Chiesa

di

INFLUENZE CRISTIANE NELLA MUSICA POPOLARE

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Come punto di partenza per tessere una riflessione tra musica popolare e Cristianesimo può

essere utile ricordare il Congresso Eucaristico di Bologna del 1997, presieduto
da San Giovanni Paolo II. Tra gli ospiti dell’evento c’è Bob Dylan, futuro
primo e per ora unico premio Nobel della musica rock. Le più grandi personalità
dei rispettivi ambiti si incontrano davanti a un pubblico quantomeno curioso. Sorprendendo
tutti il Santo Padre chiosa Blowin’ in
the Wind, la canzone più famosa di Dylan, testo simbolo dei diritti civili
e dice: “La risposta non soffia nel vento che tutto disperde, nei vortici del
nulla, ma nel vento che è soffio e voce dello Spirito, voce che chiama e dice:
Vieni”.

Bob Dylan
come è noto è una figura centrale della cultura popolare americana, colui che
ha portato la poesia e l’impegno nella musica rock, togliendo alibi a chi,
facendo e ascoltando musica, voleva solo divertirsi.

Dylan nasce
come Robert Allen Zimmermann, è ebreo e respira in tenera età i testi sacri.
Vivrà la sua gioventù ribelle da ateo, ma il suo processo compositivo risentirà
potentemente fin dagli inizi della cultura religiosa. I suoi testi sono
letteralmente imbevuti di citazioni bibliche snocciolate con disinvoltura, come
se certe immagini fossero personali e non mutuate dalle sacre scritture. Il
corpus di citazioni è talmente grandioso che di recente è stata pubblicata
un’opera in tre volumi dedicata a Dylan e la Bibbia (La Bibbia di Bob Dylan, Roberto Giovannoli, Àncora Editrice,
Milano). Fu protagonista di una spettacolare conversione al Cristianesimo verso
la fine degli anni Settanta che gli ispirò addirittura una trilogia di album
discografici Slow Train Coming, Saved, Shot of Love dove l’afflato religioso pulsa con grande evidenza
nello stile predicatorio, peraltro non sempre estraneo a tendenze
millenaristiche: un gran numero di queste canzoni può definirsi esplicitamente
religioso e, nel caso di Saved,
l’atmosfera creata dagli arrangiamenti è di grande suggestione spirituale. Il
momento più poetico della trilogia è la canzone Every Grain of Sand (1981), la riflessione di un uomo tormentato,
in delicato equilibrio tra colpa e redenzione, che con i suoi limiti umani
cerca di cogliere il mistero del divino: “Spingo lo sguardo oltre la soglia
dove infuria la fiamma della tentazione, e ogni volta che ci passo sento sempre
chiamare il mio nome. Poi nel corso del mio viaggio arrivo a concepire che ogni
capello è contato, come ogni granello di sabbia… Sento antichi passi come il
muoversi del mare, qualche volta mi giro e c’è qualcuno, altre volte ci sono
solo io. Sto nel punto d’equilibrio dell’umana realtà, come ogni passero che
cade, come ogni granello di sabbia”. San Luca docet

