Chiesa

di Roberto Frecentese

Un disperato bisogno di padri

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Thomas Evans è un giovane come tantissimi. Inglese, ha 21 anni, ha una moglie di nome Kate anche lei giovanissima. Si sono sposati e la loro gioia di stare uniti gli donato un bimbo che ora ha quasi due anni. Thomas è cattolico e Kate protestante. Il loro bambino, Alfie, è stato battezzato con rito cattolico. I tre sono al centro di una vicenda paradossale e inquietante: un ospedale inglese non vuole più curare il piccolo Alfie e lo Stato per bocca del suo giudice di corte ha dichiarato la sua vita inutile condannandolo alla morte, che, per dirla con chiarezza, è un omicidio di Stato. Rassicuro il lettore. Non parlerò della vicenda in sé né mi avventurerò in analisi sull’eutanasia di Stato, che, avrete certamente compreso, non rientra tra le mie categorie mentali di accettazione. Rassicuro che non vorrò neppure stilare un elenco di motivi a favore della famiglia Evans sui diritti che loro sono stati violati in punta di diritto. Per di più non ho intenzione di rappresentare l’infingardaggine delle autorità civili e religiose che hanno sposato le tesi del politicamente corretto. Tutti hanno davanti a sé un giudizio implacabile che non spetta a noi, ma quel “guai a chi avrà fatto del male al più piccolo dei miei” è una macina, che con una robusta corda legata al collo trascina giù nello sprofondo più orrido.

Ebbene quale sarà mai il tema di quest’avventuroso articolo? Lo svelo subito. Di Alfie ci colpisce il padre. A 21 anni fa il padre e si comporta da padre vero. Ha dello straordinario guardando i giovani odierni, che a quell’età sono ancora nella nursery materna e paterna e appena hanno staccato le labbra dal biberon per passare al rimbecillimento dei videogiochi, giusto per continuare la dipendenza mentale. 21 anni significa per molti essere ancora adolescenti e per di più ben lontani dall’idea di mettere famiglia e figuriamoci dal solo pensare di avere un figlio. Avere un figlio così giovane viene visto come una disgrazia, un atto di incoscienza, una bambinata. Lo dicono proprio quegli adulti che ora sono ingegneri, medici terapeuti, insegnanti, commercianti, avvocati che dimenticano con il sonno della ragione che vennero generati da genitori giovanissimi. Non ho sentito un solo lamento da parte dei poco sopra elencati di insoddisfazione per la propria nascita così precoce. Eppure ora sentenziano che non bisogna mettere al mondo figli in età giovanile. Misteri delle contraddizioni umane.

Thomas con la complicità della moglie Kate difende il proprio figlio dalle lunghe mani dello Stato inglese, che tramite i suoi giudici, sono giunti fino all’interdizione della paternità. Non potendo agire come padre legale agisce come padre naturale, che precede la paternità legale, percorrendo ogni via possibile legale e comunicativa. Raggiunge persino papa Francesco a Roma, non lasciandosi scoraggiare dalla distanza e dall’impossibilità per un comune mortale di avere un appuntamento con il pontefice. Un padre virile che assume su di sé le responsabilità e affronta ogni ostacolo con la decisione tipica della virilità. Un campione oramai in estinzione o che si vorrebbe far estinguere.

