Società

di Emiliano Fumaneri

Le leggi fondamentali della stupidità

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Oggi, si sa, vanno forte le teorie del complotto. Quasi non passa giorno senza imbattersi in accigliate allusioni alle oscure trame del Grande Vecchio di turno o dei mitici “poteri forti”.

Forse allora è il caso di riprendere in mano il vecchio trattatello semiserio di Carlo M. Cipolla, “Allegro ma non troppo”, e concentrarci su un nemico assai più insidioso, diffuso e nascosto: l’umana stupidità.

È alta la rilevanza sociale del fenomeno investigato da Cipolla, che si spinge fino ad elaborare un vasto teorema sulle leggi fondamentali della stupidità, nella (vana) speranza di identificare lo stupido e poterne così limitare i danni.

La scoperta è tra le più sconvolgenti: l’esistenza umana deve fronteggiare una minaccia ben più pericolosa della Mafia, del Complesso industriale-militare, della fu Internazionale comunista o, diremmo oggi, della Open Society di Soros. Tutti pericoli autentici, beninteso. Ma decisamente più sciagurata per la vita dell’uomo, questo vuol dirci Cipolla, è la presenza dello Stupido Collettivo, vale a dire di quel «gruppo non organizzato, non facente parte di alcun ordinamento, che non ha capo, né presidente, né statuto, ma che riesce tuttavia ad operare in perfetta sintonia come se fosse guidato da una mano invisibile, in modo tale che le attività di ciascun membro contribuiscono potentemente a rafforzare ed amplificare l’efficacia dell’attività di tutti gli altri membri».

Cipolla passa perciò a formulare le cinque leggi fondamentali della stupidità umana.

1) «Sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione».

L’uomo è un inguaribile ottimista. Tende perciò a sottostimare il fenomeno della stupidità, la qual cosa impedisce di determinare la reale percentuale di stupidi sul totale della popolazione. La Prima Legge Fondamentale mette in guardia dal lanciarsi in qualsiasi stima numerica, giacché il tentativo si risolverebbe inesorabilmente in una sottovalutazione del numero degli stupidi. Mai come in questo caso la realtà supera le previsioni.

Alcuni ingegni brillanti ci hanno provato, con intenti nobili ma con scarsi risultati. Denunciare la «esponenziale proliferazione della “bêtise”» è stata la missione del formidabile duo Fruttero & Lucentini, che alla figura del «cretino in via di sviluppo» hanno dedicato un’apposita trilogia: “La prevalenza del cretino” (1985); “Il ritorno del cretino” (1992); “Il cretino in sintesi” (2003).

A loro dobbiamo questa folgorante descrizione: «È stato grazie al progresso che il contenibile «stolto» dell’antichità si è tramutato nel prevalente cretino contemporaneo, personaggio a mortalità bassissima la cui forza è dunque in primo luogo brutalmente numerica; ma una società ch’egli si compiace di chiamare «molto complessa» gli ha aperto infiniti interstizi, crepe, fessure orizzontali e verticali, a destra come a sinistra, gli ha procurato innumeri poltrone, sedie, sgabelli, telefoni, gli ha messo a disposizione clamorose tribune, inaudite moltitudini di seguaci e molto denaro. Gli ha insomma moltiplicato prodigiosamente le occasioni per agire, intervenire, parlare, esprimersi, manifestarsi, in una parola (a lui cara) per «realizzarsi».

Sconfiggerlo è ovviamente impossibile. Odiarlo è inutile.

Dileggio, sarcasmo, ironia non scalfiscono le sue cotte d’inconsapevolezza, le sue impavide autoassoluzioni (per lui, il cretino è sempre «un altro»); e comunque il riso gli appare a priori sospetto, sconveniente, «inferiore», anche quando – agghiacciante fenomeno – vi si abbandona egli stesso».