Successivamente Dylan attenuerà il suo rapporto con la fede cristiana, ma il sedimento
sapienziale non lo abbandonerà più. Notevole ad esempio è una canzone del 1989,
tratta dall’album Oh Mercy, che si
intitola Ring Them Bells, dove a
suonare le campane sono chiamati nelle varie strofe San Pietro, la dolce Marta
e Santa Caterina. Ecco il brano più potente del testo: “Suona quelle campane,
dolce Marta, per il figlio del povero, suona quelle campane, così il mondo
saprà che Dio è uno solo. Oh, il pastore è addormentato dove i salici piangono
e le montagne sono piene di pecore smarrite. Suona quelle campane per il cieco
e il sordo, suona quelle campane per quelli di noi che sono abbandonati, suona
quelle campane per i pochi eletti che giudicheranno i molti quando il gioco
volgerà al termine. Suona quelle campane per il tempo che vola, per il bimbo
che piange quando l’innocenza muore”. Da segnalare, anche per l’impatto avuto
nel mondo musicale grazie alle numerose cover,
una canzone scritta nel 1967, in
un’epoca in cui Dylan non frequentava la religione e in pieno furore
psichedelico (che nel caso di Dylan emerge nel surrealismo testuale), in cui l’autore
sembra fondere le reminiscenze di una vecchia canzone di protesta sindacale Joe Hill con la figura di un
predicatore: I Dreamed I Saw St.
Augustine. Qui il Santo viene immaginato come un uomo che vaga intimando a
poveri e ricchi di convertirsi, ma poi finirà ucciso. Nello stesso album, John Wesley Harding, si trova la
celeberrima All Along the Watchtower,
che contiene riferimenti al libro dell’Apocalisse. Questa canzone è stata consegnata
alla storia dalle versioni che ne fecero Jimi Hendrix e, in tempi più recenti,
gli U2.

Convenzionalmente il rock & roll nasce nell’estate del 1954, quando un giovane camionista di
Memphis, Tennessee – Elvis Presley – registra presso la Sun Records di Sam
Phillips le prime canzoni con uno stile e un ritmo unici, in cui le precedenti
tradizioni musicali bianche e nere del country e del blues si fondono in un
amalgama esplosivo, destinato a stravolgere il futuro della musica popolare e a
marcare con prepotenza la storia del costume. La voce di Elvis possiede un
timbro baritonale capace di strozzature acute e singhiozzi improvvisi che
mandano in visibilio le fan, ma anche una profondità e un calore che lo rendono
un cantante perfetto di gospel e inni religiosi. Del resto lui e molti altri della
sua epoca – da Johnny Cash a Little Richard – si erano fatti le ossa fin da
bambini cantando nei cori delle comunità religiose e ascoltando per radio
melodie eteree e spirituali. E il gospel è una musica che Elvis ha cantato per
tutta la vita. Nel 2000 la RCA Records pubblica Peace in The Valley: The Complete Gospel Recordings, 3 album contenenti
tutte le registrazioni gospel effettuate da Elvis che rivelano come il sentimento
religioso sia parte integrante e viva
della musica rock e la componente di redenzione presente nei prodotti
discografici più validi non sia meno significativa di quella ribellistica e
iconoclasta. Ascoltare Elvis cantare i gospel offre a molti un motivo per
avvicinarsi al rock e trovarci del buono. Non dimentichiamo che in Italia la
cultura rock è sempre stata mediata da un giornalismo di estrema sinistra che
era interessato solo alla carica rivoluzionaria di questa musica e alla sua
vocazione antisistema e antiborghese, ma questa lettura viziata dal senso unico
ci ha fatto perdere molto del suo reale valore e peso. Tra le canzoni
registrate da Elvis anche la celeberrima Amazing
Grace, forse il gospel che nella storia vanta più interpretazioni: “È stata
la Grazia che ci ha salvati finora e la Grazia ci condurrà a casa”. Un traditional, cioè un brano popolare di
autore anonimo e spesso di origine arcaica, che in questo caso risale
addirittura all’inizio dell’Ottocento. Amazing
Grace venne registrata nello stesso anno di Elvis, il 1972, anche da Aretha
Franklin, che la pose a titolo di un album gospel che si rivelò il più venduto
della storia di questo genere musicale. Per un curioso caso del destino Aretha,
scomparsa quest’anno dopo una lunga malattia, chi ha lasciati lo stesso giorno
di Elvis: il 16 agosto.