L’idea di anestetizzare la virilità della paternità nasceva con il Sessantotto quando si gridava a gran voce la morte del padre, della figura paterna, rea di essere la cinghia di trasmissione del potere. Non è stato il femminismo a voler castrare i padri come non è stato il femminismo a far nascere il femminismo. Non strabuzzate gli occhi. Furono le ricerche di medici uomini a porre le basi della nascita del femminismo, che aveva trovato così materia per propinare le proprie tesi, proprio a partire dalle ricerche sullo svincolamento della sessualità dalla fase riproduttiva. Altrettanto furono gli scritti di H. Marcuse, in particolare Eros e Civiltà, a individuare nella figura del padre la causa del mantenimento dello status quo sociale e del modello economico-produttivo capitalista. Nella figura paterna, utilizzando le categorie freudiane, Marcuse aveva scoperto quanto le norme e i modelli sociali venissero traslati nella psiche dei figli attraverso il complesso edipico. Il padre assumeva la funzione del perpetuamento del modello di società costruito e in lui si poteva trovare l’elemento di continuità attraverso la “generazione psichica” dei figli del sistema capitalistico. Eliminare la figura paterna permetteva di interrompere il meccanismo del passaggio da padre in figlio del modello borghese e avviare così un processo rivoluzionario di cambiamento. Le categorie psicologiche freudiane diventavano in Marcuse categorie politiche, d’interpretazione della società e dei suoi processi. I processi psichici sono stati come assorbiti dalla prospettiva individuale a quella pubblica e. di conseguenza, statale. Le questioni psicologiche sono divenute questioni politiche. Grazie a questa nuova visione della psicologia nasceva l’inserimento di S. Freud tra i filosofi, in modo un po’ artefatto, andando ben oltre le ricerche e gli interessi dello stesso Freud. Tuttavia l’inventore della psicanalisi aveva avvertito che il singolo doveva comunque fare i conti con la società nella quale viveva, intuizione che verrà sviluppata dalla psicologia sociale, che prenderà corda dalla necessità di interrelazionare la psiche individuale con la psiche collettiva. Di questo debito culturale e di psicologia analitica il vero maestro fu sicuramente C.G. Jung, l’amico-nemico di S. Freud.

In “Il disagio della civiltà” Freud aveva dichiarato che “Ciò che iniziò con il padre, si compie nella massa”, per indicare che il singolo individuo nella paternità dava inizio per identificazione e traslazione alla società intesa in senso psichico. Marcuse aveva aggiunto che l’identificazione e traslazione non è un fatto soltanto psichico ma politico. Qui dunque si innesta la figura paterna che occorreva colpire per distruggere il capitalismo, che poteva proseguire imperterrito “educando” i padri, che, a loro volta, avrebbero “educato” i figli. I padri sono “educati” dallo Stato attraverso le norme e condizionamenti sociali predisposti, a cominciare dalla famiglia, poi con la scuola e, infine, attraverso il mondo del lavoro-produzione. I figli introiettano le norme paterne che non sono altro che le norme sociali abbracciate dal genitore maschio.

Quando gli studi proseguirono oltre Marcuse la psicologia scoprì il tema del condizionamento delle masse e quanto la dittatura abbia usato i processi di persuasione per allineare le popolazioni al pensiero identitario. Tali ricerche sono state e sono tuttora utilizzate dalla società odierna di massa con effetti talvolta devastanti sulle scelte e sulla capacità dei singoli uomini di essere liberi. Il meccanismo del voler stroncare la figura paterna per consentire il processo rivoluzionario marxista di liberazione dal capitalismo con l’interrompere la trasmissione di padre in figlio del modello borghese, ora viene utilizzato dal capitalismo. Il capitalismo si è impossessato di una ricerca “rivoluzionaria” e di matrice marxista per alimentare una ulteriore forma di sottomissione. I padri sono bombardati da modelli studiati a tavolino e veicolati dalla pubblicità, dai mass media, dalla cultura e trasmettono attraverso la loro persona ai figli (in modo spessissimo inconsapevole) le dinamiche di sottomissione al consumismo. E così la ricerca di Marcuse, che doveva nelle intenzioni del suo autore rompere gli schemi di un potere che si perpetuava, ha offerto, in modo involontario, lo strumento al potere di oggi di continuare a rendere gli uomini schiavi e consumatori.