Ma per quanto brillanti, anche queste rimangono mere supposizioni data l’abitudine del cretino – che è niente altro che uno stupido di successo – di annidarsi tra gli insospettabili, mimetizzandosi per manifestarsi regolamente nei tempi, nei luoghi e nei modi meno opportuni. Inutile dunque azzardare qualsivoglia ipotesi sulla sua consistenza numerica.

2) «La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona».

La Seconda Legge Fondamentale afferma che la distribuzione della stupidità all’interno della popolazione umana risponde unicamente alle insondabili disposizioni di Madre Natura. Lo stupido (o il cretino che dir si voglia) si distribuisce equamente in tutte le classi sociali, tra i sessi, tra le etnie, tra le età. La trasversalità della stupidità è una legge ferrea, che non ammette eccezioni. Indagate pure tra i Premi Nobel o tra gli analfabeti, otterrete sempre il medesimo risultato: una frazione è costituita da stupidi.

Il problema è che «lo stupido non sa di essere stupido», ammonisce Cipolla. La stupidità non è inibita da una qualche coscienza di classe. Ed è proprio l’assenza di autocoscienza a renderla così pericolosa.

È leggendaria l’imperturbabilità dello stupido, ritratto in tutta la sua insipienza da José Ortega y Gasset in alcune delle pagine più celebri della “Ribellione delle masse”. «L’ottuso», scrive Ortega, «non nutre alcun sospetto su di sé: si ritiene avvedutissimo, e da qui nasce l’invidiabile tranquillità con cui si abbandona e si conferma nel suo stupore».

Ma il peggio è quando la stupidaggine è istruita. Ortega ha descritto con largo anticipo (scrive nel 1929) l’ascesa di una figura che oggi vediamo pullulare nei talk show televisivi, per non parlare dei social dove la moda è dilagante: il barbaro specializzato, lo stupido istruito. È lo specialista di un ramo particolare della scienza, che conosce «perfettamente la sua particella di universo» ma «ignora formalmente quanto non rientra nella sua specializzazione».

Questo sapiente-ignorante «si comporterà, in tutte le questioni che ignora, non già come un ignorante, bensì con tutta la petulanza di chi nei suoi problemi specifici è un sapiente». Con boria smisurata penserà, giudicherà, agirà da «uomo senza qualità» nei campi a lui sconosciuti, imponendo dappertutto i suoi stupidari. Per dirla con Nicolás Gómez Dávila, «lo stupido istruito ha un campo più vasto per praticare la sua stupidità». In politica, in economia, nell’arte, in religione, nei problemi generali della vita e del mondo, ovunque lo stupido istruito «assumerà posizioni da primitivo, da assoluto ignorante». Ma le assumerà «con energia e sufficienza, senza riconoscere – e questa è la cosa paradossale – la necessità di specialisti di tali problemi».

Nell’estrema stupidità dello specialista saccente (il classico spocchioso che non si degna di ascoltare nessuno perché presume di sapere tutto) Ortega individua il segno culminante del protagonista del suo saggio: l’uomo-massa, l’individuo massificato che mette al centro di tutto il proprio io e rifiuta di «sottomettersi a istanze superiori».

A ben vedere, è precisamente questa innata democraticità della stupidità a impedire di sviluppare altezzosi complessi di superiorità. Giova ricordare, di nuovo, che lo stupido ignora di essere tale. Insomma, pensare che gli stupidi sono sempre gli altri non assicura contro la stupidità. Al contrario, innalza vertiginosamente la probabilità di essere noi gli stupidi. In secondo luogo, non bisogna dimenticare che la stupidità non è solo destino. Si può anche impararla. Aristotele diceva che le virtù si apprendono. Ad esempio diventiamo coraggiosi se agiamo in maniera coraggiosa. Ma vale anche all’inverso: pure nel vizio ci si può istruire. Così diventiamo stupidi se pensiamo, giudichiamo e agiamo in maniera stupida.

Attenzione quindi - primo fra tutti chi scrive - a distribuire troppo in fretta patenti di stupidità perché, come avverte sempre Gómez Dávila, «la frontiera tra l’intelligenza e la stupidità è mobile». Lo stupido non sodalizza, contagia. Nessuno può chiamarsi fuori dichiarandosi indenne da questo morbo.