Sempre in tema di rapporti tra gospel e rock merita una citazione Sister Rosetta Tharpe,
singolare caso di donna cantante e virtuosa della chitarra elettrica che portò
al successo un riadattamento di un gospel di autore sconosciuto This Train Is Bound for Glory secondo
una versione che viene considerata tra gli antecedenti del rock & roll
stesso: “Ehi, questo treno è destinato alla gloria, tutti quelli che la guidano
devono essere santi perché questo treno è un treno pulito”. Trattandosi di un traditional il brano è circolato in
varie versioni di testo, tra cui quelle del bluesman Big Bill Broonzy e del
folksinger Woody Guthrie. Bene, tutto questo materiale verrà masticato da Bruce
Springsteen che alla fine degli anni Novanta, durante il tour mondiale che
sancisce il ricompattamento della sua leggendaria E Street Band, presenterà un
inedito intitolato Land of Hope and
Dreams. Qui c’è un treno su cui a differenza del treno precedente ci sono
santi e peccatori, sconfitti e vincitori, puttane e giocatori d’azzardo, anime
smarrite. E su “Questo treno i sogni non saranno repressi, la fede verrà
ricompensata, senti come cantano le ruote d’acciaio, le campane della libertà
stanno suonando”. Springsteen, imbarcando tutti, sembra far virare il brano su
una sponda più laica, ma non è così perché sul finale il brano si fonde con il bellissimo
gospel di Curtys Mayfield People Get
Ready (1965), di cui ripete il
ritornello: “Gente, preparatevi, c’è un treno in arrivo, non avete bisogno del
biglietto, dovete solo salire a bordo”, un brano apertamente religioso nel cui
testo si legge: “La fede è la chiave, aprite le porte e salite a bordo, c’è
speranza per tutti quelli che hanno amato di più”.

La silloge delle influenze religiose nella musica popolare sembra sempre più espandersi e
non potrebbe essere altrimenti. È lo stesso Springsteen a spiegarlo in
un’intervista in cui racconta della bellezza e della potenza delle immagini
bibliche ed evangeliche che, se raccontate a un bambino, si stampano nella
mente come storie vere con cui si finisce per fare i conti per tutta la vita.
Da qui il fatto che anche nelle sue canzoni, soprattutto in quelle presenti
negli album della maturità, è possibile rintracciare una gran quantità di
richiami biblici. Springsteen, figlio di padre irlandese e madre italiana,
frequentò scuole cattoliche. Con scarsa convinzione e profitto, va detto, ma
per un miracoloso gioco di inferenze inconsce il bagaglio di nozioni assimilate
in gioventù non ha avuto remore di calarsi ripetutamente nella sua arte, fino
alla scrittura di Jesus Was an Only Son (2005),
una canzone sull’esperienza del Calvario, dove l’autore immagina un dialogo
molto umano e misericordioso tra il Figlio e la Madre, in cui è il primo a preoccuparsi
del dolore della seconda perché la sta guardando innanzitutto nella sua
dimensione di madre che vede un figlio morire.

Anche nel blues è possibile osservare la presenza di temi religiosi espliciti, senonché
fino a una certa data è il diavolo a farla da padrone. Sia chiaro, non nel
senso satanico che si può associare a certa barbarie musicale, ma come icona
del disagio. I testi classici del blues descrivono anime tristi e tormentate,
che non sanno dare un vero nome alla loro condizione infelice, che si sentono
braccate, escluse dal sogno americano e condannate alla miseria fisica, alla
dissipazione morale, all’inquietudine e alla precarietà. Una lettura
suggestiva, ma frettolosa e troppo profana ha portato a favoleggiare di patti
col diavolo in cambio di ricchezza, donne e tecnica artistica, ma siamo alla
pura illazione: il blues è una musica profondamente vera e seria nelle sue
intenzioni ed espressioni e ricorre alla metafora del diavolo perché non trova
assoluto migliore per rappresentare il dolore di una condizione esistenziale
che si trascina senza speranza. Robert
Johnson, attivo negli anni Trenta, i cui testi sono stati tra i più
saccheggiati dai musicisti rock, canta: “Devo sbrigarmi, devo sbrigarmi, c’è un
cerbero sulle mie tracce” (Hellhound on
My Trail), mentre in Me and the Devil
Blues ecco come il diavolo gli è complice in un’azione malvagia: “Io ed il
Diavolo stiamo camminando fianco a fianco e sto andando a battere la mia donna
finché non sarò soddisfatto”. Il diavolo sembra rappresentare l’impossibilità
di farne una giusta in uno stato di perenne angoscia.

