romano i suoi due figli: il piccolo di sette mesi è morto, l’altro bimbo, di due anni, è in codice rosso ricoverato al Bambin Gesù.

La donna è in carcere da agosto per detenzione e spaccio di stupefacenti.

Secondo quanto dichiarato dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, la donna in giornata avrebbe dovuto incontrare alcuni parenti e qualche giorno fa aveva parlato con il suo avvocato, affermando di soffrire di depressione e di non reggere la situazione carceraria.

Dopo la divulgazione della notizia, si sono susseguite le dichiarazioni ufficiali di molti esponenti politici, del governo e non: il ministero della Giustizia ha aperto un’inchiesta sulla vicenda, che Bonafede ha definito «una tragedia».

Per Mara Carfagna, vice presidente della Camera e deputato di Forza Italia, «la tragedia di Rebibbia ci ricorda il dramma dei tanti, troppi bambini che crescono e vivono dietro le sbarre senza aver commesso alcun reato, da innocenti».

Per la consigliera regionale del Pd Michela Di Biase, quanto avvenuto a Rebibbia «è un fatto gravissimo e scioccante. Ho chiesto di ascoltare al più presto in VII Commissione - Sanità, politiche sociali, integrazione sociosanitaria, welfare - il Garante dei detenuti e il Garante dell’infanzia e dell’adolescenza del Lazio. Mi auguro si apra presto un dibattito serio sulla presenza dei minori nelle carceri. Le istituzioni hanno il dovere di difendere e tutelare la vita dei minori».

A parole tutte le forze politiche stigmatizzano come fatto grave, da evitare, la presenza di minori innocenti dietro le sbarre, a scontare le pene delle loro madri, ma in concreto cosa si può fare e cosa si è fatto?

In Italia sono 62 i bimbi, con 52 mamme, metà italiane e metà straniere, attualmente presenti non in prigioni comuni, ma in appositi Icam (Istituti a custodia attenuata per detenute madri), creati nel 2007, che somigliano molto come aspetto ad un asilo, per ridurre al minimo i traumi dei più piccoli: ci sono celle dotate di culle, ludoteca, cucina per prepare i pasti ai propri bimbi e un giardini con giochi.

Negli Icam i bambini possono restare fino a 6 anni, poi devono uscire e lasciare la madre a finire di scontare la sua pena.

In Italia ci sono 5 istituti esclusivamente femminili (Empoli, Pozzuoli, Roma “Rebibbia”, Trani e Venezia “Giudecca”) e 52 reparti appositi ricavati all’interno di carceri maschili.

Con la legge 62 del 2011 è stata introdotta, salvo i casi di eccezionali esigenze cautelari dovute a gravi reati, la possibilità di scontare la pena in una Casa famiglia protetta, dove le donne possono trascorrere la detenzione domiciliare portando con sé i bambini fino a 10 anni. La permanenza in una casa famiglia permette alle madri di occuparsi dei piccoli anche fuori dalle mura della casa, portando ad esempio i figli a scuola o dal medico.

C’è da aggiungere a questo la sentenza della Corte Costituzionale n. 239 del 22 ottobre 2014, che ha dichiarato l’illegittimità della preclusione al regime domiciliare per madri condannate a reati gravi, ribadendo con forza che, se è vero che l’interesse del minore a godere delle cure materne in modo continuativo non è un diritto assoluto, esso comunque va bilanciato con l’esigenza di protezione della società dal crimine, attraverso una verifica concreta caso per caso. Non è dunque sufficiente invocare la tutela della collettività dal crimine ancorandola a meri indici presuntivi, quali ad esempio la tipologia di reati commessi, per non concedere i domiciliari.

L’associazione Papa Giovanni XXIII da subito si è proposta per l’accoglienza delle detenute con bambini e Giovanni Paolo Ramonda, il presidente della Apg23, ha commentato la tragedia di Rebibbia definendola “annunciata” e ribadendo il proprio impegno per togliere le madri dalle carceri: «Mai più bambini in carcere: sono troppi i bambini che continuano a vivere dietro le sbarre con le loro mamme – sostiene Ramonda -. Gli Icam, istituti a custodia attenuata, sono una soluzione intermedia ma non rispondono al bisogno fondamentale di un bambino di crescere in un ambiente familiare, con le stesse opportunità di crescita dei coetanei. Esistono case famiglia adeguate per accogliere i bambini con le loro mamme».