Il padre, come si nota, è una figura decisiva nella società di sempre. Durante il Sessantotto, di cui oggi si “festeggiano” i 50 anni dall’evento rivoluzionario fioccarono articoli e persino libri sulla necessità di abbattere la figura paterna. La contestazione contro la società si connotò ben presto in contestazione contro il padre, mettendo letteralmente a dura prova i padri di quel tempo con gli adolescenti e giovani in pieno assetto di battaglia. L’elemento giovanile si schierava contro i matusa, i padri accusati di essere vetero, antiquati, fuori dal tempo. Ovviamente gli intellettuali del tempo fecero la loro parte esigendo a gran voce la fine della figura paterna tout court, perché la rivoluzione era inarrestabile e semplicemente il padre “culturale” non occorreva più. L’onda del femminismo riduceva ancor di più il ruolo classico della paternità fino a giungere a dichiarare che il maschio andava socialmente castrato e l’inseminazione poteva essere effettuata senza rapporto sessuale. Complici gli stessi maschi, in un misto di rivoluzione e paura di passare per retrogradi, si giungeva alla femminilizzazione del ruolo paterno fino ai “mammi”, scimmiottature della maternità in un corpo maschile.

La teoria del gender ha proseguito nel rompere lo schema maschio-autorità-società proponendo la castrazione mentale del maschio e l’adozione dell’indifferenza sessuale con l’intercambiabilità maschio-femmina, anzi giungendo alla tesi estrema del gender fluid, il modello dell’essere a seconda delle percezioni e sensazioni ondivaghe. In tutto questo assistiamo al trionfo del consumismo che equivale a dire trionfo del capitalismo. Ecco quello a cui accennavo qualche rigo addietro: ciò voleva essere rivoluzionario è diventato modello asservito al consumo e cioè al capitalismo.

Fallita miseramente la rivoluzione sessantottina, costruita la nuova schiavitù sotto il capitalismo con l’apparenza del cambiamento e della rivoluzione, non ci resta che gridare: ridateci il padre!

Non pensiamo sia il grido di pochi illusi revanscisti. Persino le università stanno studiando il fenomeno per cui scoprono che tornando al padre i bambini crescono più sicuri ed equilibrati e si nota l’assenza di problemi comportamentali. A commentare i risultati di un’indagine su un vasto campione, ricerca promossa dall’Università di Oxford, è stato il quotidiano Repubblica, che dopo decenni passati a demonizzare i padri e a “uccidere” la figura paterna, scopre una verità che lascia il giornalista attonito, come se essa fosse una rivelazione recente. Vorremmo tranquillizzare il redattore del quotidiano che la verità è antichissima come l’uomo sul pianeta, appartenendo agli archetipi esistenziali e primari. Verrebbe da chiedersi come mai certi “scrittori” cadono dal classico pero: non leggono nulla della cultura classica, non hanno vissuto da figli? Anche il più semplice individuo non titolato conosce il complesso di Edipo e le conseguenze del suo mancato funzionamento…

L’attaccamento normale alla figura paterna, attraverso la dinamica della protezione, è sempre stato un fattore decisivo nell’espressione di equilibri comportamentali sani in seno ai gruppi sociali, con un’incidenza positiva in termini di qualità di vita. E, attenzione, non si tratta soltanto della quantità di tempo passato con i figli, ma soprattutto della qualità e della presenza, dell’esserci del padre. La figura paterna esprime il meglio di sé se la si rende felice di essere padre. Quando la madre altera il rapporto con il padre, soprattutto le virago, nascono problemi complessi e seri fino ai disturbi relazionali difficili da sanare nel futuro adolescente o giovane e persino adulto. La guerra al padre si è rivelata un’insensatezza, poiché ha privato le persone dell’elemento interiore riflessivo-razionale che è una caratteristica dell’animo maschile.