Sfugge agli schemi invece John the Revelator, un blues di struttura arcaica, spesso eseguito senza strumenti e dedicato

all’autore dell’Apocalisse. Inciso per la prima volta nel 1930 da Blind Willie
Johnson e poi, in epoca di blues revival, da Son House con due testi
leggermente diversi. La versione di Son House contiene riferimenti alla
Passione e Resurrezione di Cristo.

Quando il blues viene riscoperto dai musicisti bianchi inglesi negli anni Sessanta, è
curioso notare come assuma una piega diversa. Per quanto non necessariamente
ricchi di estrazione, gli inglesi sono comunque estranei alla disperazione dei
bluesman che scappavano dalle piantagioni di cotone vivendo randagi per gli
Stati Uniti e scroccando passaggi sui treni merci senza uno straccio di
sicurezza né la possibilità di progettare un minimo di futuro. Così quando gli
inglesi compongono colgono del blues l’elemento lirico e, ripiegando nella loro
interiorità, cercano conforto e dolcezza, sanno che la luce si può vedere e la trovano.
È il caso di Eric Clapton, peraltro grande estimatore e divulgatore dell’arte
di Robert Johnson, che ci regala almeno tre capolavori di autentico blues: Presence of the Lord (incisa con i Blind
Faith nel 1969), Give Me Strenght (1974) e Holy Mother (1986). Nei
testi di queste canzoni domina la figura dell’uomo sotto scacco, in ginocchio
ad un bivio (secondo la celebre situazione descritta in Crossroad Blues da Robert Johnson), che allo stremo delle energie
fisiche e mentali trova nel Signore e nella Madonna il sostegno per andare
avanti e la pace interiore.

Di altissimo livello anche la produzione di Van Morrison – irlandese come gli U2, gruppo che
nei primi album presenta significativi riferimenti cristiani nei propri testi (Gloria, Pride – In the Name of Love, God
Part II, I Still Haven’t Found What I’m Looking For, When Love Comes to Town) – musicista di grande spiritualità ed esponente
di punta del blue-eyed soul, di cui è d’obbligo citare In the Garden (1986): “E quando ho sfiorato le tue guance tu eri
come nata di nuovo e arrossivi e noi ci toccavamo l’un l’altro appena e noi sentimmo la presenza di Cristo e io mi
voltai verso di te e dissi: non esiste nessun guru, nessun sistema, nessun maestro
solo io e te e la natura e il Padre, nel giardino, nessun guru, nessun sistema,
nessun maestro solo io e te e la natura e il Padre, e il Figlio, e lo Spirito
Santo, nel giardino, umido di pioggia”.

Sempre in ambito blue-eyed soul è d’uopo citare Sailing,
un grande successo di Rod Stewart del 1975, un gospel bianco che si presta
molto bene a un’esecuzione corale: “Stiamo navigando i mari tempestosi per
stare vicini a te, per essere liberi, oh Signore”.

Torniamo negli Stati Uniti per citare Ben Harper, musicista e autore ben immerso nelle
radici musicali della sua terra, che nel 2003 scrive Picture of Jesus, una canzone potentemente influenzata dalla
tradizione con reminiscenze blues, folk e gospel: “Noi desideriamo essere una
immagine di Gesù, in Lui si posano molte preghiere. Io desidero essere una
immagine di Gesù con Lui noi saremo benedetti per sempre”.

Sempre col proposito di capire la presenza di radici cristiane nella musica popolare
meritano alcune note due capostipiti di tradizioni musicali tuttora vive e
autenticamente popolari: il folk e il country.