3) «Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita».

La Terza Legge Fondamentale dà dunque una definizione dello stupido. Tutti noi, infatti, rientriamo necessariamente in una di queste quattro categorie fondamentali: gli sprovveduti, gli intelligenti, i banditi o gli stupidi.

Sprovveduto è chi, compiendo un’azione per averne un guadagno, ne ricava una perdita e allo stesso tempo procura un vantaggio al prossimo. Ad esempio agisce da sprovveduto un pilota di Formula 1 che in un testa a testa cerca di mettere fuori gioco il suo avversario ma finisce fuori pista nel tentativo, lasciandogli così via libera per la vittoria.

Intelligente è chi compie un’azione dalla quale ottiene un guadagno e allo stesso tempo produce un vantaggio anche per gli altri. Agisce intelligentemente, per esempio, un imprenditore talentuoso capace di creare ricchezza per sé e dare impiego a tutti i lavoratori della propria impresa.

Bandito è chi compie un’azione dalla quale riceve un vantaggio al prezzo di causare una perdità agli altri. Appare superfluo stilare un elenco di esempi pratici essendo l’attività banditesca, malauguratamente, antica quanto il modo.

Stupido è chi, come ricorda la Terza Legge Fondamentale, arreca un danno a tutti: a sé come al prossimo. Questa prerogativa, unica nel suo genere, spiega il carattere perturbante della stupidità. Istintivamente il comportamento dello stupido risulta incomprensibile alla persone ragionevoli.

La stupidaggine suscita scetticismo e incredulità. Perché si può agevolmente intuire la logica dello sprovveduto e dell’intelligente. E perfino la logica del bandito, ancorché criminale, è di facile e immediata comprensione. Il bandito agisce pur sempre secondo una razionalità, perversa quanto si vuole ma pur sempre razionale. Il criminale vuole di «più» sul suo conto. Ma non essendo intelligente a sufficienza per escogitare metodi per avere un «più» sul proprio conto procurando di «più» anche agli altri, cercherà di ottenere il suo «più» andando a segnare un «meno» sul conto degli altri. Tutto ciò non è giusto ma è razionale. E soprattutto è prevedibile. Alle oscure manovre dei truffatori ci si può opporre in maniera calcolata, pianificata, razionale.

Ma che fare davanti alla distruzione gratutita e autoboicottante di chi irrompe sulla scena e provoca danni senza aver nulla da guadagnare? L’azione dello stupido appare prima di tutto una sfida alla ragione umana. Non c’è malizia, non c’è inganno. La stupidità è al di là del bene e del male, le sue cieche trappole risultano imprevedibili persino agli dèi.

La natura «aliena» dello stupido ci introduce così alla Quarta Legge Fondamentale della stupidità.

4) «Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore».

Questa legge vale in particolar modo per le persone intelligenti che, costantemente tentate dalla superbia, si sentono superiori allo stupido tanto da illudersi di potersene servire. Pertanto credono di potervisi associare e usarlo per i propri scopi.

Ahinoi, la teoria dell’utile idiota non funziona con lo stupido! Credere di poterlo manipolare è una manovra suicida che ricorda, per sconsideratezza, le azioni del protagonista di una celebre favola di La Fontaine, “L’orso e il giardiniere”. La favolta racconta di un giardiniere al quale un giorno capita di imbattersi in un orso. Invece di scappare, il giardiniere decide di agire con astuzia. Concede la propria amicizia all’orso, offrendosi di ospitarlo presso di sé. L’orso in cambio dovrà procurargli della selvaggina. Talora, quando il giardiniere riposa, l’orso prende l’abitudine di allontanare con un grosso ramo le mosche fastidiose dal volto dell’amico. Ma un giorno, per scacciare una mosca più ostinata di altre, l’orso raccoglie una pietra della pavimentazione e la scaglia addosso alla mosca per schiacciarla. Così finisce però per colpire anche il volto del giardiniere, che ne rimane ucciso. La morale della favola è che «che un cacciatore non è sempre il miglior ragionatore, e che peggiore d’un leal nemico è un ignorante amico».