In Il disagio della Civiltà S. Freud commentava la forza del ruolo paterno: “Non saprei indicare un bisogno di intensità pari al bisogno che i bambini hanno di essere protetti dal padre.”. Parole pesanti come macigni e che pure sono state dimenticate, arrivando addirittura a strumentalizzare l’inventore della psicanalisi per giustificare modelli opposti alle intenzioni freudiane. Così come abbiamo avuto la sventura di dimenticare Freud a proposito dell’omosessualità e della sua giustificazione come fattore di normalità, pur provenendo essa da un disturbo prodotto dal non corretto instaurarsi del complesso edipico. Sempre Freud dichiarava senza mezzi termini che la morte del padre è l’evento più straziante della vita, non tanto sotto il profilo emotivo quanto su quello della perdita della figura a guida della razionalità del pensiero. Da aggiungere che tutto ciò si associa a evitare quel parricidio, politicamente scorretto, operato epidicamente, che si trasforma con il tempo nel rispetto per il padre. Tutti noi dopo la guerra al padre compiuta da adolescenti e giovani per conquistare l’autonomia, in seguito rivalutiamo i nostri padri e li ringraziamo, anche se mai in modo esplicito ed emozionale quanto piuttosto il nostro grazie viene vissuto (più che esternato a parole) sul piano interiore e riflessivo e nella gestualità.

La figura del padre è, insomma, un pilastro educativo che si accompagna all’altro pilastro che è la figura materna. Cancellare le due figure in modo arbitrario o addirittura non farle esistere per scelta è un omicidio psichico che condanna a squilibri futuri. Il diritto a un padre e a una madre è iscritto nella natura dell’uomo e non è un fatto culturale: la cultura semmai contorna e amplia il diritto. Quale il ruolo del padre che è un archetipo, un principio costitutivo? Egli costringe a seguire regole e a prendere impegni, talvolta con la durezza che non è altro che la vita stessa: egli prepara ad affrontare la durezza della vita. La madre possiede di per sé meno intransigenza e viene percepita come più propensa a vedere il tutto con sensibilità sentimentale. Il padre è la figura del realismo e avvia ad affrontare la vita inserendosi negli ingranaggi, ma dando pure aperture verso la trascendenza e gli alti ideali. Considera il no come un punto fermo per educare il figlio a saper sopportare i no intransigenti, anche senza spiegazioni perché non sempre si può spiegare la complessità ai bambini. In effetti al padre da sempre sono riconosciute qualità spirituali in tutte le culture antiche, a lui spetta cucire spirito e materia in una dimensione superiore, astratta. Non a caso il padre viene da sempre identificato con il cielo e la madre con la terra.

Il vero adulto equilibrato ha in sé il proprio padre e la propria madre interiorizzati positivamente, al di là delle loro figure reali (che siano poveri, analfabeti, non proprio consapevoli del proprio ruolo), e accettati. Qui si innesta il comandamento: “Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore tuo Dio” (Es. 20,12). Esso vuol dire che avendo in sé in modo pacato e accettato, senza pesi, il padre e la madre l’uomo può vivere a lungo i suoi giorni in modo libero e autenticamente libero. Il padre, in fin dei conti, è colui che equilibra l’eccesso materno del possesso e dell’incapacità del taglio del cordone ombelicale, cioè dell’autonomia. Al padre spetta “imporre” l’autonomia del figlio e il suo distacco dal nutrimento fisico e psichico materno, poiché il figlio sia in grado di procacciare da solo ambedue. La madre non accetta la perdita del suo “peso” e condizionamento e da qui si generano i conflitti continui tra i due genitori, con il padre che viene accusato di insensibilità o di scarsa attenzione. Eppure occorre il taglio perché il figlio non regredisca al seno materno e perda la configurazione autonoma di se stesso.

Ogni volta che il padre viene taciuto e tacitato l’uomo vive male la dimensione del rapporto con la realtà e il sentimento prevale sulla mente razionale provocando regressioni, instabilità, aggressività, dispotismo. Il mancato equilibrio porta o all’eccessiva spiritualizzazione o all’eccessiva materialità.