Bob Dylan aveva un maestro, o meglio un mito per amore del quale lasciò casa e si nascose
su un treno che viaggiava verso sud dal suo Minnesota deciso a fare il
cantautore: Woody Guthrie. Quest’uomo apparteneva alla generazione dei
cantastorie itineranti, che viaggiavano di città in città per animare battaglie
civili e sindacali. Il processo compositivo che lo contraddistingue è anteriore
ai problemi del diritto d’autore: per lui il messaggio era tutto e la musica un
mezzo ideale su cui farlo viaggiare. Per cui era solito scrivere i testi su
melodie tradizionali realizzando ballate d’impianto narrativo di facile
rammemorazione. A lui si deve la realizzazione di una Jesus Christ (curiosamente vergata sulla melodia di una canzone
dedicata al bandito Jesse James) in cui Gesù è presentato come un uomo che
viene tradito e messo a morte dal potere costituito perché combatte le
ingiustizie, schierandosi dalla parte dei deboli. Particolarmente interessante
la parte della canzone dove l’autore crea un salto temporale improvviso tra
l’epoca di Gesù e i tempi nostri: “Quando Gesù venne in città, tutta la gente
umile ‎che lo seguiva credette a ciò che egli andava dicendo, ma i banchieri e
i sacerdoti, quelli lo ‎inchiodarono alla croce, loro gettarono Gesù Cristo
nella tomba. E la gente rimase col fiato sospeso quando ‎apprese della sua
morte.‎ Tutti si chiesero perché fossero stati il grande ‎possidente e i
soldati al suo soldo ad inchiodare Gesù Cristo contro il cielo.‎ Questa canzone
è stata scritta a New York City: anche qui ci sono i ricchi, i sacerdoti e gli
‎schiavi.‎ Se Gesù fosse venuto qui a dire quel che predicò ‎in Galilea anche
qui avrebbero gettato il povero Gesù ‎nella tomba”. Un esempio di folk contemporaneo
di talento che viaggia in quota cristiana può essere rappresentato dai Mumford
& Sons che in Whispers in the Dark
(2012) cantano: “Sono stato troppo lento a partire, sono un mascalzone, ma non
una frode, mi son proprwsto di servire il Signore”.

Prima del rock & roll che ricreò la grande sintesi musicale attraverso un genere in
grado di far muovere le gambe a tutti, le comunità bianche si distraevano con
una musica suonata in battere, con accordi costruiti sulla triade maggiore,
chiamata country. Al contrario di quanto lasci pensare certa spensieratezza nei
suoni e nei ritmi, il country è spesso completato da testi impegnati che
parlano di lotta contro un destino avverso, di ferrea morale civile e
famigliare, di pionieri, fuorilegge, grande depressione, nazionalismo e
conservatorismo. La leggenda country americana Hank Williams (il primo
musicista a morire come una rockstar: sul sedile posteriore della sua Limousine
per un attacco cardiaco causato da un eccesso di anfetamine, il 1 gennaio 1953)
offre un ottimo esempio di come si fa un gospel bianco scrivendo e
interpretando I Saw the Light: “Sono
stato uno sciocco a vagare fuori strada, dritta è la porta e stretta la via,
ora ho scambiato lo sbagliato per il giusto. Lodate il Signore, ho visto la luce”.
L’eredità di Hank Williams viene raccolta da Johnny Cash che, al pari di Elvis
Presley col quale anche per un periodo lavorò, non ha mai smesso di cantare gli
inni religiosi che la madre gli insegnò da bambino. Nel 2003, anno della morte
di Cash, la American Recordings pubblica Unearthed
un cofanetto antologico di cinque cd, il quarto dei quali si chiama My Mother’s Hymn Book ed è una raccolta
di canzoni spirituali cristiane tra le quali spiccano I Shall Not Be Moved, I’ll
Fly Away e I Am a Pilgrim. Cash
fu uno dei primi estimatori di Bob Dylan, lo incoraggiò e ci cantò insieme, ed
ecco che tutto si tiene, perché siamo tornati dove siamo partiti. Sempre al
Cash maturo si deve la riscoperta di un traditional God’s Gonna Cut You Down, pubblicato postumo nel 2006, in cui la
sua voce profonda e marziale arriva da lontano per ammonire i peccatori in
vista del giudizio universale: “Sono stato in ginocchio a parlare con l’uomo
della Galilea, mi ha parlato con una voce così dolce. Pensavo di aver sentito
il movimento degli angeli, mi ha chiamato per nome e il mio cuore è rimasto
immobile quando ha detto “John vai fare la mia volontà!”. Andate a dirlo al
bugiardo, andate a dirlo a quel viandante notturno, al vagabondo, al giocatore,
al diffamatore. Dite loro che Dio li farà fuori”. A Johnny Cash si deve anche
una rilettura acustica e raffinata di Personal
Jesus dei Depeche Mode (versione originale del 1989, quella di Cash è del
2002). Il testo non è una preghiera, ma una considerazione su chi interpreta in
modo egoistico il rapporto con Gesù e lo vede un po’ come il genio della
lampada, che risolve problemi a comando, che ci dà ragione e assomiglia a noi,
più che noi assomigliare a lui: una canzone importante scritta da un gruppo
pop.