La politica ha fatto promesse, è ora di mantenerle: «Anche nell’ultima campagna elettorale abbiamo proposto ai politici di togliere questi piccoli senza alcuna colpa dal carcere. Tutti gli psicologi concordano che i primi tre anni di vita del bambino sono fondamentali per la sua crescita equilibrata. Non occorre essere esperti per comprendere che il carcere non è il luogo idoneo in cui crescere i bambini, dunque chiediamo che le mamme con bambini più piccoli di 3 anni siano accolti presso le case famiglia».

L’accesso delle donne con figli alle misure cautelari alternative, come la detenzione speciale domiciliare, è applicabile solo se le donne hanno un domicilio e per questo non possono usufruirne quelle senza fissa dimora. Per loro la casa famiglia è l’unica soluzione possibile, ma da quando nel 2011 la legge ha introdotto le Case famiglia protette, nessun governo ha previsto lo stanziamento di fondi per la loro realizzazione, per cui quelle che sono disponibili attualmente sono tutte opere di carità privata.

A settembre 2017 l’associazione Possibile (area PD) ha calcolato che sul territorio nazionale basterebbero 6 strutture, da sei nuclei ciascuna, per risolvere il problema ed ha avanzato una proposta di legge per destinare per la gestione delle 6 strutture 900mila euro l’anno prelevandoli dalle ingenti risorse del Fondo unico giustizia (FUG).

I vari ministri della giustizia che si sono succeduti dal 2011 hanno fatto promesse, ma nessuno ha stanziato fondi: ci sono sempre altre priorità.

Ora è ovvio che la tragedia di Rebibbia abbia riacceso i riflettori sull’annosa questione dei bambini nelle carceri, ma non c’è da dimenticare un fatto: un bambino è morto e un altro è in pericolo di vita perché una donna, arrestata per detenzione e spaccio, probabilmente dedita all’uso di droghe quando era in libertà, e cioè un mese fa, li ha spinti giù per le scale. Questo non è come il caso del bambino di 3 anni che a settembre 2017 ingerì veleno per topi in carcere: in quel frangente si poteva incolpare la struttura carente, qui è più difficile.

O vogliamo invocare una mancanza di sorveglianza continua? Dunque, la tragedia è dovuta al fatto che la donna era troppo strettamente detenuta o che era poco sorvegliata? Le due ipotesi sono in opposizione, evidentemente. O forse il carcere rende le donne rabbiose e pericolose per i propri figli? Non mi pare di aver mai sentito una simile teoria. Quindi il dramma si è consumato perché una donna ha perso lucidità e il carcere è solo l’ambientazione.

In tutte le questioni che coinvolgono innocenti, come questi poveri bambini incarcerati, siamo alla disperata ricerca della soluzione perfetta che liberi dal male chi non se lo merita, ma le colpe dei genitori ricadono inevitabilmente sui figli, almeno finché i figli sono piccoli e bisognosi dell’affetto e della guida dei genitori, e queste donne stanno dietro le sbarre perché sono colpevoli.

Vorremmo assolvere, cancellare con un colpo di spugna gli effetti disastrosi di scelte sciagurate, ma le alternative hanno tutte qualcosa di pessimo: bambini in carcere o delinquenti in libertà. Crediamo forse che l’innocenza pura di un bambino allontani il rischio di reiterazione del reato del genitore? Crediamo che una donna, in quanto madre, sia buona? Alice ha cercato di uccidere i suoi figli, in parte c’è riuscita. Il cattivo della vicenda è l’Icam?

Al di là degli schieramenti politici (e davvero in questo caso c’è trasversalità assoluta), la soluzione per 62 bambini non può essere una ricetta monocolore: servono 62 soluzioni, una per ogni caso, in cui un giudice dovrà assumersi l’onere (che non gli invidio) di valutare quale sia non il bene (perché in queste storiacce ormai se n’è andato da un pezzo) bensì il male minore per il bambino, la madre, la società.

L’Apg23, in prima linea in tutte le situazioni di periferia sociale, dalla prostituzione, alla droga, dagli handicap alla detenzione, ha fatto talmente propria questa filosofia del guardare alla singola persona, che si è diffusa in tutto il territorio nazionale e mondiale in 26 entità giuridiche, per adattarsi alle esigenze del momento, dell’ambiente, del bisogno da colmare. Io sono certa che una detenuta coi suoi figli, affidata alle comunità di don Benzi, sarà accolta e curata soprattutto in quelle voragini di male che l’hanno condotta sulla brutta china in cui è stata raccolta. Non sono altrettanto sicura che accadrebbe questo in una casa famiglia statale.

C’è tanto bene da fare, ma bisogna farlo bene.

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19/09/2018
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