Come il giardiniere della favola, di regola gli uomini intelligenti non giungono a comprendere la vera natura della stupidità e, soprattutto, la sua totale imprevedibilità. Il più delle volte, arruolare gli stupidi alla propria corte significa solo dare loro uno spazio per esercitare liberamente i propri sgraziati talenti, con esiti imprevedibili (quasi sempre rovinosi, ad ogni modo). È laconico il commento di Cipolla sui danni derivati dall’inosservanza di un principio così basilare: «Nei secoli dei secoli, nella vita pubblica e privata, innumerevoli persone non hanno tenuto conto della Quarta Legge Fondamentale e ciò ha causato incalcolabili perdite all’umanità».

5) «La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista».

L’immortale Flaiano invitava saggiamente a non trascurare la stupidità. «Quando mai uno stupido è stato innocuo? Lo stupido più innocuo trova sempre un’eco favorevole nel cuore e nel cervello dei suoi contemporanei che sono almeno stupidi quanto lui: e sono sempre parecchi».

La stupidità ha anche effetti “macro”. Se gli stupidi sono quelli che danneggiano le altre persone senza avvantaggiare se stessi, ne consegue che una società ad alta intensità di stupidità è destinata a impoverirsi vertiginosamente.

Sarebbe sbagliato però pensare che il numero di stupidi sia più alto in una società in declino piuttosto che in una società in ascesa. Come ricorda la Seconda Legge Fondamentale, la quota di stupidi è costante in tutte le società, qualunque sia la loro forma di governo. Se in una società di caste la frazione degli stupidi al comando si perpetua per eredità, in una società democratica la quota di stupidi al potere si mantiene stabile grazie al voto. «Va ricordato», ricorda Cipolla, «che, in base alla Seconda Legge, la frazione a di persone che votano sono stupide e le elezioni offrono loro una magnifica occasione per danneggiare tutti gli altri, senza ottenere alcun guadagno dalla loro azione».

La differenza la fa qualcos’altro. Nelle società in ascesa una percentuale inusualmente alta di intelligenti si ingegna per tenere a bada la stupidità e, allo stesso tempo, si prodiga nel produrre guadagni per sé e per tutti gli componenti della società. Così l’intelligenza favorisce il bene comune, la pace e il progresso.

I guai cominciano quando il contrappeso benefico dell’intelligenza inizia a scemare. È vero, come diceva S. Agostino, che è la debolezza dei buoni ad alimentare la forza dei cattivi. Cos’altro se non l’oscuramento dell’intelligenza può rafforzare il devastante potere della stupidità?

Le società in declino si segnalano infatti per una insolita attività dei loro membri stupidi. E soprattutto si registra, tra gli individui al potere, una inquietante proliferazione di banditi con alta percentuale di stupidità, mentre, fra gli individui senza potere, abbiamo uno speculare aumento del numero degli sprovveduti. Tutto così va in rovina.

Come sopravvivere all’alluvione di stupidità che sta penetrando in ogni anfratto delle nostre esistenze?

Per risalire la fiumana della stupidità non possiamo che imbarcarci sulla nave dell’intelligenza. Michele Federico Sciacca, uno dei più grandi filosofi cattolici del Novecento, ce lo ha indicato con chiarezza. La stupidità discende da una ragione senza limiti, incapace di “intus legere”, di andare cioè a leggere, dentro le cose, la loro verità profonda. Manca il senso del limite. Senza di esso, non solo disconosciamo tutto quanto oltrepassa il nostro minuiscolo “io”. Ci neghiamo anche la possibilitò di andare oltre la superficie delle cose.

Senza riconoscere i limiti della condizione umana abbiamo l’oscuramento dell’intelligenza. Solo l’umiltà allora ci potrà salvare dall’invasione della stupidità.

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05/10/2018
1809/2019
S. Giuseppe da Copertino

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