Le sorprese del country sono numerose e qualche altra citazione è d’obbligo.

Nel 1968 i Byrds inventano il country rock con l’album Sweetheart
the Rodeo all’interno del quale si trova The Christian Life, un successo di dieci anni prima dei Louvin Brothers: “I miei amici mi dicono
che avrei dovuto aspettare, dicono che mi sto perdendo tutta una vita di
divertimenti, ma io continuo ad amarli e canto con orgoglio: mi piace la vita
cristiana”. L’autore, cantante ed attore Kris Kristofferson ci regala un gospel
bianco che è stato interpretato da tutti i più grandi cantanti americani, Why Me Lord (1972): “Aiutami Gesù, so
cosa sono, oh sì, ora so che avevo bisogno di te, così aiutami Gesù, la mia
anima è nelle tue mani”. Il country rocker Steve Earle scrive nel 1988 Nothing But a Child, una ballad vestita di un arrangiamento
stupendo in cui si riferisce alla nascita di Gesù: “Nient’altro che un bambino
potrebbe lavare via quelle lacrime o guidare un mondo stanco nella luce del
giorno. E nient’altro che un bambino potrebbe aiutare a cancellare quelle
miglia. Quindi ancora una volta tutti possiamo essere bambini per un po’. Nient’altro
che un bambino”. In tempi molto recenti Chris Stapleton, forse il miglior
autore e cantante in circolazione, scrive Daddy
Doesn’t Pray Anymore (2013) dove recita: “Oggi ho seguito papà in chiesa e
ascoltato il predicatore leggere la parola di Dio. Abbiamo cantato il suo inno
preferito, ma papà non ha emesso un suono. Questo pomeriggio lo seppelliremo. Papà
non prega più, immagino che stia finalmente camminando con il Signore. Aveva l’abitudine
di incrociare le mani e piegare la testa al pavimento, ma il papà non prega più”.

Come è facile immaginare siamo ben lontani dall’essere stati esaustivi. Valga questo
contributo innanzitutto come informazione fondamentale per illustrare un fatto:
la qualità musicale non dipende dal genere musicale o dagli strumenti usati, ma
da come il materiale viene messo in circolo. Se una canzone parla il linguaggio
del cuore, il cuore la ascolta, la fa sua, se ne nutre e la trasforma in valori
e comportamenti. Il Cristianesimo è ben radicato nei generi musicali che sono
alla base di ciò che chiamiamo musica popolare. Basta cercarlo aldilà dei
filtri imposti dal sinistrume giornalistico e, una volta trovato, scoprire un
nuovo modo di ascoltare, famigliarizzare con autori che prima avevamo
sottovalutato e rallegrarsi della bellezza di un arte che riesce a parlare con
la stessa potenza al corpo e all’anima.

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20/09/2018
1312/2018
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