Quali sono gli atteggiamenti negativi della figura paterna? Nei confronti dei figli maschi compare la castrazione paterna negativa con il padre che proietta sul figlio i suoi bisogni narcisistici, inculcando valori, ideali e ambizioni che, in realtà, hanno lo scopo di soddisfare se stesso. Il padre in altra situazione squalifica il figlio, quasi fosse un rivale, impedendogli di gareggiare, di realizzarsi nel concreto delle situazioni. Ancora negativo è il padre che frustra le ambizioni del figlio per proteggerlo dalle delusioni che la vita potrebbe riservare.

Nei confronti delle figlie femmine il padre è negativo se rinuncia a liberarle dalla castrazione materna e non offre una relazione maschile, che le fornisca in maniera inconscia e conscia, indicazioni su come dovrebbe essere l’uomo ideale. Quei padri per paura o ignoranza quando la loro bambina diventa un’adolescente assumono i toni della freddezza e ostilità. Vi è una sorta di gelosia e di cocciuta prepotenza maschile che taglia le ali alla giovane adolescente, che spesso si trova al centro delle lotte di gelosia inconscia tra madre e figlia, desiderose ambedue di conquistarlo in modo esclusivo. Jung ha ritenuto il “complesso di Elettra” (corrispettivo al femminile dell’Edipo) importante in quanto la figlia vuol diventare l’occhio del padre, che le permette di vedere il mondo in modo non più accecato dal femminile materno, divorante. Quasi sempre una figlia non riesce in questo progetto di liberazione, perché il padre sembra preferire e godere il mondo attraverso lo sguardo della madre. Il padre dovrebbe aiutare la figlia a superare il complesso di Elettra e a indirizzarla verso il maschile positivo che troverà in un partner di vita.

In definitiva il padre è indispensabile. Il bambino ama e ammira suo padre perché il più saggio e migliore. Quando il giovanotto comincia ad affacciarsi sul mondo reale scopre che suo padre non è l’essere più forte e saggio e diventa scontento di lui, impara a criticarlo. Avviene il viaggio verso la conquista dell’autonomia e della realizzazione del sé grazie proprio al padre. Nella circolarità della vita dopo la fase contestativa e di “uccisione” della figura paterna, si passa alla rivalutazione e alla sua nostalgia quando “non c’è più”.

Il viaggio ciclico è stato interrotto dalla contestazione sessantottina con la “morte” del padre e la sua riduzione a insignificanza, addirittura castrato nella sua mascolinità, incapace di ritagliarsi un ruolo costruttivo, subendo il femminile, guardando all’omosessualità come fuga dal femminile virago e aggressivo. Se prima i padri comandavano sui figli oggi il rapporto è capovolto con i figli che comandano i padri; con i padri che si sforzano di essere come desiderano i figli, perdendo insieme autorità e sicurezza, proprio ciò di cui i figli hanno bisogno.

I figli che hanno i padri “sottomessi” o calpestati sembrano vincenti, in realtà pagheranno nel tempo il rapporto alterato diventando incapaci di autonomia, indipendenza ed emancipazione, in una parola rinunciando a crescere come nuova futura figura genitoriale.

Allora occorre in un mondo capovolto o al contrario ripristinare il vero padre che consegna due funzioni decisive tra loro in equilibrio: 1. Proibire per attivare la coscienza morale e aiutare a interiorizzare il giusto e il non giusto cercando di far afferrare i reciproci confini, grazie ai no che un padre deve dire; 2. Aspirare, che spinge a superare le limitazioni che legano il figlio alla famiglia sia di natura intellettiva che emozionale, aprendolo alla società e alla cultura, trasmettendo fiducia nelle proprie capacità. Il padre è davvero simbolo di libertà e di una libertà ordinata razionalmente. I dittatori non avevano forse delle madri autoritarie e dei padri deboli? Senza la figura paterna autorevole si scivola nella dittatura ideologica, nella società dispotica, che adombra il femminile delle madri possessive e sottomittenti.

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06/10/2018
1809/2019
S. Giuseppe da Copertino

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